No Tav: una rondine non fa primavera, ma uno stormo di rondini…

No Tav
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di Nicoletta Dosio

Avvertita di una mia presunta dichiarazione comparsa sul quotidiano La Stampa, in un articolo dal titolo “Noi siamo tenaci. Ma De Luca attira solo gli irriducibili”, sono andata a leggermi l’articolo. Si riferisce all’assemblea tenutasi a Bussoleno dopo la sentenza e, a proposito del mio intervento, si riportano parole di elogio alla “magistratura” che non ho mai detto, e non le ho mai dette perché non le penso.

Una sentenza giusta può essere caso mai ascritta a merito della persona che l’ha pronunciata, ma non basta certo ad assolvere una magistratura che non solo rispetto ai processi contro i NO TAV, ma in infiniti altri casi (e si potrebbe dire da sempre), salvo pochissime eccezioni, dimostra esattamente il contrario, con imputazioni, procedure e sentenze prone ai poteri forti e punitive per le vittime.

Considero la giusta sentenza nei confronti di Erri De Luca non la regola, ma l’eccezione, rispetto a cui si potrebbe dire che “una rondine non fa primavera”. L’inverno della repressione lo respiriamo ogni giorno nella nostra Valle militarizzata, nelle prigioni diventate più che mai strumento di controllo sociale, nei tribunali dove tanti nostri compagni, soprattutto giovani, si vedono infliggere anni di carcere per una resistenza condivisa e praticata collettivamente e, quella sì, giusta perché rivolta alla difesa di diritti inalienabili.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva: sotto il materasso dei Riva

di Loris Campetti

Secondo la magistratura di Taranto, nel corso della gestione privata dell’Ilva svenduta dallo Stato al “rottamaio” Emilio Riva meno di vent’anni fa, il nuovo padrone della siderurgia italiana ha fatto utili a palate. Almeno 8,2 miliardi di euro Riva li ha intascati grazie al mancato rispetto di decreti, aia (autorizzazioni integrate ambientali), sentenze e ordinanze della magistratura che imponevano l’ambientalizzazione degli impianti per ridurre l’inquinamento provocato dal più grande stabilimento siderurgico d’Europa.

Il principio che ha mosso la genia dei Riva è molto semplice: aumentare la produzione e con essa gli utili, costi quel che costi agli operai e ai cittadini tarantini. Oliare la politica, l’informazione, le istituzioni, la Chiesa, i sindacati, i periti, isolando così l’odiata magistratura. È un principio a prova di bomba, anzi di diossina: “qualche tumore in cambio del lavoro è una minchiata”, come diceva il figlio pluri intercetto di Emilio, Fabio Riva, finito latitante sulle rive del Tamigi. L’Ilva di Taranto è la fabbrica dei primati: un’espansione territoriale maggiore della stessa città di Taranto, una produzione annua di acciaio pari a 10,5 milioni di tonnellate a pieno regime e a vuoto di controlli e vincoli, una produzione di diossina pari al 92% di tutta la diossina industriale che avvelena l’Italia.

Siccome Riva è molto furbo, ha capito per tempo che la festa prima o poi sarebbe finita e si è mosso con professionalità finanziaria, spostando il plusvalore accumulato sulla pelle – la salute – dei lavoratori e dei tartantini fuori dall’Ilva di Taranto, trasferendolo in altre società dell’universo Riva e mettendolo sotto protezione in un sistema di scatole cinesi nei paradisi fiscali di quattro continenti, dalla Nuova Zelanda al Lussemburgo, dalle isole del Canale della Manica alle Antille olandesi. Così, si è detto, nessuno può metterci le mani.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, il punto di non ritorno. Storia di un disastro annunciato e dell’inevitabile ricorso al pubblico

di Vincenzo Comito

Le notizie degli ultimi giorni riaprono anche drammaticamente l’interesse dell’opinione pubblica per un caso che sembrava per il momento messo in sordina. È ancora una volta la magistratura da sola che cerca di portare avanti un dossier per molti aspetti cruciale per il paese.

Dopo che la procura di Milano ha ordinato nei giorni scorsi il sequestro di un miliardo e 200 milioni al gruppo Riva per frode fiscale e truffa allo stato, ora la gip Patrizia Todisco, accogliendo una richiesta della procura di Taranto, ha emesso un secondo ordine di sequestro, questa volta per ben 8 miliardi e 100 milioni. Il magistrato ha cioè deciso di bloccare la somma corrispondente a quello che appare come l’illecito profitto ottenuto dai Riva nel tempo con il mancato rispetto delle leggi per la tutela dell’ambiente, della popolazione, nonché della salute dei lavoratori. Il magistrato si riserva anche di intervenire in futuro per quanto riguarda i danni inflitti all’ambiente.

Ricordiamo peraltro che il valore di mercato dell’intero gruppo Riva Fire non raggiunge probabilmente la cifra sopra indicata. Per valutare meglio la situazione attuale e le prospettive dello stabilimento di Taranto e dell’intero gruppo Riva Fire ricordiamo alcuni dei punti salienti della questione.
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