Tag Archives: matteo renzi

Sinistra, serve una battaglia di civiltà per rifondare la scuola

di Anna Angelucci

Partiamo da un dato di realtà: l’attuazione della legge 107, per tutti la “buona scuola”, violentemente imposta al paese da Matteo Renzi e dal Partito Democratico nel 2015, si sta consumando nell’inerzia di una rassegnata e passiva accettazione da parte di insegnanti e studenti [1], contrari soprattutto ai tre aspetti più cogenti del provvedimento – chiamata diretta, bonus premiale e alternanza scuola-lavoro, lesivi di norme e principi costituzionali – ma incapaci di elaborare un’efficace strategia di mobilitazione, opposizione e contrasto.

Al netto di reazioni di protesta a macchia di leopardo – che hanno visto alcune scuole devolvere il bonus ad attività filantropiche o utilizzarlo come parte del fondo d’istituto, oppure rifiutarsi di stilare una lista di requisiti per selezionare i docenti più ‘adatti’ – una reazione politica compatta, forte, necessariamente unitaria e condivisa a livello nazionale, alla legge che sta distruggendo il sistema scolastico italiano indubbiamente non c’è.

Amministrative, G7 e elezioni francesi: qualcosa si muove (ma l’Italia non coglie)

di Pierfranco Pellizzetti

Gli auguri e gli aruspici della politica iniziano a scorgere segni importanti nei voli degli uccelli o nell’esame delle viscere sacrificali. Metaforici. Tanto a livello internazionale come sovranazionale e sub-statuale.

Possiamo cominciare dall’effetto inintenzionale di ricompattamento del quadro europeo prodotto dal bullesco Trump al G7 di Taormina, quando ha denunciato unilateralmente gli accordi di Parigi su clima e ambiente. Perché quello è stato il momento in cui i nanerottoli che compongono l’Unione europea sono stati riportati alla realtà: solo facendo massa critica si può sperare di avere voce in capitolo nel consesso mondiale, in cui dominano soggetti a dimensione continentale.

Ovviamente un “cave” salutare per la costruzione europea, negli ultimi tempi giunta a pochi centimetri dal baratro, che ha costretto le élites di Bruxelles a rendersi conto di quanto fosse demente e suicida la svolta a partire dal 2011, denominata eufemisticamente “austerity” (in realtà una sorta grassazione permanente a danno dei popoli continentali; a vantaggio delle rispettive plutocrazie, finanziarie e non solo); al tempo stesso gli euro-fobici venivano smascherati per quel che sono: irresponsabili demagoghi arruffapopoli, che con il ritorno alle piccole patrie assicurerebbero a chi intende seguirli la clonatura dei disastri creati nel Regno Unito dalla Brexit.

Silvio Berlusconi e Matteo Renzi: democrazia a termine (indipendentemente dagli inciampi)

di Alessandra Daniele

Dopo averli aboliti temporaneamente per evitare un’altra disfatta referendaria, il governo ha reintrodotto i voucher. Se Renzi tornerà premier, anche la sua controriforma costituzionale rispunterà dalla tomba allo stesso modo. Smantellare la Costituzione è il compito affidatogli dall’establishment, e il Cazzaro sta facendo di tutto per ottenere una seconda chance di portarlo a termine, benché i suoi stessi committenti non si fidino più di lui.

Le prossime elezioni politiche saranno il secondo tempo del referendum. Come tutte le riforme renziane, la nuova legge elettorale in preparazione è una porcheria scritta col culo. È un proporzionale mezzo maggioritario, ma a liste bloccate, un Maggiorinale di costituzionalità molto dubbia che non garantisce né governabilità né rappresentanza, ma soltanto le esigenze speculari dei due partiti più grossi: per il PD poter governare senza dover vincere, per il M5S poter vincere senza dover governare.

