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1 maggio 1947: la strage di Portella della Ginestra più di settant’anni dopo

di Claudio Cossu

1 maggio 2017: sono trascorsi settant’anni da quella tremenda e crudele strage, a Portella della Ginestra (Sicilia), ricorrenza che Macaluso giustamente ha ricordato “La Repubblica” definendola la “prima strage di Stato” del dopoguerra. Strage che segnò l’inizio, purtroppo, di quella serie di eccidi che vide il connubio tra Cosa nostra, servizi deviati dello Stato e forze oscure della reazione (monarchici e neo-fascisti nella fattispecie, in quei tempi lontani). Scopo: reprimere le giuste rivendicazioni dei contadini dell’epoca e delle forze progressiste tout court, del mondo del lavoro in genere, negli anni seguenti, contro il latifondo e i privilegi di pochi ricchi e potenti del nostro Paese.

Nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano e la mafia, in sintesi, servirono a reprimere nel sangue quelle rivendicazioni alle terre e in seguito l’intreccio gelatinoso e viscido tra le forze sopra menzionate servì a soffocare le aspirazioni operaie, studentesche e progressiste emergenti. Aspirazioni all’eguaglianza sociale e alla libertà, contro il potere di pochi e le pretese corporative e reazionarie di poteri oligarchici e retrivi giù giù, fino ai nostri giorni.

Ricordiamo, dunque, quelle vittime, questo 1 maggio 2017, giorno dei lavoratori e dedicato alla sacralità del lavoro, che dovrebbe realmente essere tutelato, come previsto – del resto – dalla nostra Costituzione, ma sempre minacciato da licenziamenti e revisioni inique, con la scusante dello sviluppo economico e di nuove, peraltro incerte, modalità di contratti di lavoro a tempo determinato, di natura incerta e vaga nonché insicure.

Il boss: Luciano Liggio e la mafia al nord, l’infiltrazione viene da lontano

di Sergio Caserta

Il libro “Il Boss. Luciano Liggio: da Corleone a Milano, una storia di mafia e complicità” (Castelvecchi Editore) di Antonella Beccaria e Giuliano Turone – prefazione di Carlo Lucarelli e introduzione di Giovanni Caizzi – racconta con l’intensità di un film la vicenda delle indagini dell’allora magistrato Turone sui sequestri di persona in Nord Italia portati a segno negli anni Settanta dalla mafia di Luciano Liggio, cui seguì la sua rocambolesca cattura dopo lunghi anni di latitanza.

È inquietante apprendere le tecniche criminali, le capacità organizzative e la ramificazione dell’organizzazione mafiosa nel Nord già in anni in cui poco o niente si sapeva di questa infiltrazione e, infatti, si parlava di “anonima sequestri” ma mai apertamente e approfonditamente di mafia. Eppure l’organizzazione era presente con uomini, aziende, acquistando terreni e immobili già dagli anni Sessanta, riciclando proprio il denaro delle decine di sequestri, miliardi di lire di allora.

Il libro – attraverso i documentati ricordi del giudice – ricostruisce la storia di alcuni sequestri, di come si giunse a scoprire i colpevoli e soprattutto si dimostrarono i collegamenti con le cupole mafiose in Sicilia, la capacità di corruzione di amministratori pubblici e perfino di poliziotti e carabinieri, il trasferimento delle enormi somme nei paradisi fiscali la complicità delle banche e le collusioni con il terrorismo nero che si apprestava a insanguinare il Paese con le sue orribili stragi.

Ostia, aggressioni e astensione, ma per loro “lo Stato c’è”. Davvero?

di Ottavio Olita

Prima del voto di ieri, immediati e identici i giudizi di Matteo Renzi e del Ministro dell’Interno Minniti dopo l’arresto di Roberto Spada responsabile della brutale aggressione alla troupe della Rai che svolgeva un’inchiesta sul voto ad Ostia: “Lo Stato c’è”. Ma che idea di Stato hanno questi signori? Non viene loro il dubbio che lo Stato ci sarebbe se, non solo non accadessero questi vergognosi episodi, ma l’Italia non diventasse sempre più irriconoscibile, anche rispetto alla propria storia democratica? E non mi riferisco tanto ai sacri principi costituzionali violati (uno su tutti? Il diritto a un lavoro dignitoso e sicuro) quanto ai ripetuti segnali di stanchezza, rassegnazione, ripulsa che i cittadini-elettori inviano con sempre maggiore frequenza.

Così accade che quello Stato che secondo loro ci sarebbe, diventa privo dell’elemento costitutivo essenziale: la partecipazione dei cittadini. Ma come si può accettare, senza preoccupazione o un’approfondita riflessione, che due terzi degli elettori di Ostia non si siano recati alle urne per il rinnovo della cariche amministrative e che oltre la metà dei siciliani sia rimasta a casa? Tutto questo, undici mesi dopo la grande risposta popolare al referendum sulla riforma della Costituzione. In quel caso il cittadino-elettore era pienamente cosciente della posta in gioco, negli altri appuntamenti elettorali c’è il rifiuto verso quella marmellata di sapori e colori prodotta da politiche sempre più simili fra loro che danno un’idea di preoccupante omologazione: dagli attacchi alle tutele dei lavoratori, alle alleanze per una legge elettorale che garantisce solo i nominati dalle segreterie.

