Terremoto 2016

Il potere e il terremoto: le decisioni dal quartier generale della Ferrari

di Bruno Giorgini

Non si può dire che Matteo Renzi si sia fatto crescere l’erba sotto i piedi affrontando la questione del terremoto. Egli, come un surfista consumato, ha cavalcato l’onda ben oltre la sua dimensione di catastrofe naturale, facendone un paradigma della sua concezione per l’azione politica e l’esercizio del potere, dalla dimensione locale del borgo a quella transnazionale dell’UE.

Il punto d’arrivo per ora è stato l’incontro di Maranello con quattro protagonisti d’eccezione. Innanzitutto la Cancelliera Merkel, che governa lo stato più potente d’Europa e in modo più o meno diretto, a volte scabro a volte liscio, l’intera Unione Europea. Cancelliera che questa volta arriva non in uno dei palazzi istituzionali del potere politico e/o statuale ma alla Ferrari, fiore all’occhiello del made in Italy per un colloquio a quattrocchi con il nostro Presidente del Consiglio, senza Hollande al seguito. Grandi cerimonieri dell’incontro sono Marchionne Presidente della Ferrari e numero uno di FCA (ex FIAT), ma in realtà con un peso politico sociale che va oltre le sue pur importanti cariche imprenditoriali, e John Elkann, presidente della Fiat Chrysler, della FCA Italy e di Italiana Editrice, nonché della Exor SpA, la cassaforte della famiglia Agnelli, con altre minutaglie.

Visto da Maranello si capisce meglio il senso delle esternazioni recenti di Marchionne. La prima annuncia il suo voto favorevole, il suo sì, alla riforma costituzionale renziana, la seconda di fronte a una platea di studenti affermando che “non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa (..) non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è (..) l’efficienza non è e non può essere l’unico elemento che regola la vita”.
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Da Marchionne a Illy: la schiera degli industriali a favore della controriforma costituzionale

di Loris Campetti

Il nuovo presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, l’amministratore delegato e il presidente di Fca (Fiat Chrysler Automotive) Sergio Marchionne e John Elkann sono i grandi sponsor di Matteo Renzi e della sua controriforma costituzionale che butta nel fiume 47 articoli della Carta fondamentale delloStato italiano. Renziano senza freni anche il padrone dei freni Brembo, Alberto Bombassei, spirito animale del capitalismo nostrano, che al massimo canta al sindaco d’Italia “si può fare di più”. Per non parlare del re del caffe, Illy.

Tutti per il Sì, naturalmente: dove lo troverebbero un altro premier capace di smantellare i diritti del lavoro senza provocare rivolte e manifestazioni milionarie al Circo massimo? Vogliono semplicemente sostituire la democrazia con la governabilità, chiedono decisionismo e rapidità e, soprattutto, più agevolazioni all’impresa e meno tasse. Il liberismo di centrosinistra, per loro, garantisce risultati migliori del liberismo di centrodestra.

Quale scenario migliore di Shangai per l’ennesima partitella d’allenamento di pingpong tra premier e padroni? In Cina per il G20 che deve affrontare i grandi problemi del pianeta, Renzi in cerca di altri padroni disponibili a venire ad abbufarsi nel Belpaese, dopo aver omaggiato il nuovi padroni dell’Inter e della Pirelli, non perde l’occasione per l’ennesima propaganda referendaria: “Aperti al cambiamento… l’Italia dopo molti anni di crisi ha ricominciato a marciare nella giusta direzione (più ingiustizia sociale, zero pil, disoccupazione giovanile al top, ndr)… l’Italia ha grandi possibilità, purché smetta di piangersi addosso e faccia le riforme”.
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Fiat - Foto di Martin Abegglen

Il feticcio Marchionne travolto dagli operai americani

di Giordano Sivini

Gli operai delle fabbriche FCA degli Stati Uniti hanno bocciato la proposta di rinnovo del contratto quadtriennale di lavoro presentata dall’UAW e da Marchionne. Una dopo l’altra dalle grandi fabbriche è arrivata la conferma, nonostante l’insistenza dell’UAW di non ammettere la sconfitta. I margini sono rilevanti, dal 72 per cento di no degli operai di linea e al 65 per cento degli specializzati a Sterling Heights (3 mila dipendenti), all’87 e rispettivamente l’80 per cento di Toledo (5 mila dipendenti), al 77 e 65 per cento di Kokomo-Tipton con livelli che acquistano il significato di un’ondata di protesta liberatoria.

