E Mussolini gridò: “C’è solo la razza ariana”

di Andrea Cauti La persecuzione degli ebrei in Italia per legge ha una data d’inizio ufficiale: 6 ottobre 1938. Ottant’anni fa il Gran consiglio del fascismo emette la ‘Dichiarazione sulla razza’ – che viene successivamente adottata dallo Stato italiano con un regio decreto legge il 17 novembre 1938 – dove “dichiara l’attualità urgente dei problemi […]

Il Manifesto degli scienziati razzisti, l’alibi della scienza per le leggi razziali

di Maria Mantello

Il 15 luglio 1938, il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, faceva il suo pubblico esordio su Il Giornale d’Italia, che lo pubblicava anonimo in prima pagina sotto il titolo: Il fascismo e i problemi della razza, con questa introduzione: «Un gruppo di studiosi fascisti, docenti delle Università italiane e sotto l’egida del Ministero della cultura popolare ha fissato nei seguenti termini quella che è la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza».

A seguire il testo, che dopo avere inanellato una sequela di corbellerie anche storiche sull’incontaminata stirpe italica, arrivava a proclamare l’esistenza di «una pura razza italiana». Pertanto continuava: «è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti», ed è necessario «additare agli italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca da tutte le razze extra europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità».

E subito dopo si enunciava che «gli ebrei non appartengono alla razza italiana», inneggiando al divieto di matrimoni misti, perché altrimenti «il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Gli ebrei rappresentavano meno dell’1/1000 dell’intera popolazione, ma la “questione ebraica” fu elevata a dovere supremo dell’Italia fascista.
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Monumento di Affile: l’interpellanza di Kyenge, Ghizzoni e Beni contro Graziani, “criminale di guerra”

Il monumento di Affile - Foto di Corriere Immigrazione
Il monumento di Affile - Foto di Corriere Immigrazione
di Corriere Immigrazione

L’11 agosto 2012 nel comune di Affile, alta valle dell’Aniene, Parco Radimonte, in provincia di Roma, veniva inaugurato per volere del sindaco Ercole Viri (Pdl) e con stanziamento di soldi pubblici da parte della Regione Lazio per 130 mila euro, un monumento funebre, dedicato alla memoria di Rodolfo Graziani, ufficiale dell’esercito italiano nella prima guerra mondiale, conquistatore e Vicerè d’Etiopia dopo la guerra contro quel paese, quindi governatore della Libia durante la seconda guerra mondiale, nonché ministro della difesa della Repubblica Sociale italiana.

«Come si evince dalla registrazione dell’intervento di inaugurazione ad opera del Sindaco, il monumento, a 130 anni dalla nascita del generale Graziani, veniva a lui dedicato con la precisa intenzione di fare giustizia della sua memoria», si legge nell’interpellanza depositata al ministro dell’Interno e al ministro per i Beni e le attività culturali, dagli Onorevoli Pd Cécile Kyenge, Manuela Ghizzoni (già presidente della commissione cultura) e Paolo Beni (presidente Arci).

Il generale Graziani si è distinto come uno dei criminali di guerra più sanguinari del regime fascista: oltre ad essere stato uno dei primi firmatari del “Manifesto della razza” del 1938, come ricordato ripetutamente sulla stampa, fu uno dei principali responsabili di una delle più vergognose pagine della storia italiana, ossia del rastrellamento del ghetto ebraico a Roma, il 16 ottobre del 1943.
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