Nelle intenzioni di Renzi c’è riesumare la Grossolana Coalizione con Forza Italia, mentre il voto antisistema finisce di nuovo congelato all’opposizione dal Movimento 5 Stelle, e Alfano resta decapitato dalla soglia di sbarramento. La Vendetta degli Alfaniani (che sembra il titolo d’un vecchio episodio di Doctor Who) non preoccupa il Cazzaro, anzi: un casus belli per scannare Gentiloni è esattamente ciò che gli serve.

Rai: il disastro degli zelanti a viale Mazzini

di Vincenzo Vita

“Non si uccidono così anche i cavalli?” recita il titolo di un famoso film del 1969 di Sydney Pollack con Jane Fonda. Ed è proprio il cavallo scolpito da Messina che simboleggia la Rai a morire in queste ore. Sì, perché la miscela tra dilettantismo, arroganza e insipienza politica sta riuscendo nell’opera di devastazione del servizio pubblico che a nessuno – destra dura e pura, berlusconiani, sinistrorsi delle terze vie – era finora riuscito.

Le ultime decisioni tese a sfiduciare da parte della maggioranza di un consiglio di amministrazione ormai logoro l’amministratore Campo Dall’Orto, del resto rivelatosi la persona sbagliata al posto sbagliato, ci raccontano che l’occupazione di viale Mazzini da parte del mondo “renziano” è miseramente fallita. Tra il dramma e la farsa. Con grande improntitudine fu varata con impeto autoritario la (contro)riforma, la legge 220 del dicembre 2015. Quest’ultima, a costo di sovvertire quarant’anni di giurisprudenza costituzionale e le linee guida adottate dalle stesse forze che diedero vita al partito democratico, attribuì poteri assoluti all'”uomo solo al comando”, scelto verosimilmente più per la partecipazione alla Leopolda che per meriti manageriali.

Consip: il figlio, il padre e noi

di Antonello Caporale

Il bunga bunga, ricordate? Per denigrare la stampa che ne rivelò l’esistenza fu definito voyeurismo giornalistico, fu bollato come l’età evolutiva del giornalista moralista e ipocrita, fu spiegato che non avesse nulla di penalmente rilevante e dunque valesse solo a suscitare intrigo morboso e curiosità sfacciata. Fu scelta come definizione la “gogna mediatica”, lama che trafigge l’incolpevole di turno.

Le serate del bunga bunga svelarono invece un tratto identitario di Silvio Berlusconi. Altro che giudizio morale! In gioco non c’erano i suoi gusti sessuali, le abitudini di casa e ogni altro aspetto privato del tutto privo di interesse pubblico. In gioco c’era la bandiera italiana che Berlusconi (nessun altro premier si è permesso di imitarlo per fortuna) volle issare sul portone di casa sua, trasformando le mura domestiche in una residenza ufficiale abitata e frequentata da decine e decine di persone, molte delle quali pubblici ufficiali. In gioco c’erano i ricatti – che in seguito avremmo visto quanto persuasivi – verso il presidente del Consiglio dei ministri da parte di persone senza molti scrupoli, in gioco ci fu la sua immagine e quella del Paese che rappresentava. E i ricatti – magari conosciuti anche da terzi – rendevano più forte o più debole Berlusconi? Più autorevole o meno?

Oggi, come ieri, la storia si ripete. Si derubrica a innocente e privata la conversazione di un figlio con un padre – anch’essa irrilevante ai fini penali – conducendola nell’orlo della sempiterna gogna. Dimenticando colpevolmente che quella conversazione, grazie al lavoro e alle capacità di Marco Lillo, rivela l’istantanea di un grumo di potere e di affari, l’opacità di un padre – genitore dell’ex premier – e il terrore di un figlio – in corsa per il bis – nel disvelarla.

