Sardine più Costituzione: la parola d’ordine per un futuro migliore

di Alfiero Grandi La destra è rimasta interdetta di fronte alle manifestazioni (riuscite) delle “sardine” che il 14 dicembre avranno l’importante appuntamento della manifestazione nazionale a Roma. Per tante ragioni: i toni non aggressivi, la critica all’istigazione all’odio verso i diversi di qualunque natura, la determinata opposizione ai toni beceri e arroganti della destra. Ora […]

Le Sardine di Calamandrei

di Domenico Gallo Com’è potuto succedere che un “flash mob” convocato da quattro ragazzi con un messaggio via facebook a Bologna, il 10 novembre, in occasione della presenza di Salvini ad una manifestazione della Lega, abbia visto radunarsi dodicimila persone che hanno riempito Piazza Maggiore come non accadeva da decenni; com’è potuto succedere che questa […]

Ma le sardine sanno perché vince Salvini?

di Tomaso Montanari Tutto ciò che va contro Salvini, tutto ciò che riporta in piazza la gente dalla parte giusta, va bene. Ma lo strepitoso successo delle Sardine annuncia un’erosione elettorale della destra, o alla fine lascerà intatte le ragioni di quel consenso? Marco Revelli ha notato che le critiche alle Sardine assomigliano ai discorsi […]

Le sardine di Piazza Maggiore e la sinistra sommersa

di Paolo Flores d’Arcais Quanto sarà effimero il movimento delle “sardine”? O fino a che punto si moltiplicherà per contagio e si radicherà per organizzazione? Intanto l’exploit di Bologna ha dimostrato una verità politica, o meglio l’ha ribadita in forma perentoria: per dar vita a una mobilitazione democratica (di “sinistra”, insomma) bisogna prescindere dai partiti. […]

Bologna non abbocca e l’Emilia Romagna non si Lega

di Bruno Giorgini Bologna non abbocca e l’Emilia Romagna non si Lega. Sono i testi di due striscioni stesi su Piazza Maggiore piena di sardine, oltre dodicimila, forse quindici, mentre un corteo militante di tremila ragazze e giovani dei centri sociali traversa la città per andare a portare un festoso saluto a Salvini, asserragliato coi […]

Riflessioni inutili di un sessantottino

di Loris Campetti Strette l’una all’altra, proprio come sardine compresse in una scatola di latta ma una volta che riescono a venirne fuori si espandono, conquistano spazio vitale alla respirazione come a voler prendere la parola. Si dice muti come pesci, ma che vuol dire, che i pesci non comunicano? Falso, possono farlo e lo […]

Maurizio Landini

Landini segretario della Cgil: le parole chiave in attesa del 9 febbraio

di Loris Campetti

Maurizio Landini ha preso in mano la ultracentenaria Cgil con la forza di un tornado, ma la sua non è una forza distruttrice. Si potrebbe parlare di sindacato del cambiamento se non fosse che chi usa questo sostantivo in politica è un gattopardo che vuole cambiare tutto per non cambiare niente, come fa il governo gialloverde o giallonero che dir si voglia con le politiche economiche, liberiste erano e liberiste restano. Landini vuole bene alle persone che rappresenta, ha con loro una connessione sentimentale per dirla con Antonio Gramsci.

In una stagione di frantumazione del lavoro che distrugge i valori e i diritti conquistati nel Novecento e cancella l’idea fondativa per cui a parità di prestazione dev’esserci parità di trattamento e di contratto, bisogna fare sindacato di strada, andare a trovare i lavoratori dove sono, nelle fabbriche, nei cantieri, nei sottoscala, nei campi, nei magazzini, tra i ciclisti della pizza. E le Camere del lavoro per essere al passo coi tempi devono tornare alle origini ottocentesche, alle Società di mutuo soccorso in cui si entrava analfabeti e si usciva sapendo parlare, capire, contare, istruitevi e poi agitatevi e organizzatevi diceva ancora Gramsci.

La Cgil deve spalancare le sue porte per far prendere aria all’interno e offrire un rifugio a chi sta fuori, è solo e dunque è debole. Le filiere del lavoro vanno seguite per intero e a tutti quelli che vi lavorano vanno garantiti stessi diritti. Perché oggi non siamo più analfabeti ma ci fregano lo stesso, dice con un linguaggio inequivocabile il nuovo segretario generale della Cgil.
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La trasformazione dei gilet gialli

del Collettivo Parti-e-s- pour la décroissance, traduzione di Alberto Castagnola

Ormai da molte settimane, il movimento dei “gilet gialli” scuote la Francia: mobilizzazione di massa dei cittadini, strade bloccate, economie in stallo. Il governo di Macron e di Philippe traballa fortemente. Si è anche fatto ricorso allo stato di emergenza per fronteggiare una situazione semi insurrezionalista. Sarebbe quindi legittimo chiedersi che cosa si nasconde dietro un movimento così eterogeneo e così ostile all’ordine stabilito. Sarebbe legittimo anche porsi delle domande sulla sua organizzazione, sulle sue modalità di contestazione e sulla sua violenza.

