I medici che curano le ferite invisibili della tortura

di Annalisa Camilli

La prima cosa che fa quando si trova davanti un paziente che è stato torturato è cercare di capire il progetto che aveva in mente il suo torturatore. Lilian Pizzi, psicoterapeuta, ha una voce decisa mentre con un leggero accento toscano descrive le tecniche usate dall’équipe composta da medici, psicologi, fisioterapisti, operatori legali e assistenti sociali che dall’aprile del 2016 a Roma si occupa di curare decine di persone che hanno subìto violenze, abusi e torture nelle carceri di mezzo mondo.

La stanza dove incontra i pazienti è semivuota: un tavolo bianco con due sedie grigie, un mobiletto che serve da schedario e, dietro al tavolo, una finestra che affaccia su una strada trafficata. Una luce fioca e qualche rumore di clacson filtrano attraverso una grata.

“La tortura ha lo scopo di mettere a tacere persone che sono considerate scomode in un determinato sistema di potere e in un certo contesto storico”, spiega Pizzi, che ha una lunga esperienza alle spalle. “Per questo bisogna chiedersi sempre a che serve la violenza, perché è stata praticata, perché lo stato l’ha tollerata o perché addirittura l’ha usata”.
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Così stanno uccidendo la sanità pubblica

di Gloria Riva

Quella mattina del 24 agosto Giuseppe Teori, ortopedico all’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti, se la ricorda benissimo, anche se ha perso il conto dei volti scioccati che gli sono passati davanti. Su 240 barelle allineate c’erano i corpi martoriati degli abitanti di Amatrice. Lesioni, ferite di ogni tipo, fratture da schiacciamento. Nella notte, mentre dormivano, la terra aveva tremato e le case erano crollate su di loro. «È stato un miracolo», racconta l’ortopedico.

Già, ma il miracolo l’hanno fatto soprattutto i 400 giovani medici accorsi da tutte le province del Lazio per salvare vite umane: «Molti di loro li conosco, è gente che da 16 anni tira avanti con un contratto a termine, sono giovani che prendono 100 euro per una guardia medica notturna o si accontentano di 20 euro e una pizza per fare il medico alla partita di pallone». E un altro miracolo, quel giorno, l’hanno fatto i macchinari dell’ospedale che una volta tanto non si sono inceppati, nonostante vent’anni di carriera e rattoppi continui, che spesso obbligano il dottore a ripetere più volte gli esami.

Quella dell’estate 2016 è stata una situazione straordinaria, estrema, in cui il Sistema sanitario nazionale ha dimostrato di essere all’altezza di una catastrofe. Ma poi ci sono poi i miracoli ordinari, nelle corsie d’Italia. Quelli che si fanno tutti i giorni da dieci anni, da quando è cominciato il mantra dei tagli: meno 70 mila posti letto, meno diecimila professionisti, meno 175 ospedali. Giovani medici precari, macchinari nell’83 per cento dei casi obsoleti. E vecchi primari: il 52 per cento dei camici bianchi ha più di 55 anni, record europeo.
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Manifesto per la creazione di un fronte comune per la difesa del Sistema Sanitario Nazionale

Ospedali e sanità

della Rete Sostenibilità e Salute

Non è vero che la sanità pubblica è insostenibile. Un sistema sanitario è tanto sostenibile quanto si vuole che lo sia. Secondo le valutazioni dell’OMS degli ultimi dieci anni, gli indicatori di salute dimostrano che il sistema sanitario in Italia è stato efficace e meno costoso che nella maggior parte dei Paesi occidentali ad alta industrializzazione. Un sistema sanitario sostenibile non prevede l’utilizzo illimitato delle risorse ma persegue il fine di determinare la migliore e più adatta risposta ai differenti bisogni.

Le varie forme assicurative integrative o sostitutive di ogni natura ed il cosiddetto secondo welfare rischiano di produrre livelli differenti di copertura sanitaria che potrebbero colpire profondamente il solidarismo del sistema sanitario basato sulla fiscalità generale, tendendo ad aumentare il consumismo sanitario e a non migliorare l’appropriatezza degli interventi.

