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La trasformazione dei gilet gialli

del Collettivo Parti-e-s- pour la décroissance, traduzione di Alberto Castagnola

Ormai da molte settimane, il movimento dei “gilet gialli” scuote la Francia: mobilizzazione di massa dei cittadini, strade bloccate, economie in stallo. Il governo di Macron e di Philippe traballa fortemente. Si è anche fatto ricorso allo stato di emergenza per fronteggiare una situazione semi insurrezionalista. Sarebbe quindi legittimo chiedersi che cosa si nasconde dietro un movimento così eterogeneo e così ostile all’ordine stabilito. Sarebbe legittimo anche porsi delle domande sulla sua organizzazione, sulle sue modalità di contestazione e sulla sua violenza.

In effetti si potrebbe. Ma la cosa essenziale è prendere coscienza degli insegnamenti profondi che dobbiamo trarre dai “gilet gialli”. Come siamo giunti ad una situazione simile? Quali sono i collegamenti con le problematiche che stimolano gli obiettori della crescita? Quali posizioni può prendere la Decrescita? Quali meccanismi della sicurezza sociale possono essere proposti per affrontare serenamente la transizione ecologica?

Siamo già convinti che il movimento dei “gilet gialli” non è basato soltanto sulla semplice contestazione della fiscalità ecologica, o, in senso più ampio, è contro le tasse? Certamente, la tassa sui carburanti ha svolto la funzione di detonatore, non perché il “gilet gialli” contestano l’ecologia, ma perché contestano l’ingiustizia. È proprio perché un numero crescente di cittadini si trova nella impossibilità di vivere con dignità il motivo per cui è emerso questo movimento.

La felicità delle comunità in lotta e il lugubre uomo della provvidenza

di Guido Viale

La giornata dell’8 dicembre ha messo in luce l’essenziale. A Roma, l’autocandidatura di Salvini a «Uomo della provvidenza» («dio e popolo!» All’occorrenza sostituiti da rosario e pasta al ragù); ma anche a padre – anzi, papà – e padrone del paese; e a capo, con felpa d’ordinanza, della Polizia di Stato: a sancire la coincidenza tra governo e partito e tra partito e corpi repressivi dello Stato.

Il tutto nel nome di «Prima gli italiani!»: non sfruttati contro sfruttatori, oppressi contro oppressori, poveri contro ricchi; ma tutti insieme contro i più miseri della Terra: i migranti costretti ad affrontare umiliazioni, torture, rapine, naufragi e morte per cercare di sopravvivere o di procurarsi un futuro sempre più difficile.

Ma nello sproloquio di Salvini i migranti sono passati in second’ordine, essendo ormai stato non solo «sdoganato», ma promosso e non più in discussione il diritto di chiunque, sindaco o semplice cittadino, di insultare, aggredire e umiliare chi ha bisogno di aiuto. Ora l’avversario di riferimento è l’Europa: da cui Salvini pretende «rispetto» promettendo che sarà lui, con la sua voce grossa, a farci rispettare.

La sinistra è finita sotto il Tav

di Tomaso Montanari

Come stanno le cose sul Tav lo sa benissimo chi, oltre a difenderla, la poca stampa libera la legge anche. Una grande opera la cui necessità è “smentita dai fatti”, per citare le parole del commissario dell’Osservatorio sul Tav (che non è una istituzione terza, ma un’emanazione dell’opera). Un’opera fuori tempo, che serve solo a chi la costruisce. Un’opera insostenibile sul piano ambientale, e su quello democratico.

Un’opera che ha condotto lo Stato a imporre una sorta di stato d’assedio su una parte del proprio territorio (la Val di Susa) sollevando una gigantesca questione democratica in cui tutti i nodi sono venuti al pettine: dall’arretramento di un sindacato incapace di vedere il nesso tra il lavoro e i diritti della persona, ai drammatici limiti della libertà di espressione (il caso Erri De Luca, la condanna per le tesi di laurea ‘no Tav’). Un importante libro di Wu Ming 1 (Un viaggio che non promettiamo breve.Venticinque anni di lotte No Tav, Einaudi 2016) ha spiegato come la battaglia No Tav sia diventata una dei cruciali laboratori per qualunque sinistra possibile in un’Italia di fatto senza sinistra parlamentare.