Primarie del Pd: quattro ragioni per cui questo voto non è servito a niente

Matteo Renzi

di Vincenzo Russo

Queste primarie del Pd mi hanno ricordato le elezioni che organizzano le semi-dittature presidenziali. Ancora prima del risultato qualcuno ha già scritto il discorso della vittoria. Primarie così non servono né a Renzi né al Pd. Gli italiani non sono stupidi e sanno riconoscere una vera vittoria (come fu quella del 2013 contro Cuperlo e Civati) distinguendola dalla sceneggiata che ha raggiunto il suo apice poco prima della mezzanotte di ieri con il discorso della vittoria declamato sul tetto della sede del partito a Largo del Nazareno.

Una sceneggiata che continua e continuerà non si sa fino a quando, visto che sono dovute passare più di 12 ore dalla chiusura dei seggi per avere i risultati ufficiali regione per regione e il dato definitivo della vera affluenza ai gazebo. Ma vediamo nel dettaglio perché queste primarie sono state inutili per rilanciare il Pd e soprattutto per il rilancio dello stesso Renzi a livello mediatico.

Sanità: ancora sul welfare aziendale e sul “trappolone” di Renzi & C.

Ospedali e sanità

di Ivan Cavicchi

Ho letto, su Quotidiano sanità, puntuali come il destino, le rimostranze contro il def dei nostri abituali commentatori. Tutti a gridare risentiti al de-finanziamento della sanità come se fosse una novità. Il de-finanziamento, come ho scritto tante volte, è la conseguenza logica di una precisa strategia finanziaria (peraltro mai nascosta dal governo Renzi) e che in ragione di una, tutt’altro che casuale politica economica, conta di abbassare nel tempo l’incidenza della spesa sanitaria nei confronti del pil.

Il def 2017 in sintonia con questa politica economica, ispirata dal Jobs act e che la “mozione Renzi”, per evidenti ragioni di coerenza, non smentisce, conferma il de-finanziamento della sanità ma, questa volta, (ecco la vera novità sulla quale i nostri arcigni commentatori hanno stranamente taciuto), prevedendo in modo esplicito, di contro, misure per lo sviluppo del welfare aziendale.

La mia tesi sul “trappolone” (QS 3 aprile 2017) sembrerebbe quindi tutt’altro che campata per aria, (mi dispiace per coloro che sognando migliaia di assunzioni ci hanno spiegato, su questo giornale, che la mozione Renzi “va nella direzione giusta”). Il welfare aziendale, mettetevelo in testa, implica, per forza, cioè per ragioni di pura compatibilità finanziaria, il progressivo de-finanziamento della sanità pubblica.

Italicum, cronaca semiseria di una fregatura

Italicum

di Silvia Truzzi

Quella che state per leggere è la storia dell’Italicum, per i distratti la legge elettorale che in teoria dovremmo avere ma in realtà non abbiamo affatto. Si sa: nei talk-show appena uno ha l’ardire di nominare la legge elettorale il conduttore di turno si colora di verde tendente al giallo. Una volta ripresosi dallo sgomento, si affretta a tacitare l’impavido interlocutore con una formuletta che suona più o meno così: “Non annoiamo gli spettatori con queste tecnicalità”. Le quali sono tuttavia il meccanismo con cui mandiamo i politici in Parlamento a fare le nostre veci, cioè regolano il principio della rappresentanza. Si obietterà: ma chi se lo ricorda più com’è votare, almeno com’è votare sapendo che la propria preferenza vale qualcosa e che non verrà distorta dai trucchetti del legislatore.

Da più di dieci anni, si sa, votiamo con una legge dichiarata incostituzionale, il Porcellum, che avrebbe dovuto essere sostituito dall’Italicum, divenuto legge il 4 maggio 2015 a suon di fiducie, voti segreti, scazzottate a Montecitorio e blitz notturni del premier Renzi in Parlamento. La nuova legge però sarebbe entrata in vigore più di un anno dopo, a luglio 2016: siccome vale solo per la Camera, bisogna aspettare la riforma costituzionale del Senato. Nonostante la dilazione, il giorno dell’approvazione è un trionfo a reti unificate. Per il presidente del Consiglio è più di una vittoria, è “un pilastro” del suo progetto politico, come annota il Financial Times. Il diretto interessato conferma: “I primi giorni in Europa mi guardavano con la faccia di chi diceva avanti un altro: ‘Vediamo a chi tocca, ne abbiamo visti tanti’… La credibilità dell’Italia è centrale. Grazie a questa legge elettorale le cose cambieranno davvero: uno farà il presidente del Consiglio per 5 anni, magari 10 per poi andare a casa”.