I risultati della proposta
I risultati della proposta

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Maurizio Landini

Le ragioni di Maurizio Landini

di Paolo Ciofi

Ricapitoliamo i fatti. Il segretario della Fiom Maurizio Landini, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, dichiara che siamo alla «fine di un’epoca» e che pertanto «è venuto il momento di sfidare democraticamente Renzi». Per questo, precisa, «il sindacato si deve porre il problema di una colazione sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza anche politica». Il quotidiano diretto da Marco Travaglio traduce e strilla un titolo a tutta pagina «Landini: ora faccio politica».

Si scatena una indecente bagarre mediatica. E sebbene lo stesso Travaglio riconosca che quelle parole messe tra virgolette Landini non le ha mai pronunciate, il capo del governo le brandisce come un’arma impropria per mettere fuori gioco il segretario del principale sindacato operaio di questo paese, con l’obiettivo di delegittimarlo anche moralmente. Come se fare politica sia diventato un peccato mortale: per gli altri naturalmente, non per chi il potere politico lo detiene.

Il repertorio di frasi ad effetto del governante di Rignano, che come al solito si spoglia di ogni responsabilità pubblica, è abbondante. Ma la qualità è nettamente al di sotto del livello medio di alfabetizzazione politica: «Landini sceglie la politica perché ha perso con Marchionne»; «non è Landini che abbandona il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini»; «sul Jobs Act ognuno può avere l’opinione che vuole (bontà sua), ma è difficile pensare che tutte le manifestazioni non fossero propedeutiche all’entrata in politica». E così via.
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Fiat - Foto di Martin Abegglen

Un tempo c’era Giuanin lamiera, l’Avvocato. Quanto è lontana la Fiat di oggi che chiude con Torino

di Loris Campetti

In val Chisone, dove la plurisecolare storia della Fiat ha avuto inizio e dove la fabbrica di cuscinetti a sfera di Villar Perosa costruita dal nonno senatore non si chiama più Riv ma porta il nome della multinazionale svedese Skf, per tutti era Giuanin lamiera. A Torino come a Roma, invece, per tutti era l’Avvocato, con la A maiuscola. Tra il Po e il Chisone, che dopo essersi unito al Pellice diventa un suo affluente, si stagliava l’impero degli Agnelli.

L’Avvocato poteva andare a comprare la cravatta a New York dopo aver messo fuori dalle sue fabbriche 23 mila operai, o infilarsi nell’elicottero per andare a fare il bagno in Grecia dopo aver benedetto l’accordo con Lama sulla scala mobile, ma sempre tra i due fiumi tornava, tra la collina di Torino e quella di Villar, luogo cult degli allenamenti e dei ritiri dell’amata (da lui, non fraintendetemi) Juventus. Del resto l’acronimo Fiat non vuol forse dire Fabbrica Italiana Automobili Torino?

Tutte le storie hanno un inizio e una fine. Il lucchetto sulla storia della Fabbrica Italiana Automobili Torino l’hanno messo lunedì 31 marzo il presidente Johm Elkann e l’amministratore delegato Sergio Marchionne, chiudendo l’ultima assemblea annuale, la centoquindicesima, degli azionisti Fiat svoltasi sulla riva del Po. La prossima si terrà in un albergo di Amsterdam, sede fiscalmente conveniente della nuova società Fca (Fiat Chrysler Automobil): così ha deciso il gotha del Lingotto per lasciare di stucco tanto il partito dei torinesi quanto quello dei tifosi di Detroit.
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Fiat - Foto di Martin Abegglen

