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Dopo il voto, le opportunità per i movimenti e l’associazionismo

di Sergio Sinigaglia

A 72 ore dall’esito elettorale non è ancora possibile un’analisi del voto esauriente, ma sicuramente il quadro che ne emerge è piuttosto chiaro. E quindi alcune considerazioni vanno fatte. Il voto del 4 marzo fotografa in modo piuttosto chiaro l’immagine del Paese in cui viviamo. Un’Italia, come già in precedenza sottolineato, che in questi anni recenti, e più lontani, ha subito una trasformazione profonda dal punto di vista sociale ed economico, ancora prima che sul versante politico. Un mutamento antropologico.

Sicuramente la cosiddetta crisi del 2008, in realtà tappa fondamentale di quella “shock economy” efficacemente analizzata più di dieci anni fa da Naomi Klein, ha determinato un salto di qualità delle politiche in atto da tempo qui come in tutto l’Occidente. Ma è indubitabile che in Italia abbiamo assistito a dinamiche ancora più laceranti che altrove.

Dalla reazione xenofoba e razzista di buona parte della popolazione di fronte all’aumento dei flussi migratori, alle conseguenze che la recessione economica ha avuto sul tessuto sociale, fino, sul piano squisitamente politico, alla graduale e sempre più travolgente crescita del Movimento 5 Stelle, soggetto che non ha eguali nel panorama europeo e probabilmente mondiale.

Crollo Pd: Renzi è stato il becchino della sinistra

Governo

di Stefano Feltri

In Italia la sinistra non c’è più. L’ha distrutta Matteo Renzi, certo, ma anche i vari Massimo D’Alema e tutta la cricca di Liberi e Uguali che è uscita dal Pd perché non condivideva la visione monarchica del renzismo che metteva ai margini la loro oligarchia polverosa. E non c’è una sinistra radicale competitiva, non c’è un Jeremy Corbyn che scali il partito e non c’è un Jean-Luc Melénchon che incarni, da sinistra, la novità populista.

Il Pd non è più stato un partito di sinistra. Renzi e i renziani cercavano la compagnia della Confindustria, non dei precari ai quali veniva spiegato, anzi, che l’abolizione dell’articolo 18 era una buona notizia anche per loro che sognavano un contratto a tempo indeterminato. Il Pd non ha neppure provato a vincere queste elezioni perché non aveva un messaggio da dare se non “siamo dei buoni amministratori dello status quo”.

Eppure, ha detto Walter Veltroni in un bel discorso al teatro Eliseo di Roma il 25 febbraio, “sinistra è una bellissima espressione, rimanda alla condivisione del dolore sociale, alle lotte per la libertà, alla tensione verso l’uguaglianza. La sinistra moderna è riformista, è liberale, deve essere radicale nelle sue scelte e nei suoi programmi”. Ecco questa sinistra, quella del Pd ma anche quella di LeU non è stata liberale, non è stata radicale, non ha teso all’uguaglianza.

Berlusconi non è mai cambiato, il Pd invece sì

di Furio Colombo

La domanda non implica un giudizio. Non ha senso tentare, adesso, dopo tutti questi decenni di potere e rovina, di dare giudizi su Berlusconi. Però Berlusconi li vuole, si fa avanti, chiede di essere notato. La sua pubblicità (la sua propaganda) è come quella dei prodotti che contano non sul nuovo ma sul conosciuto. “Fin dal 1992” si potrebbe leggere sui manifesti della campagna elettorale di Forza Italia se avessero un po’ di umorismo. Dunque Berlusconi e i suoi contano sulla reputazione.

A prima vista sembra impossibile, perché in uno dei suoi curricula, il più noto e diffuso nel mondo, Berlusconi risulta espulso dal governo (il presidente della Repubblica glielo ha esplicitamente e pubblicamente chiesto), espulso dal Senato e intestatario di una condanna che vieta ogni accostamento ai pubblici uffici. Ma c’è l’altro curriculum, che Berlusconi ha compilato con mano ferma e con bravura, senza abbandonarsi a maledire il destino, e creandosi, per chi ci vuole credere, un’altra vita. In questo documento alternativo Berlusconi ha salvato l’Italia in generale (senza di lui stava letteralmente andando verso la rovina).

