Alfredo Tradardi, nel mio giardino dei giusti

di Angelo D’Orsi

Chi non ha conosciuto Alfredo Tradardi, ora che se n’è andato, ha perso molto. Alfredo è stato una figura rarissima, sotto molti aspetti. Un appassionato militante per la causa palestinese innanzi tutto, per la quale ha speso larga parte della sua vita, e delle sue energie, di ogni genere. Alfredo però ha avuto una biografia complessa e articolata, come suol dirsi. Una vita ricca, intensa, che è stata spezzata da una fine imprevista e improvvisa, per un morbo non grave, ma che tale è diventato, perché sottovalutato, a quanto comprendo o scoperto troppo tardi.

Era nato all’Aquila, il giorno di Natale del 1936, è morto a Torino il giorno della Liberazione, del 2018. Diplomato al Liceo Classico di Ivrea, scelse poi la strada delle scienze applicate, laureandosi in Ingegneria, ottenendo un impiego, nel 1960, alla mitica Olivetti dei tempi d’oro, una fabbrica che fu un autentico laboratorio culturale, oltre che un centro di sperimentazione di un “capitalismo dal volto umano”. Alla Olivetti lavorò per un trentennio, fino al 30 novembre 1991, svolgendo ruoli di rilievo: progettista di telescriventi, coordinatore di gruppi di analisti/programmatori di sistemi informatici non solo per quella azienda, ma per altre, esterne.

Fu anche direttore di filiale e direttore marketing dei sistemi di telecomunicazione Olivetti. E via seguitando, mostrando capacità gestionali, tecniche, organizzative, e relazionali, oltre che una specifica intelligenza informatica: fu da questo punto di vista un autentico pioniere. Fu anche assessore alla Cultura a Ivrea, per due volte, negli anni Settanta e nei Novanta, con notevolissimi risultati.
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