Gli attuali 35 miliardi di euro della spesa sanitaria privata italiana potrebbero costituire solo la spesa iniziale in un mercato privato che ha come sua principale finalità la massimizzazione degli utili e la minimizzazione del rischio d’impresa: la tendenza che ne risulterebbe potrà aumentare di conseguenza anche la spesa sanitaria complessiva scaricando sempre sul pubblico gli interventi più complessi e costosi (emergenza-urgenza, rianimazione, oncologia, patologie cronico-degenerative).
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Renzi e la sanità 2016: incremento di tasse, “privatizzazione” e “assicurizzazione”

Sanità
Sanità
di Gianluigi Trianni

Matteo Renzi con la legge di stabilità 2016 ha stanziato 111 miliardi per il Fondo Sanitario Nazionale sostenendo che rispetto agli anni precedenti costituirebbero un incremento poiché lo stanziamento 2014 è stato di 109 miliardi e quello 2015 di 110. Matteo Renzi ha però taciuto che:

  • i 111 miliardi assegnati per il 2016, costituiscono oltre 4 miliardi in meno rispetto ai 115,444 promessi dal suo governo nel 2014 e stabiliti in una intesa Stato-Regioni nello stesso anno, ed oltre 6,5 in meno rispetto ai 117,563 previsti del governo Letta-Saccomanni nel febbraio 2014; per di più nel testo reso nota dal governo alla stampa prima che al Parlamento, “vagano” 1,8 miliardi, non specificati ma a forte rischio di essere a carico degli stanziamenti per il socio-sanitario, con i quali le regioni dovrebbero farsi carico della manovra di rientro nazionale;
  • nel 2014 la spesa accertata a consuntivo è stata di 112,6 miliardi (cfr report dell’agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) dei dati sulla spesa sanitaria nazionale e regionale relativi al periodo 2008-2014, ricavati dai Conti Economici (CE) consuntivi compilati dalle Regioni stesse e inseriti sul Nuovo Sistema Informativo Sanitario (NSIS) del Ministero della Salute), superiore non solo di 3,6 miliardi ai 109 miliardi assegnati al fondo sanitario nazionale nel 2014, ma anche di 1,9 miliardi ai 111 miliardi da lui e dal suo governo stanziati per il 2016;

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I medici, lo sciopero e i valori

di Maurizio Nazari, l’Altro Veneto, con la premessa di Luigi Trianni

A titolo informativo e d’esempio, mi pregio di inoltrare un appassionato, informato, giustamente anticorporativo e coraggiosamente “diretto” scritto di M. Nazari de “L’Altro Veneto, Ora possiamo”.

Preciso che non ritengo una priorità il passaggio dal rapporto convenzionale alla dipendenza pubblica dei Medici di Medicina Generale e dei Pediatri di Libera Scelta, che nell’ottica neo liberista/burocratica del governo Renzi, e delle sue appendici politiche e manageriali centrali e regionali, sarebbe realizzata unicamente come misura per “definanziare” i costi del personale sanitario nei Distretti e ridurne il numero.

Ritengo che la priorità sia quella di investire in dotazioni organiche e dotazioni strutturali anche nei servizi distrettuali, “case della salute” o “centri distrettuali comunali e/o di quartiere” che dir si voglia, nei quali i predetti medici vanno inseriti, e sviluppare una politica di “facilitazione dell’accesso alle tecnologie per la salute”, comprese quelle sofisticate e specialistiche della relazione psicologica profonda professionisti della salute / persone, dai distretti e dai “domicilii”, basata su integrazione/interazione multi professionale e polispecialistica tra Ospedali e Distretti (e servizi sociali comunali) e supportate da adeguate infrastrutture e procedure informatiche (fascicolo sanitario elettronico individuale e reti di supporto).
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Cie: le istituzioni totali sono dure a morire

La prima cosa che viene in mente proposito del Cie sono gli studi di Foucault sui luoghi del “grande internamento”. Infatti il Cie è una istituzione totale nata, come è ovvio,  per recludere migranti (poveri). Il percorso che dobbiamo avviare per demolirlo è simile a quello attuato dai movimenti di lotta contro le istituzioni totali: i secoli passano, i metodi cambiano, ma non sono meno nocivi. Noi sosteniamo con forza il pari diritto alla salute, alla vita ed alla sicurezza per tutti e dunque non possiamo accettare l’esistenza del “reato di povertà” né possiamo accettare che una illegittima privazione della libertà sia gravata da ulteriori discriminazioni.
Intervento di Vito Totire
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