Le conseguenze dell’amianto nella valle del diavolo in Toscana

di Marco Amerighi

Nell’inverno del 2011 ricevetti la telefonata di L., un amico che non vedevo da un po’. “Devo darti due notizie: una buona e una cattiva”, mi disse. La buona era che aspettava un figlio. La cattiva che al padre di sua moglie – operaio di 62 anni nella centrale geotermica di Larderello, in provincia di Pisa – era stato riscontrato un mesotelioma pleurico da amianto. Tradotto in termini più comprensibili: nei successivi nove mesi, il mio amico avrebbe visto nascere il primo figlio e morire di tumore il suocero.

All’epoca avevo rinunciato alla carriera accademica e mi ero trasferito a Torino, dove sbarcavo il lunario facendo il dog-sitter e la maschera in un teatro, in attesa di capire cosa combinare nella mia vita. Quando in quella mattina del 2011 il mio amico smise di parlare, capii che dovevo girare un documentario su sua moglie e suo padre. Avevo già il titolo: Nella valle del diavolo.

“Pensi che me lo lascerebbero fare?”, gli chiesi. Lui prese tempo: il progetto gli piaceva, ma la famiglia era scossa e la situazione delicata. “Dammi qualche giorno e ti faccio sapere, ok?”. Non girai nessun documentario. Poche settimane dopo quella telefonata, la moglie del mio amico perse il figlio e si chiuse al mondo in attesa del secondo lutto. E io abbandonai l’ennesimo progetto della mia vita.
Leggi di più a proposito di Le conseguenze dell’amianto nella valle del diavolo in Toscana

Respirare piombo a Portoscuso

di Marina Forti

Solo trecento metri separano le ultime case di Portoscuso e i primi impianti della zona industriale. La strada passa sotto un ponte di nastri trasportatori, costeggia un deposito scoperto di minerali, supera la centrale termica dell’Enel e prosegue per cinque o sei chilometri tra giganteschi serbatoi, capannoni, un deposito di carbone a cielo aperto. Portoscuso è un comune di cinquemila abitanti sulla costa della Sardegna sud-occidentale, nella regione del Sulcis.

La sua zona industriale, chiamata Portovesme, è una delle più grandi dell’isola. Nata a fine anni ’60, è un insieme di impianti in cui si svolgeva l’intero ciclo di produzione dell’alluminio, dalla polvere di bauxite fino ai prodotti finali, oltre a una fabbrica di zinco, piombo e acido solforico. Quando lavorava a pieno ritmo qui il panorama era dominato dal nero del carbone scaricato nel porto e dal rosso della bauxite che volava dal nastro trasportatore, dal via vai di camion, e da un impressionante bacino rossastro: 125 ettari di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978 e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima.

Oggi le ciminiere continuano a dominare la costa. Anche il bacino dei fanghi rossi resta là, ma le tracce di attività sono rare. I capannoni mostrano la ruggine. Resta in funzione la centrale Enel a carbone: ma per giorni non produce neppure un chilowattora perché non avrebbe a chi venderlo, tanto più che la stessa Enel ha disseminato la zona di pale eoliche per il fabbisogno locale. È attiva anche l’ex fabbrica di zinco e piombo, la Portovesme Srl, ma lavora solo rottame e “fumi d’acciaieria”, cioè scarti della lavorazione dell’acciaio da cui trae una (piccola) parte di metalli e una parte consistente di reflui. Il ciclo dell’alluminio invece è fermo dal 2012; solo pochi addetti accudiscono gli impianti nell’attesa di un rilancio.
Leggi di più a proposito di Respirare piombo a Portoscuso

Sardegna, nel futuro di Portoscuso ancora veleni: senza valore la salute degli abitanti

di Paola Correddu, vicepresidente Isde Sardegna

Parrebbe imminente la chiusura delle pratiche autorizzative per il riavvio dello stabilimento di Eurallumina, fermo da oltre 8 anni. Al favorevole buon esito della procedura, se ci sarà, un contribuito determinante lo avrà dato il Senatore Silvio Lai, firmatario di un emendamento al D.L. n 91/2017, convertito nella L. 123/2017, che porterà al raddoppio del bacino dei fanghi rossi di Portoscuso, con innalzamento dell’esistente di 10 metri, per un totale di 46 metri d’altezza e 178 ettari di superficie.