E in particolare ha immaginato e guidato, in patria e nel mondo, una serie di atti di governo che, dopo lungo abbandono, hanno restituito al Paese dignità, efficienza e il rispetto del mondo. E infatti faceva la spola tra Gheddafi e Putin che non si stancavano di onorare in lui la guida moderna di uno Stato moderno.

Matteo Renzi, viale del Cazzaro

di Alessandra Daniele

Matteo Renzi è un modello obsoleto. Infatti non riceve più aggiornamenti. Questa settimana s’è notato particolarmente nel suo logorroico e soporifero comizio a Piazza Pulita, l’ennesima anacronistica ripetizione del solito copione ormai completamente logoro, dalla litania sugli 80 euro panacea di tutti i mali, alla cazzata del milione di posti di lavoro che conta anche chi ha lavorato un’ora in un mese, alla rituale difesa della sua imbarazzante ministra-immagine, e della ripugnante controriforma anticostituzionale che portava il suo nome, alla mitizzazione di Obama, corresponsabile della carneficina siriana e libica.

Come Norma Desmond in “Viale del Tramonto”, Renzi continua a recitare un film che non ci sarà mai, per un pubblico che non c’è più. Anche quando è in diretta sembra una replica vecchia di anni, persino più vecchia della sua stessa età. Un fantasma smagnetizzato degli anni ’80, un Claudio Martelli in cromakey. La cosa più patetica del suo vaniloquio di Piazza Pulita è stata la scusa accampata per il mancato ritiro della politica che aveva solennemente promesso: “M’hanno detto no, tu non hai diritto di decidere per i fatti tuoi di andare a fare i soldi in America, e lasciarci qui”.

Testuale. Se Matteo Renzi provasse a fare i soldi in America, finirebbe in galera. Non che gli americani siano più scafati o più legalitari, ma s’incazzano di più quando s’accorgono che qualcuno li vuole fregare. E Renzi si farebbe scoprire subito anche lì. Innanzitutto perché non parla inglese. Lo simula. Come tutte le sue presunte competenze. È un modello obsoleto. Quello che gli americani chiamano One-Trick Pony.

Fascismo e antifascismo al tempo di Renzusconi

di Angelo Cannatà

Forse vale la pena raccontarlo. Sono in fila sabato 9 dicembre alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria di Roma, dopo mezz’ora arrivo alle casse, pago, entro per visitare la mostra e seguire la presentazione di Renzusconi, Paper First, di Andrea Scanzi. La mostra è interessante e il libro fa riflettere e diverte. Esilaranti i ritratti degli “Undici piccoli renziani”; e poi ha ragione l’autore, basta con la storia dei vecchi da mandare a casa, “De Mita è più giovane di Renzi”: li ascolti in Tv e “di colpo, distintamente, capisci che tra i due quello giovane non sia Renzi”.

Belle le pagine sul “Silenzio degli intellettuali”. Argomenta con ironia, Scanzi, e aiuta a capire. Testo stimolante. Ma risulta utile – non sembri strano – anche la mezz’ora di fila; gli argomenti dominanti, tra i giovani che mi stanno accanto, sono i fascisti di Como e la piazzata dell’ultradestra romana nella sede di Repubblica.

Smetto di sfogliare il giornale e ascolto. Ho idee precise sul tema: la violenza contro un’Associazione, un giornale, è insopportabile; giusta la manifestazione di Como, mostra la tenuta del Paese, la capacità di ricompattarsi di fronte al fascismo. Ascolto con interesse i giovani soprattutto quando sorge una disputa che non prevedo. Insomma, ho sempre pensato che reagire compatti al neofascismo sia un valore. Ma il giovane che ho di fronte dice che su questo principio – opporsi all’ultradestra – “Renzi gioca sporco”.

