L’attivista riluttante, dentro il labirinto israelo-palestinese

di Giovanni Iozzoli

Primavera breve. Viaggio tra i labili confini di Israele e Palestina è un racconto di viaggio pieno di storie, facce e umanità. Ma ad essere protagonista del libro è l’idea del Confine e l’attrazione fatale che esercita sull’autore: il confine come espressione materiale e simbolica allo stesso tempo – nella divergente suggestione dell’appartenenza e dell’attraversamento. E quale luogo può esaltare il mistero polisemico del Confine, se non il Medioriente israelo-palestinese?

È un libro denso di vite concrete, dicevamo, ma tutte queste vite – le identità, i bisogni, le aspettative, i poteri – sono ordinate e informate dal sistema complesso dei confini plurimi che si sovrappongono nella Palestina occupata. E i confini non rappresentano tanto linee di divisione tra territori, quanto dispositivi che gerarchizzano e disciplinano la vita e decidono i destini: degli implacabili produttori di senso.

Il narratore non racconta molto di sé – si intuisce che è uno dei tanti cooperanti-attivisti-solidali che da decenni si recano in Cisgiordania per sostenere progetti di sviluppo e schierarsi dalla parte della causa palestinese. Ma è un’attivista riluttante, per così dire, dotato di uno sguardo acuto e disincantato, poco propenso a farsi arruolare alla causa senza “conoscere” realmente: e conoscere significa condividere, toccare, attraversare i mondi inconciliabili e sovrapposti che nell’arco di poche decine di chilometri determinano il viluppo di quella che definiamo “questione palestinese”.
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Le “guerre occidentali”, gli attentati di Parigi e i mondi asimettrici

13 novembre 2015, gli attentati di Parigi
13 novembre 2015, gli attentati di Parigi
di Mauro Zani

Non volevo aggiungere il mio sproloquio analitico al cumulo di più o meno sofisticati esami geopolitici compiuti in questi giorni dopo la mattanza di Parigi. Non voglio farlo neppure adesso.

Però. Mi son commosso guardano le immagini delle persone che uscivano dallo stadio cantando la marsigliese. Però. Prima, nel corso della notte di venerdì, mi son ritrovato a immaginarmi un linciaggio, lungo e doloroso, dei fanatici maiali che hanno fatto il tiro al bersaglio contro una folla inerme. Però.

Son poi rimasto deluso perché i maiali si son fatti saltare privandomi della possibilità di farli fuori seppur per interposta testa di cuoio. Dopodiché “l’attacco al nostro modo di vivere” (Renzi ma non solo), l’attacco alla nostra civiltà (Mattarella ma non solo) mi portano a ricordare.

Come cominciò e perché cominciò la mattanza. Storia lunga. L’epoca dei neoliberisti.

Quando. Uno dei principali guru dei think tank repubblicani made in USA spiegava che: “Siamo in grado di condurre due guerre contemporaneamente a distanza di duemila chilometri”.

Quando. “È nostra responsabilità tener in ordine il mondo”.
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Reportage dalla Palestina: le ostriche di Gengis Khan

di Handala

“Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser
quello che tratta delle insidie del gambero,
o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio”
(Giovanni Verga, Fantasticheria)

Khalid al-Sanih Daraghmah ha dei bei baffi e occhi vispi, sempre in movimento. Parla un arabo veloce, senza prendere fiato, Khalid non ha tempo da perdere. Le parole si affollano, inseguono il pensiero senza mai raggiungerlo. In inglese sa solo dire, o meglio gridare, “Why this?” e “This for me”, ma queste due frasi racchiudono quasi tutto quello che vuole comunicare: l’insensatezza di cio’ che subisce, la consapevolezza che continuera’ a resistere.

Passando da Nablus a Ramallah, a due chilometri dal villaggio di Al-Lubban, probabilmente rimarra’ inosservato un vecchio edificio, appoggiato sul declivio di una collina: e’ la casa di Khalid che, insieme ai terreni circostanti, prende il nome di Khan Al-Lubban. Su questa terra, per questa terra, si svolge una lotta quotidiana, giorno dopo giorno, senza tregua. Sulla cima di quella stessa collina svetta infatti la colonia di Ma’ale Levona, fondata nel 1983 e illegale secondo il diritto internazionale. Le circa 120 famiglie che la abitano rivendicano tutta l’area circostante, in nome delle Sacre Scritture.
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Gaza senza tregua: far parti uguali tra diseguali

di Handala

“L’occidente difende se stesso se difende Israele,
se difende la sicurezza in quella parte del mondo”
(Angelino Alfano)

Quando viene annunciata la tregua a Gaza, la Cisgiordania festeggia, movimento irriflesso di un unico corpo diviso. I venditori di cahua (caffè) ne offrono bicchieri ai passanti, sorridendo, e mentre cammino per strada percepisco come una distensione di membra contratte, un sospiro generalizzato per un massacro che rimane in sospeso. Eppure, da queste parti l’entusiasmo è un fuoco di paglia, e la realtà un secchio d’acqua gelida.

Chiedo ad Abed, un amico che vive nel campo profughi di Balata, cosa ne pensa del cessate il fuoco. “Yes but no”, risponde subito: l’accordo raggiunto dovrebbe fermare lo sterminio, benissimo, ma “di promesse simili ne ho già viste tante, tutte cadute nel vuoto, di Israele non mi fido, non ha alcun interesse a mantenere la parola data”. Come dargli torto, dopo le tante speranze verso un processo di pace che ha portato invece alla progressiva normalizzazione dell’occupazione? Come pretendere fiducia, dopo una vita vissuta sotto la paura dell’esercito che entra in casa sparando e arrestando?
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