Convegnistica sportiva: quanta distanza dalla realtà scolastica

di Silvia R. Lolli Roma 24 e 25 gennaio 2020 fra le iniziative della Corsa di Miguel, FIDAL e UISP oltre alla stessa Corsa di Miguel organizzano il convegno internazionale sull’educazione fisica e sportiva dal titolo: “Se la scuola si mette a correre”, al Foro Italico. Roma 25 gennaio 2020 organizzazione del convegno della CISM […]

Matera: un inizio tra musica, bande e istituzioni, ma curiosamente “dimesso” nella diretta Rai

di Michele Fumagallo

Noi non ci soffermiamo troppo né amiamo le cerimonie di nessun tipo. Tuttavia quella inaugurale di “Matera capitale europea della cultura 2919”, trasmessa in Rai1 sabato 19 gennaio (ore 19), è stata davvero poca cosa, non all’altezza di un evento di questo tipo già annunciato da giorni di pubblicità e, tra l’altro, in eurovisione. Si è trattato, alla fine, di uno spettacolo dimesso mentre molti si aspettavano ben altro.

Basti pensare che il tono si è innalzato solo con il discorso finale di un uomo che tutto è tranne intrattenitore televisivo, cioè il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Certo per le strade di Matera si è snodato un corteo di musicisti e quant’altro accompagnato dall’entusiasmo comprensibile dei materani e dei turisti. Ma ciò che è rimasto nel grande pubblico nazionale e oltre è la trasmissione di questo spettacolo “minore”, curioso per un avvenimento preceduto da un forte battage pubblicitario. Ma tant’è.


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L’antifascismo non è un’arma di propaganda

di Marco Revelli

L’Italia antifascista è andata in piazza in un clima pesante. «Clima di violenza», recitano i media mainstream, falsando ancora una volta lo scenario, come se si trattasse di violenza simmetrica. Di opposte minoranze estremiste, ugualmente intolleranti, quando invece la violenza a cui si è assistito non solo in queste ultime settimane, ma negli ultimi mesi e negli ultimi anni è una violenza totalmente asimmetrica, distribuita lungo un rosario di intimidazioni, intrusioni, aggressioni sempre dalla stessa parte, per opera degli stessi gruppi, con le stesse divise, gli stessi rituali, gli stessi simboli e tatuaggi: Casa Pound e Forza nuova con i rispettivi indotti. E sempre col medesimo disegno politico: occupare parti di territorio fino a ieri off limits per l’estrema destra.

Periferie metropolitane e piccoli centri, aree in cui la marginalizzazione e il declassamento sociale hanno creato disagio e rabbia, con lo scopo “strategico” di diventare referenti politici di quel disagio e di quella rabbia. Vicofaro, il 27 di agosto dello scorso anno. Roma, Tiburtino III, il 6 di settembre. Como, il 28 novembre.

Sono solo le tappe principali di un percorso che culmina nell’atto estremo di terrorismo razzista a Macerata, il 3 febbraio. Dall’altra parte un solo episodio, quello di Palermo, che per odioso che possa essere considerato – ed è atto odioso il pestaggio di una persona legata, incompatibile con i valori dell’antifascismo quale che ne sia l’idea dei suoi autori -, non può certo mutare il profilo di un quadro politico estremamente preoccupante.
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Forconi - Foto di Mirko Isaia

Ripartire dalla coda: la gente, le piazze, i forconi e chi tenta di diventare il nuovo re

di Giuseppe Scandurra

“Non ci vado a votare”, gli ho detto quando mi ha chiesto se avevo intenzione di esprimermi circa il segretario del Partito Democratico. “Almeno da questo punto di vista mi sento un essere umano risolto. Non è mai stato il mio partito, non lo è e non lo sarà”, ho concluso. “Ma non hai votato Bersani alle scorse primarie?”, mi ha ricordato. “Adesso devo tornare a casa”, l’ho salutato.

Non ho votato, ce l’ho fatta alla fine. Di conseguenza, per una volta, in questi venti anni di diritto al voto, non ho perso. Eppure, la sera dell’elezione del segretario del Pd, quel senso di irresolutezza rimaneva.

