Ma quanti anni ha davvero Internet?

di Vincenzo Vita Cinquant’anni di Internet. Lo scorso 29 ottobre si è celebrata la ricorrenza della nascita del primo collegamento tra due computer in California. L’esperimento aveva, ovviamente, una valenza scientifica ed accademica e nessuno dei protagonisti di allora poteva immaginare quello che sarebbe successo. In verità, rapidamente il salto tecnologico fu sussunto dal dipartimento […]

L’arroganza del potere verso la stampa: Raoul Gardin, il manifesto e l’ignavia di certi giornalisti

di Loris Campetti Ho letto con interesse il resoconto del giornalista Valerio Lo Muzio da Milano Marittima, in cui racconta le sue faticate riprese con la telecamera della performance del figliolo di Salvini sulla moto d’acqua della Polizia di Stato. Riprese fatte nelle peggiori condizioni tra le minacce dei protettori del ministro dell’Interno, poliziotti o […]

Televisione, la signora in gialloverde

di Vincenzo Vita

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato sul suo sito (fonte Geca Italia) la «Classifica dei 20 soggetti che hanno fruito del maggior tempo…» nello scorso mese di gennaio. Finalmente una sintesi chiara, migliore delle canoniche tabelle che confondono non poco le idee, essendo frastagliate tra tempi di parola, di antenna e così via. Purtroppo, ancora non c’è traccia in nessuna delle analisi del moltiplicatore tra i minuti della presenza in video e l’audience dell’edizione del telegiornale o del programma presa in esame.

Ovviamente, trenta secondi al Tg1 delle otto di sera vale n volte il corrispettivo all’una di notte a Rainews, a Tgcom o a Sky. Solo il «Centro di ascolto radicale» svolgeva un simile lavoro, ma purtroppo quella straordinaria struttura ha dovuto chiudere i battenti per penuria di risorse. E, quel che è peggio, rischia di lasciare l’etere Radio radicale, «rea» probabilmente agli occhi e alle orecchie degli odierni governanti di raccontare la verità sul dibattito istituzionale: tutt’altro che commendevole, anzi spesso «pornografico». Quindi, da divulgare il meno possibile.
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Crisi dimenticate e razzismo mediatico

di Vincenzo Vita

La sociologia dei media, a cominciare dal frequentatissimo manuale «Teorie della comunicazione di massa» di Mauro Wolf (1985), cita la vecchia «legge di McLurg», dal nome di colui che inventò lo schema delle classificazioni dominanti: un europeo equivale a 28 cinesi, 2 minatori gallesi a 100 pakistani.

Può darsi che l’annotazione sia stata scritta con English humour, ma purtroppo ci racconta la verità, e in difetto. Ad esempio, senza ovviamente volere sottovalutare l’uragano del Texas e le sue vittime, il tempo dedicato dai media occidentali a Houston è di gran lunga superiore a quello concesso alle 2000 persone morte per il colera in Yemen o ai 1000 deceduti per frane e inondazioni in Sierra Leone, o al valore assegnato ai disastri del conflitto rimosso dell’Afghanistan, o all’aggiornamento sulla Siria.

Per saperne qualcosa è indispensabile guardare la rete televisiva araba «all-news» Al Jazeera, che – non per caso – corre il rischio di essere chiusa. Gli esempi potrebbero essere numerosi. Si tratta, infatti, di una sorta di regola generale che ha oggi, dopo la fine dell’alibi del «muro» e dell’equilibrio del terrore, un sapore di vero e proprio «razzismo mediatico».
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Sinistra

Sinistra, un nuovo inizio oltre le sconfitte

di Marco Revelli

Negli infi­niti incon­tri «di chiu­sura» di que­sta cam­pa­gna elet­to­rale, c’era sem­pre un momento in cui l’applauso scat­tava imme­diato, istin­tivo, con­vinto. Ed era quando si diceva che «non ter­mi­ne­remo il 25 mag­gio». Che l’appuntamento è già il 26, per con­ti­nuare il per­corso insieme. Per­ché sarebbe folle disper­dere il «bene comune» accu­mu­lato in que­sti due mesi di fatica e di pas­sione dalla mol­ti­tu­dine di donne e di uomini che ne hanno con­di­viso l’impegno.

Non so per gli altri. Ma nelle mie espe­rienze di ter­ri­to­rio, da un palco su una piazza o da un ban­chetto a un angolo di strada, in un tea­tro o in un sot­to­scala, l’immagine che mi porto die­tro è quella di una sini­stra che sco­pre, quasi con sor­presa, ciò che potrebbe essere, se solo riu­scisse ad andare oltre il pro­prio pas­sato pros­simo di fram­men­ta­zione, chiu­sure men­tali e ger­gali, scon­fitte. Una sorta di respiro ampio, nel senso comune delle per­sone più che nei riflessi d’organizzazione.

Uno stato d’animo più che un pro­getto con­sa­pe­vole, ma forte: la sen­sa­zione di poter tor­nare a par­lare al di fuori di sé, dei pro­pri stec­cati, e di poter tro­vare ascolto, se solo la parola rie­sce a forare il muro di silen­zio media­tico, la cin­tura sani­ta­ria osses­siva e oppres­siva che ci è stata stretta intorno. E l’orgoglio di poterlo fare con in testa idee forti, cre­di­bili, ade­guate all’altezza delle sfide, gra­zie alle quali ritro­vare il rap­porto, sto­rico, che lega la sini­stra alla schiera non pic­cola dei demo­cra­tici con­se­guenti pre­oc­cu­pati per que­sta notte della democrazia.
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