On the road, un viaggio a ottobre nel Sud che resiste

di Piero Bevilacqua In questi ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno inquietante, impensabile in altri periodi della storia repubblicana. Mentre le condizioni economiche, sociali, civili del Mezzogiorno peggioravano, con la rinascita di fenomeni da dopoguerra, come il caporalato schiavista nelle campagne, con la ripresa dell’emigrazione individuale di massa, soprattutto della gioventù colta, non un […]

La politica piegata a tutto

di Alfonso Gianni

Ci si potrebbe domandare come mai un provvedimento così blando, come il decreto sul lavoro, abbia potuto incontrare tale e tanta opposizione dalle forze padronali, da trasformarsi da «Waterloo del precariato» in «tripudio dei voucher».

La politica e tantomeno l’economia non spiegano tutto. È forse il caso di rivolgersi anche alla psicologia cognitiva. Recentemente la prestigiosa rivista Science ha pubblicato un originale studio partendo dalla seguente domanda: «come definireste un puntino blu?». Ai partecipanti all’esperimento sono stati mostrati centinaia di puntini il cui colore variava dalle tonalità del viola a quelle del blu scurissimo. Ognuno doveva riconoscere il puntino blu. Diminuendo il numero dei medesimi le stesse persone al contrario dichiaravano l’esistenza di un numero maggiore di puntini blu.

In sostanza tendevano a classificare come blu ciò che non lo era. Un fenomeno di concept creep, di estensione strisciante del concetto. Ovvero meno punti blu ci sono più se ne vedono. Il fenomeno pare tanto più evidente quando l’elemento che viene diminuito ha per gli osservatori una valenza negativa.

Se ora sostituissimo ai puntini blu i diritti dei lavoratori – e non è la sola analogia in campo sociale che si potrebbe fare, si pensi al tema dei migranti ad esempio – e scegliessimo tra i partecipanti all’esperimento prevalentemente datori di lavoro e loro sostenitori, otterremmo che più si diminuiscono i diritti e più quei pochi che sopravvivono diventano un problema insopportabile, ben al di là della loro reale consistenza. È esattamente il processo cui abbiamo assistito in queste settimane.
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Salute, chi non parte (dal Sud) è perduto

di Monica Mariotti

C’è una migrazione silenziosa – che non è considerata strumento di consenso politico e raramente desta l’interesse dei mezzi di informazione di massa – che ogni anno attraversa la nostra penisola. È il flusso di cittadini costretti a spostarsi dal proprio luogo di residenza per ricevere cure adeguate. La gravità del fenomeno, però, ormai è tale da non poter più essere ignorata. Gli ultimi dati disponibili relativi al 2016 parlano infatti di poco meno di un milione di “migranti della salute”, per una spesa di circa 4,6 miliardi di euro.

Per comprendere ragioni, direzione e percorsi di questo esodo, si può distinguere su base regionale tra mobilità passiva e mobilità attiva. La prima definizione fa riferimento alla percentuale di pazienti che escono dalla propria area di residenza per curarsi in un’altra regione, mentre la seconda alla capacità di un sistema sanitario di attrarre cittadini da altri territori regionali. Se si analizzano le differenze regionali tra ricoveri “in entrata” e “in uscita”, si nota che il saldo è positivo solo per otto regioni e negativo per tutte le altre.

Le prime tre posizioni sono occupate da Emilia-Romagna, con un saldo pari + 9%, Toscana (+ 7,5%) e Lombardia (+7,2%), mentre le ultime tre da Calabria con una differenza del -20%, Basilicata (-6,8%) e Abruzzo (-6,4%). Lo spostamento tra territori regionali limitrofi (o mobilità di confine), però, deve essere valutato diversamente rispetto alla mobilità di lungo raggio, cioè il vero e proprio viaggio della speranza di coloro i quali percorrono tutta la penisola per curarsi.
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La Terra dei Fuochi e i negazionisti del biocidio

di Egidio Giordano e Andrea Salvo Rossi

Come per il sesso degli angeli o il mostro di Lochness, il dibattito sulla Terra dei Fuochi rimette periodicamente in questione l’esistenza stessa del suo oggetto. La pubblicazione dei risultati dell’indagine condotta dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno (Izsm) sono rientrati da subito in questo discorso, finendo con l’avviare ad una campagna mediatica che – lungi da un’interpretazione seria dei dati – è ritornata puntualmente sulle posizioni negazioniste, quelle (per capirci) di chi sostiene che la “Terra dei Fuochi” sia un brand inventato dal pentito di camorra Carmine Schiavone e alimentato dall’allarmismo degli ambientalisti del territorio.

In questa campagna si sono trovati insieme sedicenti esperti del settore enogastronomico (food blogger) e, cosa molto più grave, il governatore De Luca, prontissimo a tuonare sulle prime pagine dei giornali che è necessaria, per la Campania, un’Operazione Verità, che sbugiardi le denunce relative all’emergenza ambientale e sanitaria della regione (e, ovviamente, tutte le realtà di base che costantemente lavorano per tenere alta l’attenzione sulla questione). La Terra dei Fuochi, dunque, sarebbe una fake news (così, trionfale, annunciava un articolo di Luciano Pignataro sul Mattino), da archiviare tra i miti e le leggende dell’orrore che non meritano alcuna credibilità.
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La questione meridionale d’Europa: questo è un appello

Questione meridionale d'Europa
Questione meridionale d'Europa
di Valentino Parlato

L’Europa mone­ta­ria, unita solo dall’euro e domi­nata dalla teo­lo­gia dell’austerità, non fun­ziona pro­prio. Sono in molti ad affer­marlo e non è un caso che la Gran Bre­ta­gna abbia voluto con­ser­vare la ster­lina pur ade­rendo all’Unione euro­pea nei con­fronti della quale mani­fe­sta dis­sensi cre­scenti. E, in gene­rale, non dob­biamo dimen­ti­care che siamo in una fase di con­ti­nui cam­bia­menti, tali da indurre Guido Rossi a scri­vere (Il Sole 24 Ore, 19 luglio) un edi­to­riale dal titolo «Quei Trat­tati supe­rati che creano disordine».

Ma tor­niamo alla Gre­cia, la cui crisi strut­tu­rale non è stata affatto risolta con i pre­stiti e le dila­zioni di paga­mento del debito, ma solo rin­viata e nem­meno a lungo ter­mine e non sarà age­vole una ripe­ti­zione dei pre­stiti. I punti sono due:

  • tutti i paesi che hanno accet­tato l’euro sono in con­di­zioni molto diverse e peg­giori di quelle della Ger­ma­nia, che si con­ferma domi­nante nel cir­colo dell’euro;
  • manca, anzi è rifiu­tata, una poli­tica eco­no­mica diretta a equi­li­brare i rap­porti di forza all’interno della comu­nità: tutti abbiamo l’ euro, ma ci sono quelli che ne hanno tanti e li fanno cre­scere e quelli che ne hanno pochi e li vedono dimi­nuire continuamente.

Di que­sta situa­zione noi ita­liani abbiamo una certa com­pe­tenza: anche quando usa­vamo tutti la lira il Mez­zo­giorno era un disa­stro e, con l’aiuto di Gram­sci, sco­primmo la “que­stione meri­dio­nale”, che oggi si ripro­pone a scala euro­pea. E così mi ha col­pito, e per­suaso, il grande titolo del sup­ple­mento di la Repub­blica del 20 luglio: «Mez­zo­giorno, la Gre­cia d’Italia».
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