Con l’emendamento Lai si sottraggono dal relativo regime, con effetto retroattivo, le aree gravate da uso civico che siano state destinate, in violazione di legge, alla realizzazione di interventi industriali per il perseguimento “dell’interesse generale dello sviluppo economico della Sardegna”.

L’emendamento, strumentalmente poco comprensibile visto che non indica le reali implicazioni conseguenti alla rimozione dei vincoli, non “dichiara impossibile la presenza di usi civici nelle zone industriali”, come affermato erroneamente dal Sen. Lai nel suo articolo pubblicato sulla Nuova Sardegna del 25 settembre, ma riconosce retroattivamente la validità e l’efficacia di atti adottati in violazione di legge. In pratica una sanatoria per le azioni che improvvidamente hanno spogliato le comunità locali di un diritto collettivo, generando condizioni di grave compromissione dell’ambiente.
Leggi di più a proposito di Sardegna, nel futuro di Portoscuso ancora veleni: senza valore la salute degli abitanti

L'impianto Saras

La Saras di Moratti in Sardegna: inquinamento da mutazioni genetiche

di Nello Rubattu

A Sarroch, vicino a Cagliari, sorge una delle più grandi raffinerie d’Europa, quella della Saras, un tempo solo dei Moratti ora anche del gruppo petrolifero russo Rosneft che ha rilevato dalla loro famiglia il 13,70% della Saras e ha lanciato un opa sul 7,3% della società a 1,37 euro per azione. I fratelli Moratti hanno ceduto interamente le quote detenute personalmente, mentre la Sapa (attualmente titolare del 62,46%), scenderà al 50,02% a valle della vendita

Lo stabilimento della Saras è uno dei sei superstiti in Europa, ha una capacità di lavorazione di 300.000 barili al giorno e rappresenta il 15% della capacità di raffinazione italiana. Come ricordano in Sardegna: con i profitti di quella raffineria, i Moratti, si sono pagati il loro bel giochino dell’Inter, una squadra tanto amata da una buona quota di lombardi e amatissima dalla nostra sinistra italiana che l’ha sempre contrapposta al Milan del cattivo e immorale cavaliere. Sta di fatto che i sardi in genere, per scherzarci un po’ su, dicono che l’Inter, essendo pagata con i ricavi della Saras, è la seconda squadra isolana in serie A. A tutti gli effetti economici questo è vero, perché vive grazie ad uno stabilimento che produce la sua ricchezza in Sardegna.

Ma è proprio per riderci un po’ su parlarne così, niente di più. Oltre la raffineria, la Saras, ha importanti impianti eolici in Sardegna che gestisce attraverso le due controllate, Sarlux e Sardeolica (controllata indirettamente attraverso la società Parchi Eolici Ulassai). Oggi il gruppo Saras con l’eolico, copre più del 30% del fabbisogno energetico della Sardegna, con una produzione nel 2006 di quasi 4,5 milioni di MWh, di cui 157.300 MWh di origine eolica.
Leggi di più a proposito di La Saras di Moratti in Sardegna: inquinamento da mutazioni genetiche

Ilva - Foto di Antonio Seprano

Così muore il futuro di Taranto

di Antonia Battaglia

Vista da Taranto, sfondo Ilva, l’attuale campagna elettorale per le elezioni europee sembra fatta al bar. Piccole, insignificanti discussioni tra amici, la sera, per distrarsi un po’ e allontanare dalla mente i problemi quotidiani.

Con l’espressione mista di sfiducia e di voglia di ribellione che hanno sul volto i tarantini, si aspetta, come in una telenovela, che i politici, che dicono oggi pubblicamente che Taranto vogliono salvarla, si riprendano dallo sconcerto creato in loro dalla notizia (insignificante seppur eticamente fastidiosa) che l’ex Ministro della Giustizia Paola Severino sia adesso avvocato della famiglia Riva.

Parole di sdegno, per questa notizia, sono arrivate da tutti o quasi i candidati alle elezioni europee anche da chi, ci si aspetterebbe, avrebbe potuto ignorare la notiziola e usare le altisonanti parole di sdegno a difesa di Taranto per ben altre ragioni e per ben altre notizie. Sì, perché questa settimana, a Taranto, è stata davvero densa di notizie negative, che mostrano l’avvio della città verso una zona di non ritorno, di condanna definitiva.
Leggi di più a proposito di Così muore il futuro di Taranto

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi