L’immaginazione e la cooperazione ci salveranno da algoritmi e neoliberismo

di Alessandro Canella Paul Mason ha un eloquio visionario, che risulta convincente perché non ha nulla di trascendentale ma si fonda su una serrata analisi delle dinamiche politico-economiche del mondo contemporaneo, anche anticipando gli scopi e i rischi delle nuove tecnologie, se vengono piegate al servizio del potere. Il giornalista britannico, che vanta collaborazioni con […]

Nuovo parlamento europeo fra crescita di export militare e crisi umanitarie

di Tommaso Chiti La vicenda del mercantile Bahri Yanbu della flotta saudita, le cui operazioni di carico di materiali bellici sono state recentemente osteggiate in più porti europei, ha riaperto la questione degli armamenti venduti a paesi in guerra. L’Arabia Saudita infatti da diversi anni è direttamente coinvolta nel conflitto in Yemen, che ha già […]

Jair Bolsonaro: il dramma brasiliano

di Nicola Melloni

Le elezioni brasiliane, che hanno visto la schiacciante vittoria di un candidato che non è certo esagerazione definire un fascista, è un segnale allarmante per l’America Latina e, per certi versi, per il mondo intero.

Chi sia Jair Bolsonaro, l’osceno personaggio in questione, è ormai noto: un ex militare, da ormai 3 decenni in politica senza aver lasciato particolari segni di sé prima di questo ultimo anno in cui è diventato il front-runner per la presidenza. Le sue esternazioni sono lo specchio delle sue idee aberranti: dalla dittatura alla tortura, dalla misoginia più sudicia all’omofobia arrabbiata. I suoi toni incendiari – durante un comizio ha invitato a sparare ai suoi avversari – hanno avuto come logico effetto una impennata della violenza politica, con i suoi supporter che si sono sentiti autorizzati a passare alle vie di fatto con pestaggi, linciaggi ed omicidi. E questo è solo il prologo.

Questo suo stile “politicamente scorretto” (ma sarebbe più giusto dire: da fascista, appunto), gli appelli ai sentimenti più viscerali – odio, razzismo, vendetta -, l’ostilità verso i partiti tradizionali, le pose da nazionalista e da uomo forte, e la vicinanza ideologica con molti protagonisti della destra occidentale, tutti schierati dalla sua parte, hanno indotto molti commentatori a classificare Bolsonaro come l’ennesimo caso di rivolta populista – epiteto subito ripreso dalla stampa italiana.
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Europa, mercato e sovranità popolare

di Alessandro Somma

Che l’epoca attuale sia caratterizzata dal trionfo della logica del profitto è oramai un dato di fatto, le cui conseguenze sono state indagate dai punti di vista più disparati. Un recente volume – Lo impone il mercato. Come i nostri governanti hanno stravolto i principi costituzionali di Daniele Perotti (Imprimatur) – ha ripercorso quelle che interessano il piano dei principi fondamentali enunciati dalla Costituzione italiana nei suoi primi articoli[1]. Il risultato è un atto di accusa duro e articolato contro l’Europa unita, ritenuta il catalizzatore di quanto possiamo oramai definire in termini di dittatura del mercato. Al lettore si offre così un contributo riconducibile a un genere letterario che sta finalmente prendendo piede: quello relativo all’incompatibilità conclamata, sebbene troppo a lungo occultata, tra Costituzione italiana e Trattati europei.

Costituzione vs trattati europei

Da un simile punto di vista sono centrali le pagine in cui si sottolinea il ruolo che per la Carta fondamentale assume il lavoro: il perno del patto di cittadinanza per cui il diritto ai beni e servizi erogati dallo Stato sociale costituisce il corrispettivo del dovere di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4). Il tutto collegato a un vero e proprio obbligo dei pubblici poteri di creare le condizioni affinché il diritto al lavoro sia effettivo, e soprattutto sia produttivo di emancipazione e dignità per sé e per la propria famiglia.

Perotti sottolinea opportunamente che questo equivale ad attribuire allo Stato il compito di promuovere attivamente la piena e buona occupazione, rigettando l’idea ora dominante per cui si riconosce al solo mercato “una funzione generatrice di lavoro”.
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Il governo di larghe intese piace ai mercati

di Alfonso Gianni

È già possibile cominciare a ragionare sul dopo 4 marzo. Certamente non è facile, potrebbe essere imprudente. Per il semplice motivo che la legge elettorale, oltre a profili di dubbia costituzionalità, presenta anche un’assoluta imprevedibilità. I suoi inventori si sono dimostrati dei classici apprendisti stregoni. Avrebbero voluto fare una legge per garantire stabilità e prevedibilità, otterranno con ogni probabilità esattamente il contrario. Sarà comunque davvero difficile, se non impossibile, che gli italiani – per riprendere il mantra dei sostenitori delle ultime leggi elettorali – la sera stessa, finiti gli scrutini, possano conoscere il loro nuovo governo.