Il Cavaliere dell’Apocalisse

di Alessandra Daniele

Nel 2018 cade il quarantennale dell’era Berlusconi, cominciata nel 1978 con l’acquisizione da parte di Fininvest e l’inaugurazione ufficiale di Tele Milano 58, che diventerà Canale 5 nel 1980, la prima pietra del piccolo impero mediatico-pubblicitario che frutterà al Canaro il titolo di Sua Emittenza. Fra i personaggi di Tele Milano 58 fin dall’inizio Barbara d’Urso, Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Claudio Cecchetto, e Mike Bongiorno. I veri ministri di Berlusconi.

Nel 1978 Beppe Grillo partecipava come comico alla sua prima edizione di Sanremo su Raiuno. Oggi, nel quarantesimo anno della sua era, Berlusconi torna a interpretare il suo ruolo preferito: il Salvatore della Patria dall’Apocalisse, stavolta non comunista, ma grillina. Probabilmente il trucco funzionerà di nuovo, visto che l’Italia è un paese senza memoria, senza speranza, e senza dignità.

Sta già funzionando. Nei sondaggi Forza Italia è in costante ripresa. Il Polipo delle Libertà tutto compreso supera sia il Pd che il M5S di dieci punti. Eugenio Scalfari ha dichiarato che come premier preferirebbe Berlusconi a Di Maio. Scalfari sa benissimo che l’unica speranza per il Pd di tornare al governo è un’alleanza col Canaro, che lo preferisca è ovvio, ma è anche la prova che l’establishment, dopo il patetico fallimento di Renzi, adesso è ridotto ad aggrapparsi al sarcofago dello stesso Berlusconi che nel 2011 aveva cercato inutilmente di rottamare.

Il Berlusconi pregiudicato contro il “personaggetto” Renzi: auguri, brava gente

di Paolo Farinella

In questi lunghi mesi di silenzio, per motivi di salute, ma principalmente per ragioni di dignità politica e civile, ho ricevuto moltissime e-mail che m’invitavano a commentare la cronaca politica, cui però ho sempre resistito. Ho mantenuto solo l’impegno fisso, quindicinale, che da quasi un decennio ho su la Repubblica-Il Lavoro, edizione ligure, su temi genovesi o liguri, ma spesso spaziando anche a livello nazionale e oltre. Pezzi peraltro apprezzati, se sono richiesti anche all’estero.

Non voglio inseguire la cronaca di una situazione socio-politica demenziale in cui il sopra diventa sotto, il passato non esiste, il futuro è solo promesso e in politica danzano nani e ballerine, marpioni e finti giovani, falsari accreditati e falsi garantiti. Guardo con distacco lo scenario che è davanti a noi, non fermandomi alla polvere superficiale, ma cercando di andare in profondità per vedere se vi sono coordinate che possono guidare un pensiero.

Comincio dai giornali e dai «media» in generale, in primo luogo la Tv, pubblica e privata. Nella quasi totalità, escluso il Fatto quotidiano che, non prendendo finanziamenti pubblici, rischia ogni giorno il giudizio dei suoi lettori che ogni mattina si recano in edicola, la maggior parte dei «mass-media» si dividono in «padronali» per natura e proprietà e pubblici per finta e per copertura.

Futuro della sinistra: hanno distrutto i nostri valori

di Tomaso Montanari

Antonio Padellaro scrive che se la sinistra non sarà rappresentata nel prossimo Parlamento, i responsabili faranno “bene a espatriare”. Sono d’accordo: è per questo che, il 18 giugno scorso, ho lanciato – al Teatro Brancaccio, con Anna Falcone e quasi duemila persone – un appello per “una sola lista a sinistra”.

Ma non parliamo della stessa “sinistra”. Padellaro è convinto che il Partito democratico ne faccia parte, e che le divisioni dentro e fuori quel partito siano tutte imputabili alle “inimicizie personali” di Matteo Renzi e ai simmetrici personalismi dei troppi leader che si contendono il “comando”. Ma se c’è una cosa che appare chiara proprio leggendo il Fatto Quotidiano è che il Pd è un partito che da tempo non ha nulla a che fare con la sinistra: esso ha invece preso il posto della vecchia Democrazia cristiana, senza averne tuttavia la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. È il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. L’unico.