In effetti si potrebbe. Ma la cosa essenziale è prendere coscienza degli insegnamenti profondi che dobbiamo trarre dai “gilet gialli”. Come siamo giunti ad una situazione simile? Quali sono i collegamenti con le problematiche che stimolano gli obiettori della crescita? Quali posizioni può prendere la Decrescita? Quali meccanismi della sicurezza sociale possono essere proposti per affrontare serenamente la transizione ecologica?

Siamo già convinti che il movimento dei “gilet gialli” non è basato soltanto sulla semplice contestazione della fiscalità ecologica, o, in senso più ampio, è contro le tasse? Certamente, la tassa sui carburanti ha svolto la funzione di detonatore, non perché il “gilet gialli” contestano l’ecologia, ma perché contestano l’ingiustizia. È proprio perché un numero crescente di cittadini si trova nella impossibilità di vivere con dignità il motivo per cui è emerso questo movimento.
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La felicità delle comunità in lotta e il lugubre uomo della provvidenza

di Guido Viale

La giornata dell’8 dicembre ha messo in luce l’essenziale. A Roma, l’autocandidatura di Salvini a «Uomo della provvidenza» («dio e popolo!» All’occorrenza sostituiti da rosario e pasta al ragù); ma anche a padre – anzi, papà – e padrone del paese; e a capo, con felpa d’ordinanza, della Polizia di Stato: a sancire la coincidenza tra governo e partito e tra partito e corpi repressivi dello Stato.

Il tutto nel nome di «Prima gli italiani!»: non sfruttati contro sfruttatori, oppressi contro oppressori, poveri contro ricchi; ma tutti insieme contro i più miseri della Terra: i migranti costretti ad affrontare umiliazioni, torture, rapine, naufragi e morte per cercare di sopravvivere o di procurarsi un futuro sempre più difficile.

Ma nello sproloquio di Salvini i migranti sono passati in second’ordine, essendo ormai stato non solo «sdoganato», ma promosso e non più in discussione il diritto di chiunque, sindaco o semplice cittadino, di insultare, aggredire e umiliare chi ha bisogno di aiuto. Ora l’avversario di riferimento è l’Europa: da cui Salvini pretende «rispetto» promettendo che sarà lui, con la sua voce grossa, a farci rispettare.
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La sinistra è finita sotto il Tav

di Tomaso Montanari

Come stanno le cose sul Tav lo sa benissimo chi, oltre a difenderla, la poca stampa libera la legge anche. Una grande opera la cui necessità è “smentita dai fatti”, per citare le parole del commissario dell’Osservatorio sul Tav (che non è una istituzione terza, ma un’emanazione dell’opera). Un’opera fuori tempo, che serve solo a chi la costruisce. Un’opera insostenibile sul piano ambientale, e su quello democratico.

Un’opera che ha condotto lo Stato a imporre una sorta di stato d’assedio su una parte del proprio territorio (la Val di Susa) sollevando una gigantesca questione democratica in cui tutti i nodi sono venuti al pettine: dall’arretramento di un sindacato incapace di vedere il nesso tra il lavoro e i diritti della persona, ai drammatici limiti della libertà di espressione (il caso Erri De Luca, la condanna per le tesi di laurea ‘no Tav’). Un importante libro di Wu Ming 1 (Un viaggio che non promettiamo breve.Venticinque anni di lotte No Tav, Einaudi 2016) ha spiegato come la battaglia No Tav sia diventata una dei cruciali laboratori per qualunque sinistra possibile in un’Italia di fatto senza sinistra parlamentare.

Ora, è su questo punto che il discorso pubblico sulla manifestazione torinese di sabato scorso ha consumato l’ultima, simbolica, svolta. Mostrando in modo davvero definitivo che un importante blocco di opinione (quello, per intendersi, che si riconosce nelle posizioni di Repubblica) non intende superare, archiviare, criticare davvero le scelte strategiche della lunga stagione del centrosinistra. Una lunga stagione suicida.
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