Intervista a Mario Capanna sul Sessantotto

di Rossella Ercolano

Introduzione

Caratterizzato dall’esplosione di grandi movimenti sociali di massa, quello degli studenti innanzitutto, il Sessantotto ha visto l’affermazione dei giovani sulla scena politica, sociale e culturale in Occidente. La caratteristica peculiare di quella stagione così tumultuosa è che i giovani, negli Stati Uniti così come in Europa, erano mossi dagli stessi motivi: essi manifestavano contro la società dei consumi e contro la guerra in Vietnam, attuando una critica radicale alle democrazie occidentali del secondo dopoguerra.

Sui muri della Sorbona di Parigi e su quelli delle università italiane riecheggiava lo stesso slogan: Il est interdit d’interdire. Come nota Marica Tolomelli:

«Un movimento sociale è, così come ci ha spiegato la sociologia dei movimenti, un attore collettivo animato da un forte senso di coesione interna e dunque di appartenenza, che nasce e si consolida nella mobilitazione su questioni attinenti al mutamento, in un processo di azioni volte ad espandere progressivamente la base sociale della mobilitazione […] L’esistenza di un comune sentire o, meglio, di un comune orientamento cognitivo rispetto all’ordine culturale sociale esistente, e dunque una auto rappresentazione condivisa, è alla base di ogni processo di formazione di un movimento collettivo» (Tolomelli 2008, p. 35).

La prima rivolta studentesca scoppiò nel campus dell’Università di Berkeley, in California, già nel 1964, dove aveva avuto origine un movimento studentesco noto come Free Speech Movement (FSM), fortemente legato sin dai suoi inizi al movimento per i diritti civili.
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