L’Italia anello debole della Fiat?

di Francesco Garibaldo

Per valutare le prospettive del nuovo gruppo automobilistico Chrysler-Fiat è bene prima metter in fila una serie di dati di fatto. Il primo è di natura finanziaria; come ha ben spiegato Sivini [1] tutte le scelte strategiche di Marchionne sono state di necessità inscritte in uno spazio definito in modo vincolante dalla “famiglia Agnelli”: contenere gli investimenti entro i flussi di cassa. L’assenza di una strategia di rinnovamento dei modelli da parte Fiat, al di là delle razionalizzazioni di Marchionne sull’inutilità di investire in nuovi modelli in piena crisi, nasce da lì.

La Fiat ha adesso accesso alla cassa della Chrysler, 12 miliardi, ma il nuovo gruppo ha un debito di 14,2 miliardi di euro, 4 volte il profitto operativo atteso per il 2013, a cui vanno aggiunti il debito del fondo pensionistico, stimato a 9 miliardi, e una stima di investimenti, negli USA, ormai inevitabili di almeno 8 miliardi a fronte di una liquidità di 20 miliardi; è l’azienda automobilistica più indebitata. L’idea che la nuova disponibilità permetta di allentare, per l’Italia – ci vorrebbero almeno 9 miliardi di investimenti -, il vincolo dei flussi di cassa è un’ipotesi possibile, ma la sua percorribilità deve misurarsi con il secondo fatto, il posizionamento di mercato del nuovo gruppo.

I quattro mercati mondiali più importanti sono l’Europa, la Cina, gli Usa e il Brasile. La Cina è in piena espansione con una crescita delle vendite nel 2013 del 16%, anno su anno, fino a 18 milioni di vetture. Negli Usa il mercato è sceso da una crescita a due cifre a un + 8% sino a 15,6 milioni di vetture; il Brasile è in calo per la prima volta dopo dieci anni, l’Europa ha registrato un -2,81%. Il nuovo gruppo è ben posizionato negli USA, ma sia la Fiat che la Chrysler non hanno una presenza importante in Cina, dove la Chrysler ha problemi seri di qualità con la Jeep Wrangler, accusata dalle autorità di prendere fuoco; la Fiat ha una forte presenza in Brasile; il gruppo nel suo insieme una debolissima presenza in Europa.
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Fiat - Foto di Martin Abegglen

Il tramonto del marchese Del Grillo: benvenuti alla corte del super manager Marchionne

di Loris Campetti

E bravo Marchionne che s’è comprato la Chrysler e questa volta per intero. Poi ci dicono che l’industria italiana è in liquidazione, quando invece succede che la Fiat diventa addirittura padrona di una delle tre big dell’automobile made in Usa. E bravo anche Ezio Mauro, il direttore di Repubblica che la scorsa settimana è riuscito a intervistare il super manager italo-canadese che paga le tasse in Svizzera facendogli esporre tutto, ma proprio tutto, il suo progetto industriale. Brava Repubblica, anche perché l’indomani dello scoop del direttore ha intervistato l’unico soggetto che ha l’ardire di polemizzare con la strategia e i comportamenti di Marchionne, il segretario della Fiom Maurizio Landini. È il pluralismo, è la stampa bellezza.

Sarebbe da miserabili – lo diciamo seriamente – criticare la scelta di Ezio Mauro di aprire la prima pagina e dedicare per intero la 2 e la 3 all’ad Fiat, mentre Landini è stato relegato a pagina 11, con un richiamo in prima di due centimetri per quattro: Marchionne è Marchionne, fa oscurare persino il Marchese del Grillo (“io so’ io e voi non siete un cazzo”). Ci permettiamo soltanto qualche domanda ingenua:
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Pd - Foto di Francesca Minonne

Post-comunisti e (non) post-democristiani del Pd: tutto da prendere e niente da dare

di Loris Campetti

Chissà che idea hanno delle sfogline bolognesi o dei robusti responsabili del servizio d’ordine torinese, i dirigenti post-comunisti che insieme ai (non)post democristiani hanno dato origine al partito che non c’è. Devono pensare che sono nient’altro che utili idioti, quei compagni e quelle compagne, che da oltre settant’anni, generazione dopo generazione, nome dopo nome (Pci, Pds, Ds, Pd) offrono gratuitamente e con passione identitaria i loro servigi al partito per rendere possibili le feste, o per difendere i loro dirigenti e i cortei.