L’escamotage delle coalizioni prive di idealità e programmi definiti non è sufficiente a risolvere il problema. Però, può proprio essere questa la scappatoia. Non è affatto impossibile che le coalizioni formatesi per la campagna elettorale tornino a scomporsi il giorno dopo il voto, per concorrere a formare governi di intese più o meno larghe. Tali comunque da essere sorretti da una maggioranza parlamentare ben diversa da quella che è stata presentata ai cittadini durante la campagna elettorale. La stessa ipotesi di un governo del Presidente può aiutare anziché contraddire questo esito.

Per capire quello che può succedere è buona norma, anche se certo non l’unica, dare uno sguardo al comportamento degli operatori economici a livello internazionale e interno. A questi livelli la imminente scadenza elettorale italiana non sembra provocare grandi fibrillazioni.
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Ilva, il dramma (annunciato) di Taranto

di Antonia Battaglia

Si svolge a Taranto in queste ore quello che sembra essere il più grande dramma occupazionale che abbia mai investito la città. E che riguarda non solo Taranto ma anche gli stabilimenti Ilva di Genova Cornigliano e di Novi Ligure. La nuova proprietà dell’Ilva, la cordata Am Investco, formata dal leader mondiale della siderurgia Arcelor Mittal e dal gruppo Marcegaglia, ha infatti annunciato un piano di ristrutturazione aziendale che prevede 4mila esuberi sui 14.200 lavoratori totali del Gruppo, di cui 3.330 a Taranto.

L’adesione allo sciopero indetto da Fim, Fiom, Uilm e Usb contro i tagli annunciati e contro le nuove condizioni di inquadramento contrattuale dei lavoratori, è stata quasi totale ed ha coinvolto anche le aziende dell’indotto.

Il Gruppo Ilva era stato ceduto alla cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia, divenuto appunto Am Investco, pochi mesi fa. Arcelor Mittal, il gruppo mondiale leader nell’approccio combinato tra estrazione di minerali e produzione siderurgica, è al momento il più grande produttore nelle Americhe, in Africa ed in Europa, dove vanta una presenza molto importante in diverse aree (ricordiamo il reportage realizzato per MicroMega sulla riconversione delle acciaierie di Belval in Lussemburgo, dove Arcelor Mittal ha avuto un ruolo centrale).
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Follia: totalitarismo neoliberista e i giochi con le carte truccate

di Mauro Zani

Nell’attuale momento storico dove s’è ormai imposto un pieno totalitarismo liberista, come forma di dittatura sulla politica, è, a mio avviso vano e sterile cercare di manovrare all’interno delle coordinate dettate, esplicitamente o implicitamente, dalla sua inesorabile logica.

Insomma continuare a giocare con carte truccate porta alla sconfitta “reale” sul piano dei valori e dei principi sociali fondamentali per una forza di sinistra, anche quando si dovesse formalmente vincere. Dato che la contrapposizione culturale, teorica e pratica non si è avuta,fino ad ora, restano solo due strade.

Quella del PD che segue come l’intendenza i dettami della dittatura liberal/liberista entro un progetto di trasformismo denominato centro-sinistra e quella di chi guarda con speranza e comunque ardimentosamente, pericolosamente verso “nuove vie della seta” per la sinistra, nell’unico modo possibile.

Ripartire daccapo. Forse dal livello zero Ritentare ancora. E’ quest’ultima una posizione ultra minoritaria che impone di fermarsi, prendere fiato e cercar di ripartire su basi diverse, radicalmente diverse, rispetto all’esperienza della sinistra comunista e socialdemocratica del novecento.
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Cooperazione

Operai, trent’anni dopo

di Sergio Sinigaglia

Nel febbraio del 1988 Gad Lerner, allora giovane, ma già affermato giornalista trentatreenne dell’Espresso, pubblicò con Feltrinelli “Operai”. Si trattava di un ricco reportage che, partendo dalla Fiat, ci accompagnava in un viaggio “dentro la classe che non c’è più”, come si poteva leggere nel sottotitolo. Un’indagine che andava “oltre l’universo metallico delle grandi fabbriche automobilistiche per raccontare la vita nei casermoni di periferia, le metamorfosi avvenute nei paesini meridionali degli emigranti (i nostri…ndr), gli operai divisi tra robot e lavoro contadino”, cioè i cosiddetti metalmezzadri, ben conosciuti per esempio nel fabrianese, dove esisteva un altro impero, molto più piccolo di quello di sua Maestà Gianni Agnelli, ma comunque significativo. Ovviamente ci riferiamo alla famiglia Merloni.