L’Italia così com’è (segnata dalla massima crescita europea della diseguaglianza, Regno Unito escluso) è un prodotto del Pd, che – insieme ai partiti di cui è erede, nella formula del centrosinistra – ha governato più a lungo di Berlusconi. Lo smontaggio dello Stato, la distruzione del pubblico e la negazione sistematica di pressoché tutti i principi fondamentali della Costituzione sono da imputare al Pd almeno quanto a Forza Italia.

Legge elettorale, fermiamo la deriva

Elezioni - Foto di Davide e Paola

di Alfiero Grandi, vicepresidente Coordinamento democrazia costituzionale

La legge elettorale torna di attualità perché nessuno può assumersi apertamente la responsabilità della mancata approvazione senza pagare un prezzo politico pesante. Non fosse che per finzione, la legge elettorale tornerà in discussione. Una nuova legge elettorale è indispensabile dopo il referendum del 4 dicembre 2016, che ha bocciato la manomissione della Costituzione e l’affossamento del Senato, che è rimasto elettivo.

Il presidente della Repubblica ha chiesto al Parlamento di approvare una nuova legge elettorale prima delle elezioni ed è ridicolo giustificare il fallimento del tentativo che ha coinvolto i maggiori partiti, con un incidente parlamentare importante ma non tale da giustificare un voltafaccia. In realtà Matteo Renzi non reggeva più le critiche del fronte maggioritario e ha colto l’occasione per mandare tutto all’aria.

Il 6 settembre la Commissione della Camera riprenderà l’esame della legge elettorale. Occorre vigilare per ottenere una nuova legge elettorale, evitando che diventi una soluzione peggiore del problema che dovrebbe risolvere.

Nell’opinione pubblica permane una sottovalutazione dell’importanza della legge elettorale, che invece dovrebbe avere i suoi capisaldi scritti nella Costituzione, così da evitare – come è accaduto più volte – che tra Costituzione e legge elettorale si aprano contraddizioni su cui sono intervenute le sentenze della Corte. Purtroppo tardive, visto che abbiamo votato tre volte con il Porcellum prima che fosse dichiarato incostituzionale.

Chi vuole fare la sinistra: un abbraccio è un abbraccio

di Antonio Gibelli

Inutile negarlo: un abbraccio è un abbraccio, come un pacca sulla spalla è una pacca sulla spalla e un sorriso è un sorriso, specie se affettuoso e timido come quelli che sfodera di regola Giuliano Pisapia. Inutile cercare scuse del tipo: si è trattato di un gesto di cortesia, in fondo ero ospite, sono solo andato a salutarla. Niente da fare. Un abbraccio è un abbraccio, come una rosa è una rosa, né più né meno.

Almeno avesse cercato di dissimulare, come suggerisce una fine stratega, autrice del commento più sagace, una vera pietra miliare nella storia della sinistra eternamente perdente: «Non doveva essere così plateale», «bisognava farlo in modo meno entusiastico», insomma «bastava usare un poco più di discrezione». Nascondersi dietro uno stand, per esempio, e consumare in fretta. Oppure stringere la mano voltandosi dall’altra parte, come fece Letta salutando Renzi al cambio della guardia governativo.

Ma Pisapia no, non è stato abbastanza accorto, non è stato capace. Non sará mai un leader. I veri leader, se proprio necessario, lanciano l’abbraccio ma ritirano la guancia. Altrimenti «il nostro popolo», anzi non tutto, solo «un pezzo del nostro popolo», si disorienta o addirittura storce il naso. Ma come, pensa il popolo, abbracciare il nostro nemico? E contro chi allora faremo la guerra? E quando Bersani abbracciò Alfano allora? Non ci furono proteste anche allora?