Ora, è su questo punto che il discorso pubblico sulla manifestazione torinese di sabato scorso ha consumato l’ultima, simbolica, svolta. Mostrando in modo davvero definitivo che un importante blocco di opinione (quello, per intendersi, che si riconosce nelle posizioni di Repubblica) non intende superare, archiviare, criticare davvero le scelte strategiche della lunga stagione del centrosinistra. Una lunga stagione suicida.

Perché dobbiamo nazionalizzare le nostre autostrade: il 20 ottobre tutti in piazza a Roma

di Paolo Gerbaudo, Senso-Comune.it

La tragedia del crollo del ponte Morandi lo scorso 14 agosto a Genova, con il suo tragico bilancio di 43 morti, grida vendetta contro gli effetti deleteri della privatizzazione dei servizi pubblici. A partire dagli anni ’90 governi di centrosinistra e centrodestra hanno fatto a gara a svendere pezzi fondamentali del patrimonio pubblico. Con la scusa che lo stato fosse per sua natura inefficiente e che i privati fossero necessariamente più efficienti: la ormai nota retorica del “carrozzone pubblico” sprecone.

Tuttavia in Italia, e in molti altri paesi, come la Gran Bretagna e la Francia dove cresce la domanda di nuove nazionalizzazioni, ci si è ormai resi conto che questo argomento è fallace. I servizi privatizzati si sono spesso dimostrati più inefficienti e più costosi di quando erano sotto controllo pubblico. Gli unici a guadagnarci sono stati grandi imprenditori e gli investitori capaci di rastrellare facili profitti da servizi essenziali di cui i cittadini non possono fare a meno, a dispetto del prezzo e dell’effettiva qualità del servizio.

Il caso delle autostrade, per la cui nazionalizzazione è stata indetta una manifestazione sabato 20 ottobre con partenza da Piazza della Repubblica – lanciata da USB e Potere al Popolo e a cui aderiscono altri movimenti come Senso Comune – è emblematico del fallimento della “stagione delle privatizzazioni”. La “modernizzazione” che doveva essere portata dalla cessione totale o parziale delle grandi imprese di stato, dall’Ilva alla Telecom, dall’Alitalia a Eni e Enel si è tradotta in una evidente regressione per l’economia del nostro paese.

La lezione di Macerata: la posta dell’antifascismo

di Sergio Sinigaglia

Nella storia della nostra Repubblica ci sono stati momenti topici che, soprattutto dal punto di vista politico-sociale, ne hanno determinato i destini. Dall’attentato a Togliatti (“A D’Onofrio dacce er via” urlò dalla tumultuosa piazza romana un militante, nelle ore successive, ma D’Onofrio “er via” non lo diede), alla rivolta del luglio ’60 delle famose magliette a strisce, fino all’occupazione di Palazzo Campana del 1967, prologo dell’italico 68, fino all’Autunno caldo della moltitudine operaia, sono stati diversi diversi i momenti/svolta. Questo dal punto di vista della Storia.

Poi c’è la storia depositata nella memoria dei protagonisti. Di chi c’era e ha trasmesso il patrimonio di lotte e mobilitazioni che, seppur parzialmente meno conosciuto, ha determinato in quei momenti il verificarsi degli eventi. Accadde ai funerali delle vittime della Strage di Piazza Fontana, quando una folla oceanica invase Piazza Duomo ai funerali delle vittime. E disse al “partito della tensione”: “Noi non abbiamo paura”. Accadde ne 1972 quando i treni operai partiti dal Centro-Nord arrivarono a Reggio Calabria, nella città sconvolta dalla rivolta gestita dai fascisti guidati da Ciccio Franco, per “Reggio capoluogo”, a portare nel profondo Sud il patrimonio di lotte maturato tre anni prima.

