Modena: manifesto per un trasporto pubblico locale, efficiente e sostenibile

L’urbanista Lorenzo Carapellese ha presentato ai primi di maggio, in un conferenza stampa organizzata da Sinistra Italiana, un “Manifesto per un trasporto pubblico locale, efficiente e sostenibile a Modena”. Qui sotto il pdf liberamente scaricabile con l’intervento completo. Di seguito una sintesi.

Le motivazioni per la messa a punto del manifesto, vanno ricercate nel fatto che di trasporto pubblico a Modena come in tante altre parti di Italia se ne parla solo in occasione di scioperi, aumento del biglietti, bus che prendono fuoco e/o per il rinnovo dei CDA. Invece il trasporto pubblico è molto di più che una modalità di trasporto. E “…il nuovo paradigma della mobilità che considera gli spostamenti non come derivata, funzionale allo svolgimento di attività, ma anche come attività in sé, non un tempo morto, ma un tempo sociale che ha bisogno di riappropriarsi dello spazio urbano, di competenze e risorse” recita il Manifesto.
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Elogio del volantino e del manifesto

La piramide della politica - Illustrazione di LoSpiffero.com
La piramide della politica - Illustrazione di LoSpiffero.com
di Sergio Caserta

Un tempo, ormai perso nella memoria ma non troppi anni fa, quando i partiti facevano ancora politica, cioè erano attivi nel territorio e nei luoghi di lavoro, a contatto con le persone e i loro problemi tutti i giorni, la comunicazione politica era sostanzialmente affidata ai giornali e ai mezzi di diffusione gestiti direttamente dai circoli e dalle sezioni.

In quel tempo quando accadeva qualcosa di significativo a livello locale o nazionale, era abitudine riportare la notizia su un volantino, scritto e stampato al ciclostile e diffuso tra iscritti, elettori o cittadini, nei luoghi di lavoro ciò era ancora più abituale perché erano tutti insieme. Quando bisognava comunicare qualcosa di veramente importante si faceva un manifesto o un tazebao utilizzando il retro di manifesti non più usabili, si usciva con il secchio e la colla e si faceva informazione.

Non di rado succedeva d’incontrarsi con altri gruppi di partiti diversi che affiggevano anche loro i manifesti, potevano anche accadere scaramucce per gli spazi da utilizzare, i fascisti di solito giravano con mazze e catene, erano molto pericolosi. Quindi bisognava uscire in gruppi numerosi. Queste modalità di comunicazione erano fondamentali per informare, per suscitare interesse, per conquistare consensi. La gente sapeva che i partiti esistevano, che avevano opinioni, le esprimevano, s’interessavano dei loro problemi.
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Emilia Romagna: i circoli del Manifesto chiamano, le liste civiche rispondono

Liste civiche - Foto di La Carbonara Blog
Liste civiche - Foto di La Carbonara Blog
di Giovanni Moi

Il fenomeno delle liste civiche che operano fra Modena e Bologna comincia a destare interesse anche al di fuori della loro tradizionale area di collocazione. Se n’è parlato sabato 13 luglio 2013 al Centro “G. Costa” di Bologna nell’incontro dal titolo “Cittadini attivi, dai movimenti alle liste civiche”, organizzato dal Circolo del Manifesto in Rete. Moderatore del dibattito, Sergio Caserta, con la collaborazione del giornalista Loris Campetti del Manifesto.

Si dice spesso che in provincia le novità arrivano dopo. Nel caso della nascita dei movimenti civici sembra si stia seguendo il percorso esattamente contrario. Con la zona che va da Castelfranco nel modenese fino a Crespellano nel bolognese, in cui non c’è Comune nel quale non sia presente almeno una lista o un comitato di cittadini. Tutto il contrario della città di Bologna, dove il tentativo di costituire un movimento civico autonomo, invece, segna il passo. Lo si è visto all’indomani delle dimissioni del Sindaco Delbono quando furono organizzati i “Consigli fuori dal Comune”, assemblee a cui aveva partecipato un numero sempre crescente di bolognesi. Quando però si è trattato di concretizzare questo tipo di esperienza in una forma di organizzazione politica più strutturata, “ci si è arenati per l’incapacità di staccarsi dal modello partitico tradizionale”, ha ricordato Sergio Caserta. Insomma, in questo caso, sembra proprio che possa essere la “provincia” a fare da apripista alla grande città.
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Lavoro - Foto di Daniela

Manifesto contro la disoccupazione di massa

di Susanna Kuby

Anche i politici ora parlano del lavoro – del lavoro che non c’è – come se la disoccupazione fosse una scoperta sorprendente o una novità indotta dalla ormai pluriennale crisi economica che devasta i tessuti produttivi nazionali in Europa. Il processo di deindustrializzazione strutturale è altresì in atto da decenni, anche in Italia.  Sono ormai quasi 40 anni che l’avanzamento tecnico e scientifico ha portato a razionalizzazioni e ristrutturazioni produttive che escludono sempre più il lavoro vivo, mentre la produttività è aumentata in modo esponenziale ad esclusivo vantaggio del profitto e della rendita. La quota salariale complessiva si è abbassata a livelli postbellici e dappertutto aumenta il fenomeno dei “working poor”. 

Neanche nelle brevi fasi di boom economico i posti di lavoro in Europa sono più aumentati, e i numeri vantati circa nuovi posti di lavoro in Germania negli ultimi anni riguardano più che altro lavori precari o a tempo parziale. Questi vengono resi “sostenibili” attraverso integrazioni salariali ai lavoratori in forma di sussidi statali secondo le norme della cosiddetta “riforma Hartz (1-4)”, che ha ristrutturato radicalmente il mercato di lavoro tedesco in un’ottica neoliberista negli anni 2002/04, ad opera della SPD di Gerhard Schroeder.

Si tratta di una riforma complessa, elaborata non in parlamento, ma da una commissione non pubblica di “esperti” sponsorizzati dalla Fondazione Bertelsmann (del più grande Konzern europeo di massmedia), e venne infine accettata dai sindacati che in Germania sono strutturati secondo settori produttivi e inseriti saldamente nelle logiche di concertazione sociale della “Sozialpartnerschaft”. La moderazione salariale e pensionistica e l’allentamento delle tutele nell’ambito della deregolarizzazione viene attutito dall’insieme dei sussidi Hartz 4, che stabilizzano di fatto la disoccupazione di massa, la sottoccupazione, la mancanza di prospettive reali e la seguente letargia politica per ormai ca. 6 milioni di tedeschi.
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