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Almirante & C: le strade che indicano l’oblio

di Salvatore Settis

“I parafulmini devono essere saldamente infissi nel terreno. Anche le idee più astratte e più speculative devono essere ancorate nella realtà, nella materia delle cose. Che dire allora dell’idea di Europa?”. Con queste parole si apre una pagina specialmente intensa del saggio Una certa idea di Europa di George Steiner (2004).

Steiner definisce la sua idea di Europa, per opposizione all’America, secondo cinque parametri, esposti con grande forza metaforica. Per citarne uno solo, l’Europa di Steiner è un luogo di memoria dominato dalla sovranità del ricordo. Perciò non ci sono né 5th Avenue come a New York né F Street come a Washington. Le nostre strade sono intitolate a personaggi storici, “prova di una fortissima volontà di ricordare”.

Non sono passati vent’anni, ed è già ora di chiederci se è ancora così. Se i nomi delle strade servono a ricordare, o non piuttosto a dimenticare. Che cosa, infatti, dovrebbe ricordarci l’iniziativa di intitolare a Giorgio Almirante una via di Roma? Non ripercorriamo, per carità di patria, la delibera del Consiglio comunale, la prima reazione del sindaco (“l’aula è sovrana”), seguita da un veloce dietrofront, le dichiarazioni del ministro dell’Interno “Ci sono via Marx, via Togliatti e via Stalingrado, non vedo quale sarebbe il problema – la storia non si processa ma si ricorda”. Chiediamoci: che cosa ricorderebbe una “via Almirante” agli smemorati consiglieri che dicono di averla votata perché non sapevano chi Almirante mai fosse? Per loro, i nomi delle strade servono per ricordare, o per legittimare l’oblio?

Il carcere di Belluno e la memoria, imbrattata da croci celtiche e frasi fascisteggianti

di Loris Campetti

Il carcere di Belluno costruito nel quartiere di Baldenich è ancora lì, imponente e tenebroso. Non ospita più prigionieri speciali come Renato Curcio, e neppure partigiani arrestati dai nazifascisti come nel ’44, ma non mancano nuovi, sfortunati ospiti costretti in gattabuia. È il 16 giugno del ’44 quando entrano nel carcere 12 uomini, 8 soldati tedeschi che scortano 4 prigionieri, partigiani bellunesi. Nessun sospetto da parte delle guardie e appena ne passa una con le chiavi delle celle i militari tedeschi la bloccano insieme a tutti i suoi sgomenti camerati.

Gettata la maschera e aperte le celle, i 12 incursori liberano 70 prigionieri, partigiani e civili, e rinchiudono dietro alle sbarre i carcerieri per poi fuggire. E senza sparare un colpo. Naturalmente gli 8 soldati tedeschi sono partigiani italiani e sovietici camuffati, guidati dal comandante “Carlo” (Mariano Meldolesi), Brigata Pisacane, Divisione Nino Nannetti. Quando le guardie riusciranno a liberarsi e dare l’allarme i partigiani, liberatori e liberati, saranno già alla macchia sulle montagne dolomitiche.

Questa azione straordinaria viene tramandata di generazione in generazione sotto il nome della “Beffa di Baldenich”. Il 28 aprile del ’45, alla vigilia della Liberazione, “la Lince”, alias il comandante Carlo, ripeterà con successo un’azione analoga a quella di 9 mesi prima, sempre nel carcere di Baldenich. A Meldolesi, nativo di Gaeta, è stata riconosciuta la cittadinanza onoraria di Belluno.

A 40 anni dalla bomba di Piazza della Loggia, Brescia: strage, il volto del male assoluto

Il video fa parte della campagna #SemprePerLaVerità, iniziativa della Casa della memoria, del cinema Nuovo Eden e il gruppo indipendente Smk Videofactory

di Norberto Bobbio in un testo pubblicato da Avvenire.it

La Piazza della Loggia di Brescia è un luogo della memoria. Di una memoria dolorosa per i morti e i feriti che l’hanno insanguinata, per il modo con cui sono stati uccisi e colpiti, per la verità contestata e negata. Uno dei tanti, troppi, luoghi in cui la restaurata libertà, che avrebbe dovuto dar vita a una pacifica convivenza, non ha impedito la morte di tante vittime innocenti e invendicate. Una memoria che non può e non deve essere cancellata. I familiari e gli amici delle vittime non possono cancellarla. Gli italiani non debbono.

Vi sono due forme diverse della memoria: quella interiore e quella esterna. La memoria esterna, che si manifesta nelle cerimonie ufficiali, nei discorsi commemorativi, nelle lapidi, nei monumenti, nei libri di storia, nelle testimonianze dei protagonisti, nella riproduzione di immagini dell’evento, ha senso soltanto se serve a mantener viva la memoria interiore. La può sollecitare, ma non la sostituisce. L’una è la memoria morta, l’altra la memoria viva. In un cimitero osserviamo una madre inginocchiata di fronte alla tomba del figlio. La tomba è la memoria esterna; la madre, che ha posato su di essa un mazzo di fiori e prega, rappresenta la memoria interiore. La lapide è, di per se stessa, muta […].

