Mauro Di Vittorio

Di Vittorio e il ’56 ungherese: la resa dei conti

di Ilaria Romeo, responsabile archivio storico Cgil nazionale

Il 23 ottobre 1956 a Budapest un largo corteo popolare di solidarietà con la rivolta di Poznań, in Polonia, degenera in scontri tra polizia e dimostranti. La notte stessa il governo, presieduto dagli stalinisti Gerö e Hegedüs, viene sciolto. La formazione del governo Nagy non impedisce il divampare della rivolta nella capitale e nel resto del Paese.

Il 27 ottobre, di fronte alla decisione dei sovietici di intervenire militarmente in Ungheria, la segreteria della Cgil assume una posizione di radicale condanna dell’invasione, destinata a stroncare nel sangue la domanda di democrazia e di partecipazione reclamata dalla rivolta operaia e popolare ungherese e sostenuta dal governo legittimo di Imre Nagy. La condanna non è soltanto dell’intervento militare: il giudizio è netto e investe tanto i metodi antidemocratici utilizzati dai governi dei Paesi dell’Est Europa, quanto l’insufficienza grave delle stesse organizzazioni del movimento sindacale.

Nella stessa giornata del 27, Di Vittorio rilascia a un’agenzia di stampa una dichiarazione del tutto personale nella quale non solo vengono ribadite le cose dette nel comunicato della segreteria, ma vi si aggiungono parole di piena e convinta solidarietà con i ribelli di Budapest: “In ordine al comunicato emesso oggi dalla segreteria della Cgil sui fatti di Ungheria che tanto hanno commosso i lavoratori e la pubblica opinione – commenta il leader della confederazione -, credo di poter aggiungere che gli avvenimenti hanno assunto un carattere di così tragica gravità che essi segnano una svolta di portata storica. A mio giudizio sbagliano coloro i quali sperano che dalla rivolta tuttora in corso, purtroppo, possa risultare il ripristino del regime capitalistico e semifeudale che ha dominato l’Ungheria per molti decenni”.
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Lotta Continua - Agosto 1980

La vera storia di Mauro Di Vittorio, vittima della strage di Bologna e dell’«ultimo depistaggio»

di Giaime Garzia

Aveva 24 anni e la sua vita finì alle 10.25 del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, insieme a quella di altre 84 persone. Si chiamava Mauro Di Vittorio e da alcuni mesi a questa parte il suo nome è stato ripescato perché, ha sostenuto il parlamentare di Fli Enzo Raisi, avrebbe potuto essere stato involontariamente coinvolto nel trasporto dell’esplosivo deflagrato alla stazione di Bologna. Perché? Secondo il politico finiano, perché da presunto militante dell’Autonomia di Roma sud avrebbe collaborato con il Fplp e con Carlos alla preparazione di un attentato. Oggi il Manifesto in edicola invece ristabilisce il reale andamento dei fatti con un articolo di Paolo Persichetti intitolato L’ultimo depistaggio (qui l’anticipazione sul sito del giornale). Scrive Persichetti:

Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città.

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