Mercati, riforme, sviluppo: le fake word del neoliberismo

di Paolo Baldeschi

“I mercati ci chiedono le riforme per rilanciare lo sviluppo”. Quante volte abbiamo letto o sentito queste parole, ripetute ossessivamente nei giornali e nei programmi televisivi; si noti bene che non si chiedono “riforme”, ma “le riforme” per antonomasia, cioè quelle riforme che sono gradite all’establishment. Proviamo a tradurre queste parole magiche nel loro autentico significato, un esercizio non di parte, ma puramente ermeneutico.

La prima parola magica sono “i mercati”. Di quali “mercati” si tratta? Il mercato azionario, quello delle obbligazioni, dei futures, dei mutui sub-prime, delle materie prime, o cosa altro? Tutti riassunti nel termine “sistema dei mercati”, una parola neutra che, come ha scritto Luciano Gallino [1], ha sostituito il molto più esplicito, veridico, ma ormai impopolare, “capitalismo”. Cui deve essere aggiunta la qualifica di “finanziario”, ciò che lo rende radicalmente diverso da quello industriale e manifatturiero, i cui profitti non sono neanche lontanamente paragonabili a quanti ottenuti con strumenti speculativi.

La seconda parola magica sono “le riforme”, quelle che ci vengono chieste sia dai “mercati”, sia dall’ Unione Europea, a sua volta prona ai voleri dei “mercati” ben rappresentati al suo interno dall’immenso apparato burocratico e tecnocratico della Commissione e all’esterno dalle lobby delle multinazionali, potenti e aggressive. Le riforme, nell’accezione neoliberista, sono quelle che comprimono i salari e i diritti dei lavoratori.
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Addio ad Angela Pascucci: la sua cronaca di un’estate torrida in Cina

Questa notte è mancata Angela Pascucci, giornalista e scrittrice che lavorò a lungo al Manifesto e che è stata una nostra collaboratrice. Qui sotto riproponiamo un suo lungo reportage pubblicato su questo sito il 1° settembre 2015. Sabato 28 aprile, alle 13, si terrà la cerimonia funebre nella chiesa romana di Santa Maria dell’Ospitalità (via del Torraccio, 270).

Anche quando si marcia in gruppo, come facciamo noi, può capitare di perdere di vista qualcuno che si è concesso una sosta per assaporare un particolare che lo ha colpito, che ha rallentato il passo per un momento di stanchezza, o semplicemente per la voglia di un attimo di solitudine. Allora tieni il sentiero ma rallenti ed aspetti il momento in cui ricompare; quando succede tiri un sospiro di sollievo e riprendi il passo ed il ragionamento sospeso, senza domande, senza aver mai dubitato che potesse aver abbandonato. E ti senti meglio. Così ci sentiamo oggi con questo nuovo articolo di Angela Pascucci, che ci torna a parlare della Cina, come solo lei sa fare, che stringiamo in abbraccio a distanza. P.S. Avviso a quelli che ancora si attardano: qui davanti, per ingannare il tempo intanto che ci raggiungete, abbiamo quasi finito i viveri (l’Associazione il manifesto in rete).

di Angela Pascucci

Alla fine è arrivato Capitan America sfoderando un tasso di crescita dell’economia Usa che nessuno si aspettava e il rinvio dell’aumento dei tassi di interesse, e i foschi cinesi sono rientrati nei ranghi facendo quello che tutti si aspettavano dovessero fare, pompare soldi nel loro sistema spompato. Le Borse mondiali hanno rimbalzato di sollievo agguantando i rialzi, la “tempesta perfetta” si è dissolta. Fino al prossimo round che, a leggere bene le cronache economiche rosa del giorno dopo, è acquattato dietro l’angolo.

Ragion per cui l’immagine più vera di questa torrida estate di crisi finanziaria resta una sola. Quella di un mondo che, entrato nella seconda fase della grande crisi economica deflagrata nel 2008, non ha ancora capito a che santo votarsi per arginarla. Il disorientamento globale è tale infatti da far apparire surreale, anche alla luce del poi, il raccomandarsi spasmodico alla Cina che nella circostanza è apparsa anch’essa come una Pizia traballante sul suo trespolo fumoso, dal quale nei momenti più critici ha lanciato rimedi, senza apparentemente rendersi conto di dove sarebbero andati a parare.
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