Anna Frank, l’oblio dalla parte del vincente

di Enzo Collotti

La vicenda che in questi giorni chiama in causa Anna Frank ha più risvolti. Da una parte mira a banalizzare e a infrangere un simbolo, quello che al di là di ogni lettura critica, è diventato l’emblema della Shoah; dall’altra, impone una riflessione approfondita sulle radici di una incultura che consente di sfidare impunemente la sacralità di una memoria che sintetizza un mondo di valori che pensavamo fosse ormai diventato patrimonio dell’intera società.

E invece non è così. A ottant’anni dalle leggi razziali del 1938 dobbiamo constatare non solo che così non è, ma che nella guerra della memoria l’oblio tende a collocarsi dalla parte vincente.

Brandire nello scontro tra tifoserie l’immagine di Anna Frank non è soltanto un oltraggio che immiserisce in molti significati che sono racchiusi in ciò di cui essa è simbolo, è la rivelazione della distanza che separa fasce più o meno larghe della popolazione dal senso del pudore che attutisce l’abisso dell’ignoranza e stravolge il senso del sacrificio di cui Anna è stata vittima.

Stolpersteine: a imperituro ricordo di chi era ritenuto asociale

di Franco Di Giangirolamo

Chi visita Berlin è indotto più facilmente a stare a testa all’insù che a guardare a terra, a meno che non si tratti di strisce pedonali, di opere dei “madonnari”, di tracce segnalate del “muro” o di artisti di strada dalla fantasia molto sviluppata. Perciò, benché siano poco meno di 7.000, non è raro che passino inosservate le “stolpersteine”, letteralmente “pietre d’inciampo”, sparse per tutta la città.

Simili ai sanpietrini, sono pietre con una placca di ottone delle dimensioni di 10×10 centimetri, che vengono collocate a terra sul marciapiedi o sulla strada, in ricordo di persone perseguitate dal nazionalsocialismo. Il progetto fu avviato dal 1996 dall’artista Gunter Demnig di Colonia e si sta realizzando in circa 1.000 città e comuni tedeschi e in 18 paesi europei. Sono oltre 55.000 le stolpersteine collocate a ricordo di persone di religione ebraica, di etnia Rom e Sinti, di giovani e adulti inseriti nel programma di eutanasia, di membri della Resistenza politica e religiosa, di omosessuali, di Testimoni di Geova e di chiunque fosse ritenuto asociale.

Le pietre hanno inciso il nome, data e luogo di nascita e di morte e la ragione per cui sono stati perseguitati, internati, maltrattati, torturati e deportati e sono deposte nei luoghi dove le vittime del nazionalsocialismo vivevano o dove sono stati prelevati.

Smuraglia (Anpi): “Per conservare la memoria della Resistenza bisogna fare di più. Soprattutto a scuola”

Carlo Smuraglia

di Alessio Sgherza

Presidente Smuraglia, che rilievo ha oggi il ricordo della Resistenza nella società?

Bisogna fare una premessa: in Italia c’è una tendenza all’oblio piuttosto forte. Le istituzioni non hanno fatto molto per conservare la memoria. Non solo della Resistenza, ma nemmeno di quello che è successo prima, di quello che è stato il fascismo. Perché è da lì che bisogna partire per capire. E’ stata più l’opera delle associazioni, come l’Anpi, a tramandare il ricordo. Al massimo le istituzioni organizzano un evento, si celebrano le date, il 25 aprile, gli eccidi, gli scontri. Ma l’analisi e lo studio sono molto più rari, e per questo l’Anpi ha lavorato molto. Per conservare la memoria e proteggerla.

Da chi?

La memoria ha tre nemici fondamentali, strettamente collegati: il primo è la debolezza stessa del ricordo in una società che si evolve molto velocemente; il secondo è la tendenza all’oblio; e poi c’è il tempo, che è un nemico implacabile se non ci sono nella società antidoti efficaci.

E come si costruiscono antidoti efficaci alla perdita di memoria?

Io sono convinto che la memoria sia prima di tutto ricordo, delle persone e dei fatti, ma non ci si può limitare a questo. Lo sforzo che abbiamo fatto è unire il doloroso ricordo dei caduti, il caloroso ricordo dei fatti gloriosi alla conoscenza di un fenomeno che è estremamente complesso. Spesso si punta al racconto del dolore e ci si dimentica il tentativo di storicizzare e contestualizzare quelle vicende e darne una spiegazione.

Regeni no, i fascisti sì: un oltraggio alla dignità dell’uomo e alla civiltà

Striscione per Regeni tolto da Trieste

Striscione per Regeni tolto da Trieste

di Claudio Cossu

Aveva già iniziato, qualche tempo addietro, Roberto Di Piazza, quando rivestiva il ruolo istituzionale di sindaco di Muggia (Trieste), con la sua politica goffa di regressione antistorica e avverso la dignità dell’uomo. Mal consigliato certamente, intendeva allora dedicare uno spazio di quella cittadina a Niccolò Giani, fondatore e “maestro” di mistica fascista negli anni “30”, nonché violento antisemita. Morto in Albania per il duce nel 1941.