Eravamo nel pieno della restaurazione conservatrice. Tre anni prima un referendum aveva sancito la sconfitta di chi voleva abrogare il decreto di San Valentino, voluto dal governo Craxi, provvedimento che cancellava quattro punti della scala mobile. Una prima picconata ad uno strumento fondamentale di difesa delle retribuzioni. La consultazione vide una clamorosa e significativa sconfitta del PCI e delle altre forze della sinistra che volevano abrogare la norma. Una debacle emblematica dei tempi che si stavano vivendo e annunciando. Nel 1992 ci penserà il governo Amato ad abolire definitivamente la scala mobile, con il beneplacito delle organizzazioni sindacali.

Più di trent’anni dopo quei fatti e 29 anni di distanza dalla pubblicazione del libro, Gad ci ha proposto un altro viaggio nel mondo del lavoro, andato in onda in sei puntate su Rai tre. Il titolo sempre uguale “Operai”, ma il contesto proposto è alquanto modificato. In peggio.
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Socialismo e imprese cooperative: un connubio ancora possibile?

a-cooperative

di Gianfranco Sabattini

In un articolo apparso sul n. 116/2015 di “Studi Economici”, Gaetano Cuomo (“Imprese cooperative e democrazia economica”), recensendo un saggio di Bruno Jossa (“Un socialismo possibile. Una nuova visione del marxismo”), afferma che la tesi di quest’ultimo “sul socialismo possibile può apparire a prima vista come un contributo tutto interno al dibattito marxista sull’attualità del socialismo e sulle forme che esso dovrebbe assumere alla luce di quanto è accaduto a partire dalla caduta del muro di Berlino”. Ciò, però, a parere di Cuomo, sarebbe solo un aspetto del contenuto del saggio di Jossa, in quanto ad esso sotteso vi sarebbe una “parte del dibattito teorico che, nell’ultimo secolo, ha impegnato gli economisti sulla compatibilità tra mercato e socialismo e sulla teoria economica dell’impresa autogestita o cooperativa”.

Su questo tema si sono impegnato molti economisti, tra i quali risalta il nome del premio Nobel James Meade; questo economista, nella sua “opera summa” sull’argomento (“Agathotopia: l’economia di compartecipazione”), a differenza di molti altri economisti che, impegnati nel dibattito marxista, sostengono la realizzabilità di istituzioni perfette per cittadini perfetti, propone, la realizzazione di un “buon posto in cui è conveniente vivere” (traduzione etimologica di Agathotopia), all’interno del quale risolvere “al meglio” il problema distributivo del prodotto sociale che il socialismo burocratico ed accentratore, ma anche il libero mercato del capitalismo, non sono riusciti a risolvere.
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Gravidanza

Donne, maternità e mercato: il bisogno di impadronirsi dell’identità femminile

di Clelia Mori

Credo che l’idea di femminile della nostra epoca stia cambiando nel profondo e che la stiano facendo cambiare due gruppi di donne. Uno è quello che ha creato il bisogno assoluto di maternità quando le sue donne hanno scoperto che il proprio corpo non sa produrre vita e che la scienza, a cui piace l’onnipotenza, le può aiutare. L’altro è quello che si è messo a disposizione dei loro desideri con pezzi di corpo.

Dall’incontro tra le donne del primo gruppo e la scienza è nato l’inizio del cambiamento che opera nell’intimo della biologia del corpo femminile: l’utero, il luogo che serve a produrre la vita e dove con l’inizio della gravidanza comincia anche la trasformazione di corpo, cervello e cuore di una donna in madre col suo fare posto vuoto dentro per il nuovo corpo che costruisce con sé stessa. Peccato che il resto del mondo, non sapendo far nascere, non abbia sviluppato bene l’idea di far posto ai nuovi nati/e di donna se non venti o trent’anni dopo la loro nascita e poi e poi…

Comunque la scienza ha promesso la realizzazione di maternità impossibili, ma spesso “non riesce a mantenere quello che ha promesso” e finisce per ingigantire a dismisura, tra dolori fisici e psichici, il desiderio di maternità: fino a farlo corrispondere obbligatoriamente al proprio destino biologico di femmina.
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