Crimine capitale: come le mafie entrano nei circuiti legali

di Aldo Tortorella Per cercare di riportare l’attenzione sul mondo dominato dal capitale, in cui viviamo, pubblichiamo in questo numero la relazione tenuta ad un convegno cui la nostra rivista, Critica marxista, ha partecipato, che aveva come titolo “Crimine capitale”. Questo titolo non voleva dire che tutto il capitale è un crimine, seppure in esso […]

Saviano chi? Alla ricerca delle ragioni dell’astio

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di Mattia Fontanella e Riccardo Lenzi

Perdonateci: ci riesce difficile comprendere le ragioni dell’astio che, da più parti, circonda (o, meglio, accerchia) Roberto Saviano. Certamente e comprensibilmente odiato – come tanti altri giornalisti, meno noti ma non meno valorosi e degni di attenzione – dai criminali che lo costringono a vivere sotto scorta, l’aggressività diffusa che circonda Saviano ci pare sproporzionata rispetto ad una pur legittima antipatia che chiunque può suscitare nel prossimo.

Beninteso chiunque è libero di criticare chiunque. Dio ci scampi e liberi dai santi, gli eroi, i miti e, soprattutto, i martiri. A scanso di equivoci: non è un peccato criticare Saviano e quello che scrive o dice. Il vero peccato è assistere, basiti, a risse mediatiche che coinvolgono persone variamente impegnate sul fronte antimafie. Davvero si può credere che i problemi di Napoli e della Campania si chiamino Saviano e/o De Magistris? Ci preoccupano un’aggressività e una suscettibiltà crescenti che, temiamo, rischiano di contribuire all’isolamento di persone particolarmente esposte, facendone involontariamente un bersaglio per coloro che, da tempo, le avevano nel mirino.

Ciò vale per Saviano così come, ad esempio, per il pm Nino Di Matteo ed i suoi colleghi del pool di Palermo, contro il quale si è sbandierata – impropriamente e malevolmente – l’assoluzione di Mannino. Dimenticandosi del tritolo che, ormai da tempo, è giunto in Sicilia per regolare l’ennesimo conto aperto.
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Angelo Vassallo

Dario Vassallo, il fratello del sindaco ucciso: “Caro segretario del Pd, al Sud ha stravinto il No per De Luca & C.”

di Dario Vassallo

Gentile segretario del Partito democratico Matteo Renzi. “Al sud abbiamo perso, perché abbiamo delegato ai notabilati”. Lei al Sud ha perso perché ha avallato una politica feudale che imperversa da oltre 40 anni e che si tramanda da padre in figlio, come una dote, una carica nobiliare, avendo un solo scopo, mantenere il potere. Lei non ha rottamato niente e nessuno, da quando è diventato segretario tutto è rimasto come prima e le sue promesse sono diventate un miraggio.

Ma lei conosce veramente Vincenzo De Luca? Egli è il presidente della Regione Campania, al quale io avevo chiesto il riconoscimento del giglio marino come specie protetta, visto che la Campania è l’unica regione del Sud a non riconoscerlo.

È il presidente al quale avevo chiesto di attuare, praticamente, nella sua regione e a favore dei pescatori, il progetto “Pulizia dei fondali marini”. Non è una cosa strana: è un progetto scelto dal Dipartimento di Stato a rappresentare l’Italia alla Conferenza Mondiale sugli oceani organizzata da John Kerry, e tenutasi a Washington il 15-16 settembre 2016.

Egli è il presidente che ha nominato Franco Alfieri, consulente personale per Caccia, Pesca e Agricoltura, dandogli poteri ampi. Ma Lei conosce Franco Alfieri? Egli è il sindaco di Agropoli, incandidabile alle elezioni regionali del 2015. Lorenzo Guerini, mi rispose “chi lo vuole candidare dovrà passare sul mio corpo”. Chapeau al suo vicesegretario.
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Osservatorio Emilia Romagna: Bologna, città della ‘ndrangheta. O no?

Mafie in Emilia Romagna
Mafie in Emilia Romagna
di Bruno Giorgini e Sofia Nardacchione

Dice Carlo, settantanni bolognese doc, militante del PCI e della sinistra fin da quando era bimbetto, il padre partigiano di vaglia: no qui da noi se qualcuno vede qualcosa che non va solleva il telefono e chiama la polizia, oppure si mette in mezzo di persona, non è come a Palermo dove spesso la gente volta la testa da un’altra parte.

All’angolo tra Piazza Verdi e via Petroni Bruno, anch’egli settantenne – Bologna è una città con molti vecchi o anziani che dir si voglia – cittadino bolognese da cinquanta vede un energumeno prendere a schiaffi un ragazzino, probabilmente per un mancato pagamento di una qualche dose di roba – generico per droga, più o meno pesante. Da buon cittadino Bruno si interpone, l’energumeno ci pensa su, accenna una reazione, poi scuotendo le spalle s’allontana, mentre il ragazzino s’è già eclissato. La via è trafficata e piena di persone ma non fanno la fila a applaudire l’intervento civico, anzi scantonano in fretta facendo finta di non vedere.