Accadde nel 1973 e nel 1974 con le grandi mobilitazioni contro le stragi della Italicus e di Piazza della Loggia. Accadde nel settembre del 1977 a Bologna con il “convegno contro la repressione” dopo i “fatti del marzo”, convegno che sancì in modo netto la fine di un’epoca. E se poi andiamo al movimento dei movimenti “esploso” dopo la rivolta di Seattle, sono stati numerosi i momenti di massa che ne hanno scandito il percorso. A partire dalla grande mobilitazione contro la guerra in Iraq.

Macerata: cronaca intimista di una giornata particolare

di Loris Campetti

Mi sarebbe piaciuto rivedere la mia vecchia casa di via Costa 13, sotto il Palazzo del Mutilato dove si facevano le feste di carnevale degli studenti; e poi passare davanti al liceo Scientifico Galileo Galilei dove ho studiato, fare due vasche al Corso, luogo storicamente dedicato allo struscio cittadino. Magari un aperitivo da Venanzetti, che ora chissà come si chiama, o in piazza della Libertà. E invece no, verboten, proibito, la città è blindata, le scuole chiuse, i mezzi pubblici fermi nei depositi, i negozi serrati, alcuni con le vetrate protette da pannelli di compensato.

Devono essere fermati fuori dalle Mura, quelle “da sole” che guardano la montagna e quelle “di tramontana” affacciate sul mare, quei selvaggi, quegli alieni, i maleducati che invece di rispettare lo sconcerto di una popolazione buona tranquilla e ospitale travolta dal sangue di Pamela e poi da quello di Wilson, Omar, Jenifer, Gideon, Mahamadou, Festus (pensa tu, il sangue di tutti, bianchi e neri, è dello stesso colore), vogliono urlare contro fascismo e razzismo, contro Salvini o addirittura contro il democratico ministro Minniti o l’altrettanto campione di democrazia sindaco Carancini.

No pasaran, la “civitas Mariae” dev’essere salvata dall’invasione dei barbari. Ogni valico, ogni apertura delle mura, ogni pertugio è bloccato da poliziotti, carabinieri, ci sono persino le camionette messe di traverso per esempio ai “Cancelli” – antica porta d’accesso a Macerata – dirimpetto alla statua di un incredulo Eroe dei mondi.

Insieme a Roma per la giustizia sociale

di Grazia Naletto

Eguaglianza e giustizia sociale sarebbero ottimi anticorpi contro la diffusione della xenofobia e del razzismo. Sarà questo il messaggio che sarà lanciato sabato 21 ottobre a Roma in una manifestazione nazionale che renderà visibile quella parte della società italiana che non si riconosce nelle urla e nelle violenze xenofobe e razziste e neppure nell’approccio prevalentemente securitario delle politiche migratorie e sull’asilo. Sono 5 milioni i cittadini italiani residenti all’estero secondo i dati diffusi ieri dalla Fondazione Migrantes nel Rapporto Italiani nel mondo. Solo nel 2016 sono partiti per l’estero circa 120mila connazionali, di cui 48 mila sono giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Cinque milioni e 47mila sono anche i cittadini stranieri residenti nel nostro paese.

Sono arrivati in Italia negli ultimi 40 anni, in grandissima parte per motivi di lavoro: qui vivono, studiano, lavorano stabilmente. Sono ormai parte integrante della società italiana. Tra loro vi sono anche i figli della migrazione, coloro che sono nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri e che il nostro paese si ostina a non voler riconoscere come propri cittadini, negando l’approvazione della riforma sulla cittadinanza. In tutto dieci milioni di persone di cui si parla pochissimo.

Un dibattito pubblico distorto preferisce rimuovere le cause strutturali che inducono gli uni e gli altri a lasciare i propri paesi per concentrarsi sulle “invasioni”, sul numero di persone che arrivano sulle nostre coste e sul “peso” insostenibile che eserciterebbero sul nostro mercato del lavoro, sul sistema di welfare e sulla finanza pubblica, sulle distorsioni del nostro sistema di accoglienza e sulle proteste popolari (molte delle quali spontanee solo in apparenza) che ne rifiutano l’esistenza e l’estensione. “Non possiamo permetterceli”.