Buona scuola, va avanti la legge più odiosa. In perfetto Renzi’s style

Matteo Renzi e la buona scuola

di Marina Boscaino

La definitiva smentita di tutti coloro che avevano creduto che la nomina di Valeria Fedeli a ministro dell’Istruzione in sostituzione di Stefania Giannini avrebbe prodotto un cambiamento di rotta sulle politiche scolastiche è arrivata puntualmente sabato 14 gennaio, quando il Consiglio dei ministri ha approvato 8 delle 9 deleghe previste dalla legge 107/15 (la cosiddetta Buona Scuola) su altrettante materie fondamentali per il sistema scolastico di istruzione: esame di Stato, istruzione professionale, valutazione, diritto allo studio, per dirne solo alcune.

Tra tutti spiccano i provvedimenti relativi all’inclusione scolastica e al percorso 0-6, sui quali da lungo tempo una parte consistente della scuola aveva espresso fortissime perplessità e resistenze e di cui occorrerà parlare diffusamente per illustrarne la pericolosità. Ma, non pago dell’autoritarismo con il quale fu approvata la legge più odiosa (quanto a normativa scolastica) della storia della Repubblica, il governo Gentiloni si è pervicacemente allineato con quell’atteggiamento che – ricordiamolo – è stato uno dei motivi del mai discusso ed analizzato pubblicamente flop referendario del 4 dicembre.

Alcune rapide questioni solo apparentemente periferiche: non è vero fino in fondo che la nomina di Fedeli sia stata un evento in perfetta continuità. La sua provenienza sindacale (Cgil, tessili) ha consentito nei primissimi giorni del suo mandato di riallacciare un dialogo con le parti sociali, che ha fatto registrare modifiche per quanto riguarda il contratto di mobilità.

Dario Vassallo, il fratello del sindaco ucciso: “Caro segretario del Pd, al Sud ha stravinto il No per De Luca & C.”

Angelo Vassallo

di Dario Vassallo

Gentile segretario del Partito democratico Matteo Renzi. “Al sud abbiamo perso, perché abbiamo delegato ai notabilati”. Lei al Sud ha perso perché ha avallato una politica feudale che imperversa da oltre 40 anni e che si tramanda da padre in figlio, come una dote, una carica nobiliare, avendo un solo scopo, mantenere il potere. Lei non ha rottamato niente e nessuno, da quando è diventato segretario tutto è rimasto come prima e le sue promesse sono diventate un miraggio.

Ma lei conosce veramente Vincenzo De Luca? Egli è il presidente della Regione Campania, al quale io avevo chiesto il riconoscimento del giglio marino come specie protetta, visto che la Campania è l’unica regione del Sud a non riconoscerlo.

È il presidente al quale avevo chiesto di attuare, praticamente, nella sua regione e a favore dei pescatori, il progetto “Pulizia dei fondali marini”. Non è una cosa strana: è un progetto scelto dal Dipartimento di Stato a rappresentare l’Italia alla Conferenza Mondiale sugli oceani organizzata da John Kerry, e tenutasi a Washington il 15-16 settembre 2016.

Egli è il presidente che ha nominato Franco Alfieri, consulente personale per Caccia, Pesca e Agricoltura, dandogli poteri ampi. Ma Lei conosce Franco Alfieri? Egli è il sindaco di Agropoli, incandidabile alle elezioni regionali del 2015. Lorenzo Guerini, mi rispose “chi lo vuole candidare dovrà passare sul mio corpo”. Chapeau al suo vicesegretario.