L’operazione non gli riuscì per la forte e vigile reazione della Comunità ebraica di Trieste. Poi, divenuto Sindaco di Trieste, sorretto e spinto dalla Giunta nostalgica del Comune – anni 2007- 2010 circa – volle dedicare uno spazio della città al giornalista fascista Mario Granbassi, emblema e portavoce del fascismo locale di indubbia rilevanza (Il giornale del Guf di Trieste era dedicato al suo nome, riferimento sicuro e obbediente al regime).

Morto nel 1939 combattendo in Spagna, con le milizie del sanguinario e golpista Francisco Franco, duce della falange e dei violenti reazionari spagnoli, invocando il nome di Mussolini e di quel regime repressivo e antistorico. L’operazione riuscì, pur avendo il dissenso e la disapprovazione della cultura e della politica progressista ed illuminata di tutto il Paese. Ma la giunta retriva e nostalgica aveva la maggioranza in quei tempi e nulla si poté fare per contrastare quella dissennata decisione.

La ballata del sindaco pescatore: nuovo video in acustico e a Sheffield alla Cutler’s Hall

Esce il video della versione acustica della Ballata del Sindaco Pescatore e Vittorio Merlo vola a Sheffield a cantarla a un congresso internazionale di bibliotecari. È da poco online su YouTube il video della versione acustica, piano e voce, della Ballata del Sindaco Pescatore, canzone scritta e composta in memoria di Angelo Vassallo, il Sindaco Pescatore ucciso il 5 settembre 2010. Come sembrano confermare anche le recenti informazioni sulle indagini ancora aperte a quasi 6 anni dall’assassinio di Vassallo, dietro questo omicidio probabilmente c’è la mano della camorra.

Dopo averla presentata a Roma, Torino, Treviri, Malaga e Lussemburgo, il bibliotecario cantastorie presenterà la sua Ballata il 14 luglio a Sheffield, alla Cutler’s Hall, in occasione della serata di gala di un congresso internazionale di bibliotecari: la COSI EMEA Conference 2016.

La Liberazione vista da una ragazza di 14 anni

di Aurora Sapigni

Ormai dobbiamo essere rimasti in pochi che in quel lontano 21 aprile 1945 erano in Piazza Maggiore a Bologna per festeggiare la Liberazione. Io c’ero, avevo 14 anni. Sono una signora di 85 anni: potrei fare l’uncinetto, guardare la televisione, invece no, la mia testa gira alla rovescia e mi riporta a giorni tanto lontani nel tempo, al 21 aprile di 71 anni fa, giorno della Liberazione di Bologna.

Il fronte da 7 mesi era fermo sugli Appenini, a Bologna si sopravviveva a stento tra bombardamenti e rastrellamenti. Chi aveva denari da spendere per mangiare ricorreva al mercato nero, tanti erano andati a vivere nei rifugi ed erano organizzatissimi. Ricordo che al rifugio del Meloncello un calzolaio aveva impiantato il suo banco di lavoro per riparare le scarpe.

Chi era sfollato e aveva salvato la casa a Bologna tornava in città, magari in coabitazione, bisognava arrangiarsi. Nemmeno in campagna si viveva bene, tanti contadini furono costretti a venire in città con le loro mucche, anche nel nostro cortilino nel Pratello avevamo due mucche ospiti, devo dire che mi sono sfamata grazie al loro latte. Mia madre se riusciva a rimediare un po’ di riso lo cuoceva nel latte che aveva una bella panna ed era buono.

Bologna: alla Cineteca una rassegna su Patricio Guzmán, l’archeologo della memoria rimossa

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Escono finalmente nelle sale italiane gli ultimi film del regista cileno Patricio Guzmán, un grande maestro del cinema documentario, presentati in anteprima al pubblico italiano nell’ultima edizione del Biografilm Festival (Sono Nostalgia de la luz, del 2010, e El boton de nacar, del 2015, Orso d’argento per la miglior sceneggiatura a Berlino).

Per l’occasione la Cineteca di Bologna dedica un omaggio al cinema di Guzmàn (dal 25 aprile al 1° maggio). Tutto il suo cinema si sviluppa lungo il tema della memoria ed è in particolare legato alla travagliata storia del Cile, alla rivoluzione di Allende e alla sua tragica fine. Sarà possibile vedere i suoi film più noti del passato, a partire dal monumentale film d’esordio, La battaglia del Cile, il racconto in presa diretta dei fatti che portarono, nel 1973, alla dittatura dei militari. Il regista presenterà inoltre personalmente i suoi due ultimi splendidi documentari, in cui emerge un modo nuovo ed estremamente suggestivo di rievocare il passato.