Gente a cui puoi chiedere tutto senza dare nulla, puoi chiedere loro di votare per il Partito democratico per mandare a casa Berlusconi una volta per tutte e poi fare, anzi rifare, il governo insieme a Berlusconi. Avevi garantito a sfogline e servizi d’ordine che non sarebbero morti democristiani, e poi consegni alla migliore e soprattutto alla peggiore Dc le speranze di milioni di persone perché ne facciano carne di porco. Ai giovani preferisci le famiglie, così come già da tempo alla scuola pubblica preferisci quella privata, e pensi che in fondo il nucleare…

L’esito della crisi politica esplosa dopo un voto che chiedeva cambiamento e ha ottenuto restaurazione ci interroga tutti (“chiedete giustizia e sarete giustiziati”, scriveva magistralmente Stefano Benni un secolo fa). Interroga la sinistra delle ammucchiate che non ha convinto neanche la pletora di partitini che l’ha promossa, la sinistra entrista che avrebbe voluto trasformare il brutto anatroccolo in cigno ed è rimasta impantanata nello stagno, la sinistra che ha smesso di votare, chi è in movimento e chi si è fermato, chi sogna la democrazia in rete e chi la democrazia in carne e ossa.
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La Pira, la vittoria di Napolitano e il tetto che si è bruciato

di Vittorio Capecchi

Firenze sabato pomeriggio – La vittoria di Napolitano

Sono a Firenze per accompagnare Amina a un convegno sul Tai Chi (taiji) dal titolo “Tra terra e cielo”. Amina fa la relazione sul “Pensiero del Tao tra oriente e occidente”, Massimo Mori su “Declinazioni del principio del Taiji”, Marco Venanzi su “I principi dell’arte marziale nel lavoro su di sé e nella relazione di aiuto”, Fabio Tozzi su “Le arti marziali all’interno del Taiji”.

In questa atmosfera molto bella mentre parla Tozzi viene dato l’annuncio: Napolitano ha vinto con i voti del PD, PDL e Lista civica. Non ci vuole molto a capire cosa è accaduto. Il tetto del PD si è bruciato: la candidatura “cattolica” di Marini fatta con il PDL è stata bruciata in modo esplicito da Renzi e da una parte consistente del PD, la candidatura di Rodotà non è mai stata presa in considerazione dal PD nonostante fosse diffusa tra tanti giovani PD e appoggiata da persone sagge come Massimo Cacciari, la candidatura di Prodi è stata bruciata in modo non esplicito all’interno del PD da “l’arte sicaria di D’Alema” come scrive Giorgini ed è la conseguenza di un lungo processo che, come scrive Sergio Caserta, parte dalla Bolognina. Con PD, PDL e Lista civica (che hanno votato Napolitano presidente) che, come scrive Marina Coppola (vedi Dossier dopo elezioni 52), “non hanno mai, a differenza di Rodotà, levato alta la voce contro Marchionne”.
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L’Inchiesta: esce il nuovo numero, dalla crisi della politica agli asili di Parma e Bologna

Esce il nuovo numero della rivista diretta da Vittorio Capecchi l’Inchiesta (Edizioni Dedalo), strumento di ricerca e pratica sociale che indaga sui temi e problemi del mondo del lavoro, della scuola, della condizione femminile e giovanile, dell’immigrazione. Giunta al numero 179, ecco alcuni dei temi presenti nel sommario della rivista: L’editoriale: Pulcinella senza frontiere e […]

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