Negli ultimi anni mi sono spesso depresso guardando i programmi televisivi di stato. Snobisticamente, mi è capitato di ritrovare alcuni compagni e compagne guardando assieme il Festival di Sanremo. Tutti con occhi etnologici, gli occhiali di velluto come quando gli antropologi andavano in missione con i pantaloncini bianchi a studiare le differenze culturali. Sinceramente, debbo ammettere che mi intristisco pensando a queste rimpatriate snobistiche; ciò che però mi deprimeva di più anche in quelle serate era (una persecuzione allora!) proprio il momento del voto.

Ci sono due cantanti in gara. Fino a quando vota una giuria di tecnici o di musicisti vince il più bravo. Poi, però, arriva sempre il momento in cui è chiamato ad esprimersi il pubblico, la “gente” manzoniana. Che succede? Succede sempre che vince un Renzi. Quel momento in cui il conduttore si appella al voto della “gente” l’ho tenuto sempre in mente in questi ultimi anni: esattamente in quel momento si realizzava la fine delle competenze, l’irruzione nel mondo reale dell’imbecillità umana, la scomparsa dell’utopia comunista dell’autonomia.
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Manifestazione Istanbul - Il Manifesto Sardo

Partigiani di Istanbul: un reportage da piazza Taksim

di Valeria Piasentà

Arrivo a Istanbul sabato 1 giugno per la Triennale Internazionale dei Giovani, organizzata dalla la Faculty of Fine Arts della Marmara University. L’hotel che mi ospita è in una traversa di piazza Taksim, al centro della rivolta popolare iniziata qualche ora prima. Il bilancio, dopo una notte di guerriglia urbana, è di sessanta arresti e centinaia di feriti. Amnesty International però parla di almeno due morti e migliaia di feriti in questa notte di «violentissima repressione», alcuni sono diventati ciechi a causa del materiale usato nei fumogeni, si vocifera di una micidiale arma chimica già sperimentata dagli Usa in Vietnam.

Dopo la manifestazione con cariche della polizia Istiklal Caddesi, la più nota via dello shopping, è un fiume di fango generato dagli idranti, e di immondizia. Le vetrine sono sfondate, qualche negozio saccheggiato e bruciato, forse da provocatori infiltrati o forse dai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Il tanfo dei lacrimogeni è ancora molto persistente e irrita naso e occhi, i muri sono coperti di scritte contro il governo ‘fascista’ e la polizia, da bandiere e striscioni, il più imponente è quello verde chiaro di Greenpeace alto oltre tre piani e issato sulla facciata di un prestigioso palazzo a metà della Istiklal. Piove mentre qualche commerciante asciuga mobili e pavimenti, ma in tante vetrine è esposta la bandiera con ritratto di Atatϋrk sotto la mezzaluna bianca: i commercianti sono con chi si ribella.
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Solidarity to Gezi Park - Foto di Michael Fleshman

#Occupy Landscape: cosa accade a davvero Gezi Park, in Turchia

di Wu Ming

Le prime notizie da piazza Taksim, a Istanbul, raccontavano di cinquanta manifestanti accampati per impedire l’apertura di un cantiere e la distruzione del parco Gezi, “l’unico polmone verde rimasto nel centro cittadino”. Dopo quattro giorni di protesta, cinque persone in condizioni gravissime, un morto, millesettecento arresti e scontri in tutte le città del paese, i media occidentali parlano di primavera turca, attacco al regime di Erdoğan, battaglia per la democrazia.

Come era già accaduto per la rivolta egiziana, giornali e televisioni esprimono solidarietà e simpatia nei confronti dei ribelli, senza troppo insistere su lanci di sassi e vetrine rotte, mentre condannano con sdegno la polizia antisommossa che ha fatto uso di idranti, spray al peperoncino, pallottole di gomma e lacrimogeni ad altezza d’uomo. Un atteggiamento opposto a quello che di solito incornicia le manifestazioni nostrane, dove si giustifica la “reazione” delle forze dell’ordine e ci si appunta sul vandalismo “dei black bloc”.

Qualcuno dirà che c’è una bella differenza tra chi combatte per la democrazia e chi lo fa – per esempio – per bloccare un cantiere. In questo caso, gli alberi del parco Gezi erano solo un pretesto. Non si tratta della solita, stupida, egoistica battaglia in difesa del proprio cortile. Ma siamo davvero sicuri che sia così?
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