A Bologna, per Bologna, oltre Bologna

di Coalizione Civica

Sono tante diecimila donne ed uomini che marciano a Bologna, lo sono ancora di più perché erano ben di più. La marea che ha attraversato la città, scuotendola dalle radici alla cima, è frutto virtuoso della convergenza di flussi potenti che scorrono, sotterranei o tumultuosi, nelle sue viscere: è la Bologna sociale, sindacale, associativa, delle forze politiche alternative, singolare e comune, una città fatta di molte città, in cui le sue cittadine ed i suoi cittadini fanno la differenza, quando si mettono in movimento, convergono e riempiono di nuovo senso la “costituzione della cittadinanza” che è lo spazio in cui esiste una reciprocità conflittuale tra la distribuzione del potere e l’amministrazione dello stesso.

La città che amiamo e per la quale siamo disposti a dare tutto. Anche a Bologna sono in corso processi globali di decostruzione della democrazia, che rischia di rimanere solo lo spazio del comando di pochi sul tutto, legale certamente, ma illegittima ed ingiusta quando usa la clava della repressione e della limitazione delle nuove forme politiche, perché “i nostri regimi possono essere considerati democratici, noi però non siamo governati democraticamente” nell’amara constatazione di Rosanvallon.

La marea è tale perché la convergenza che l’ha resa possibile si è data sia con la generosità di chi ha colto l’opportunità di esserci sia con l’umiltà di chi ha reso la propria battaglia occasione per tutti, chiarendo che non avrebbe mai potuto né voluto rappresentarne la complessità o esserne sintesi.

L’Europa necessaria, unita, democratica e solidale: la manifestazione nazionale a Roma

della Nostra Europa

Lo slogan comune è «La Nostra Europa – unita democratica solidale». Gli organizzatori sono una coalizione larghissima di associazioni, sindacati, movimenti, centri sociali, reti italiane ed europee.

Insieme preparano il corteo europeo del 25 marzo a Roma, che partirà alle 11 da Piazza Vittorio per arrivare al Colosseo, aperto dalle delegazioni europee e da un grande spezzone dell’accoglienza con i migranti e i richiedenti asilo. E insieme stanno costruendo la mobilitazione: con appelli specifici, iniziative nei prossimi giorni in diverse città, e con i due giorni di forum tematici che si terranno il 23 e 24 marzo alla Università La Sapienza.

È una alleanza variegata, davvero plurale, quella che si è raccolta sotto l’appello comune. C’è anche una rete di centri sociali che partecipa alla mobilitazione con il suo appello «Libertà di Movimento». Arriveranno delegazioni da molti paesi europei per partecipare ai dibattiti e alla manifestazione finale. E al Colosseo confluirà anche la Marcia per l’Europa organizzata dai federalisti.

Tutti e tutte, ciascuno con il proprio linguaggio e i propri strumenti, fanno appello alla partecipazione, da Roma e da tutta Italia, sapendo di aver deciso di compiere una scommessa difficile ma necessaria, per dare un segnale forte in un giorno speciale e in un tempo pericoloso.

Con i migranti e contro la politica dei muri e delle espulsioni

di Bologna No Borders, Lazzaretto Csoa-Cimsp, Coordinamento Migranti, Unione Sindacale Italiana

Il 20 febbraio, giorno in cui i migranti europei e extraeuropei daranno vita in Inghilterra a una “giornata senza di noi” in risposta alla retorica della discriminazione che ha sostenuto la Brexit e a sostegno della raccolta firme contro la visita di Donald Trump in Uk, si mobiliteranno a Bologna migranti e solidali che non accettano di rassegnarsi allo sfruttamento e all’impoverimento.

Se per i migranti quest’occasione rappresenta anche uno strumento di denuncia e di lotta contro le specifiche condizioni di vita imposte e gli abusi subiti proprio qui a Bologna nel corso degli anni e negli ultimi mesi, per tutti e tutte si tratta di una presa di posizione contro le politiche razziste italiane e europee che anticipano e seguono l’ascesa di Trump negli Stati Uniti: scelte che mirano a incrementare le disuguaglianze sociali, ad aggravare lo sfruttamento economico della popolazione migrante e autoctona, mentre sulla scena mediatica si fa leva su paure indotte per giustificare provvedimenti che ledono sempre più gravemente la dignità e la libertà di ognuno.