Che Piazza Verdi sia un luogo di spaccio non è un mistero per nessuno, nel contempo è la piazza di alcuni collettivi universitari antagonisti cosiddetti. Ma uscendo dall’aneddotico, intanto a Bologna e in Emilia Romagna sono in corso d’opera due processi, il Black Monkey in città, e l’Aemilia che interessa tutta la regione, per fatti di criminalità organizzata in particolare ‘ndranghetista.
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Felicia Impastato

La mamma di Peppino Impastato: Felicia è una donna straordinaria

di Piero Bosio

“Felicia Impastato è stata una piccola, grande siciliana, una combattente vera, con un sguardo fiero ed estremamente femminile. Una donna, una madre che ha preso in mano il testimone dal figlio, ucciso dalla mafia, e che ha lottato con tutte le sue forze per la verità, per la giustizia”. Sono le parole dell’attrice Lunetta Savino che sarà Felicia Impastato nel film che racconta la storia della mamma di Peppino, ucciso su ordine del boss di Cosa Nostra Tano Badalamenti il 9 maggio 1978 a Cinisi, in Sicilia. Il film andrà in onda su Rai1, in prima serata, martedi 10 maggio. La regia è di Gianfranco Albano, la sceneggiatura di Diego De Silva con Monica Zapelli (che ha firmato I cento passi di Marco Tullio Giordana).

Nel film, prodotto da Rai Fiction con Matteo Levi, ci sono i protagonisti dell’antimafia: Felicia (interpretata da Lunetta Savino) e Giovanni Impastato (Carmelo Galati). I magistrati Rocco Chinnici (Antonio Catania) e Franca Imbergamo (Barbara Tabita). Giovanni Impastato è stato consulente nella realizzazione del film.

“È molto difficile per un’attrice – ci spiega Lunetta Savino – preparare un personaggio come Felicia Impastato. Mi sono documentata, ho visto le sue interviste e ho capito che lei è stata una persona straordinariamente diversa dalle donne siciliane dei suoi tempi, spero che possa essere d’esempio per le giovani di oggi. Aveva la quinta elementare, ma era molto intelligente. Ero affascinata e intimorita dalla figura di Felicia. Giovanni Impastato durante le riprese mi ha molto aiutato, e si è emozionato quando mi ha visto sul set, per la prima volta, vestita da Felicia”.
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Aemilia dossier

Tra la via Aemilia e il West: storie di mafie, convivenze e malaffare in Emilia Romagna (e a San Marino)

di AdEst, Gruppo dello Zuccherificio, Gruppo Antimafia Pio La Torre e Rete Movimento Civico

“In principio nasce come l’aggiornamento di Emilia Romagna cose nostre – cronaca di biennio di mafie in E.R., pubblicato nel novembre del 2014, ma è mutato profondamente in corso d’opera per inseguire i fatti d’attualità che hanno cambiato, in meno di un anno, quanto raccontato nel vecchio dossier.

Gli ultimi 12 mesi infatti hanno trasformato in cronaca quanto da noi descritto da oltre un lustro. Arresti, processi, sequestri, intimidazioni sono fatti giornalieri in una Emilia Romagna che si è risvegliata incapace, anche logisticamente di ospitare maxi-processi, tanto che anche il peggiore dei negazionisti si è arreso all’idea che le mafie hanno un ruolo ben definito nell’economia e sempre più spesso nella mentalità di questo territorio. Hanno avuto questo ruolo anche negli ultimi 30 anni, solo che finalmente la magistratura ha aperto il vaso di Pandora, scoperchiando verità e viltà, spesso scomode, per la politica, la guida economica dell’Emilia Romagna e la società civile.

Questa abbiamo provato a raccontare, gli intrecci di un potere che, mentre tutti guardavano “altrove”, ha intessuto nodi così forti da essere capace di legare un cappio al collo alla comunità. Una comunità che però spesso quel cappio, per vantaggi personali, ha preferito metterselo da sola. Un cappio nel quale non abbiamo nessuna intenzione di infilare il nostro collo e dal quale abbiamo invece la ferma, e utopica, intenzione di liberare tutti quanti. Il lavoro di ricerca nel 2015 si è arricchito dei contributi di associazioni o singoli operanti nel territorio: da Modena a Casalgrande, da Piacenza a Carpi, sbarcando a San Marino, molti hanno contribuito ad arricchire il lavoro ormai storico del Gruppo dello Zuccherificio di Ravenna, il GaP di Rimini e di AdEst a Bologna.
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Le mani sulla città: così la ‘ndrangheta ha cementificato Reggio Emilia

Inchiesta Aemilia
Inchiesta Aemilia
di Paolo Cagnan

Vent’anni di gru, di camion, di escavatori. Di “economia che gira”. Economia legale e illegale. Imprenditoria sana e imprenditoria malata, criminale. Legate in un groviglio d’interessi a volte inestricabile, di cui ora resta il pesante lascito fatto di migliaia di appartamenti vuoti, ditte fallite e una città cementificata che sta tentando di riprendersi. Eccolo qui, il Sacco di Reggio.

1. La crescita dell’urbanizzazione

In questa prima puntata della nostra inchiesta sulle mafie in edilizia, ripercorreremo insieme a ritroso quanto accaduto dalla fine degli anni Ottanta sino a pochi anni fa. Diciamo sino al 2001. Vent’anni in cui, complici due piani regolatori che sembravano ritagliati su misura per assecondare la lobby del mattone, si è costruito di tutto, e dappertutto.

Il numero record d’imprese di costruzioni

L’onda lunga di quel periodo è giunta sino ai giorni nostri. Basti dire che nel 2010, quando già la crisi del biennio precedente iniziava a mietere le sue numerose vittime, alla Camera di commercio di Reggio erano ancora registrate – fonte Narcomafie – 13.246 imprese di costruzioni, di cui 10.756 artigiane: uno dei numeri più alti d’Italia, in relazione alla superficie del territorio di riferimento.
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La ‘ndrangheta, Brescello, Emilia Romagna, Italia

La 'ndrangheta a Brescello
La 'ndrangheta a Brescello
di Luciano Berselli

Diffondiamo per la sua attualità il testo pubblicato da Luciano Berselli su “Inchiesta” di ottobre-dicembre 2014. Il comune di Brescello (Reggio Emilia) è quello immortalato da Don Camillo e Peppone e il fatto che vi sia presente la ‘ndrangheta sottolinea come questo problema vada affrontato seriamente al livello nazionale e locale.

A Brescello, in provincia di Reggio Emilia, qualche settimana prima dell’allarme e della paura per la piena autunnale del Po, prima della Processione, guidata dal parroco insieme con altre autorità, sugli argini del fiume per invocare la protezione divina, un altro fatto aveva già turbato la quiete del paese. Un gruppo di giovani, che ha dato vita alla web-tv Cortocitcuito, sta realizzando un inchiesta sulla presenza e sulle attività ‘ndrangheta nel territorio reggiano.

Intervista per questo il sindaco di Brescello, che è a capo di un’amministrazione che si regge sulla maggioranza consiliare del Pd, chiedendogli quali rapporti abbia con un certo abitante del suo comune, condannato per mafia e sottoposto a sorveglianza speciale. L’attenzione dei giovani di Cortocircuito derivava anche da un recente sequestro di beni a carico di quel certo cittadino, da diverso tempo sospettato di essere un punto di riferimento importante per le attività della ‘ndrangheta nelle zone del Nord-Italia. La risposta del sindaco è che naturalmente conosce questo cittadino, che sempre si è dimostrato “persona educata e composta, gentilissima e tranquilla, sempre vissuta a basso livello”.
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Antimafia

Contro l’intreccio tra affaristi, politica e cosche serve un ruolo pubblico forte

di Cristina Quintavalla

Al fruscio delle mazzette, non importa di quale provenienza – da omicidio, estorsione, usura, riciclaggio, associazione mafiosa, detenzione di armi, reimpiego di capitali illeciti – si sono arresi oltre 200 tra politici ed imprenditori, indagati a vario titolo per reati riconducibili ad associazione mafiosa e concorso esterno.

Un vero terremoto, che ha squarciato l’immagine mielosa di un sistema ordinato, democratico, fondato sulla retorica delle regole, che garantirebbero il vivere civile, che ha svelato il volto nascosto di una regione, l’Emilia-Romagna, lottizzata da cooperative e imprenditori, intrecciati con cosche mafiose, di cui l’indagine romana “Mondo di mezzo”aveva fornito l’anteprima.

Mentre c’è chi fruga nei cassonetti dei supermercati, chi tira a campare inventandosi ogni giorno il modo di portare a casa il pasto, chi resta senza casa, chi senza lavoro, chi non può più far studiare i propri figli, i grandi capitali, illecitamente accumulati, migrano in cerca di investimenti lucrosi: penetrano nelle cooperative sociali, al limite della legalità, entrano nelle società immobiliari che devastano le nostre città, si assicurano appoggi da parte delle istituzioni pubbliche, favorendo l’elezione di politici compiacenti.

Anche stavolta fanno il pieno politici rigorosamente di Forza Italia. Tra essi Giuseppe Pagliani, consigliere comunale di Reggio Emilia, e l’ ex assessore parmense, Bernini, rigorosamente di Forza Italia, esponente di spicco della giunta Vignali, già coinvolta in scandalose inchieste giudiziarie, che ha lasciato in eredità un buco di bilancio di 870 milioni, frutto di opere inutili e costose, di privatizzazione di servizi e di beni, di gestione privatistica della città, debito scaricato dall’attuale giunta Pizzarotti sui cittadini incolpevoli, che pagano le aliquote delle tariffe IMU, TARI, TASI al massimo, subiscono tagli della spesa pubblica, si vedono ogni giorno ridurre servizi e abbassare la loro qualità.
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