Vivi, Pollica! Per ricordare Angelo Vassallo

Angelo Vassallo

Angelo Vassallo

di Sergio Caserta

Il prossimo 5 settembre saranno trascorsi sei anni dall’omicidio di Angelo Vassallo il “sindaco pescatore”. Sei anni ancora senza colpevoli e/o mandanti. Se si trattasse di un omicidio con altre motivazioni, per ragioni private, come pure alcune voci malignamente in paese sussurrano, sempre più flebilmente, sarebbe già stato trovato.

L’avrebbero fatto scoprire coloro (non mancano) che hanno fastidio per i riflettori sempre accesi sul Cilento, dove vorrebbero costruire un’economia a uso e consumo dell’economia mafiosa con molti colletti bianchi, affari a gogò, l’impasto in cui tra traffici illeciti e abusivismo edilizio si “lavano” grandi somme di denaro. Il Cilento di Angelo è invece un’altra cosa, un luogo in cui la tutela dell’ambiente ha creato uno spicchio di economia diversa da tutto il resto della regione e perfino del meridione.

Turismo all’insegna della qualità (tanti vip e professionisti hanno la casa qui in mezzo alle colline), aria buona, mare pulito, dieta mediterranea nell’accezione più semplice e autentica. Vassallo aveva lavorato tutta la vita per realizzare questo sogno: riuscì, poche settimane prima di essere ucciso, a far ottenere alla sua Pollica il riconoscimento dall’Unesco, di luogo patrimonio dell’umanità per la dieta mediterranea. Un fatto enorme, inaudito per la Campania, terra dei fuochi! Forse in questa contraddizione si sarebbe dovuto indagare di più, ma non è ancora troppo tardi, gli omicidi non si prescrivono.

In questi anni il nome di Angelo Vassallo ha però fatto molta strada, non è finito nel dimenticatoio come pure poteva accadere per l’inconcludenza delle indagini e per una predisposizione alla passività del popolo cilentano, poco propenso a convivere con situazioni eclatanti. Diciamo che la figura di Angelo sembra perfino sproporzionata per un luogo tanto piccolo, dove tutti più o meno si conoscono e dove il tempo è talmente lento che sembra scorrere all’indietro, Vassallo grande sindaco, ma figura ingombrante anche oggi che non c’è più.

La mamma di Peppino Impastato: Felicia è una donna straordinaria

Felicia Impastato

di Piero Bosio

“Felicia Impastato è stata una piccola, grande siciliana, una combattente vera, con un sguardo fiero ed estremamente femminile. Una donna, una madre che ha preso in mano il testimone dal figlio, ucciso dalla mafia, e che ha lottato con tutte le sue forze per la verità, per la giustizia”. Sono le parole dell’attrice Lunetta Savino che sarà Felicia Impastato nel film che racconta la storia della mamma di Peppino, ucciso su ordine del boss di Cosa Nostra Tano Badalamenti il 9 maggio 1978 a Cinisi, in Sicilia. Il film andrà in onda su Rai1, in prima serata, martedi 10 maggio. La regia è di Gianfranco Albano, la sceneggiatura di Diego De Silva con Monica Zapelli (che ha firmato I cento passi di Marco Tullio Giordana).

Nel film, prodotto da Rai Fiction con Matteo Levi, ci sono i protagonisti dell’antimafia: Felicia (interpretata da Lunetta Savino) e Giovanni Impastato (Carmelo Galati). I magistrati Rocco Chinnici (Antonio Catania) e Franca Imbergamo (Barbara Tabita). Giovanni Impastato è stato consulente nella realizzazione del film.

“È molto difficile per un’attrice – ci spiega Lunetta Savino – preparare un personaggio come Felicia Impastato. Mi sono documentata, ho visto le sue interviste e ho capito che lei è stata una persona straordinariamente diversa dalle donne siciliane dei suoi tempi, spero che possa essere d’esempio per le giovani di oggi. Aveva la quinta elementare, ma era molto intelligente. Ero affascinata e intimorita dalla figura di Felicia. Giovanni Impastato durante le riprese mi ha molto aiutato, e si è emozionato quando mi ha visto sul set, per la prima volta, vestita da Felicia”.

Intervista a Salvatore Borsellino: “Non lasciamo solo il pm Nino Di Matteo”

Manifestazione per Nino Di Matteo

di Giacomo Russo Spena

“A noi non interessano i numeri, ma la passione. Alle Termopili, ad opporsi allo sterminato esercito persiano, c’erano soltanto 300 spartani”. Combattivo come mai Salvatore Borsellino che, con le sue Agende Rosse, ha lanciato una manifestazione a Roma per il prossimo 14 novembre in sostegno al pm Nino Di Matteo, “lasciato solo dalle Istituzioni a lottare contro la Mafia”. Un’iniziativa promossa senza l’ausilio di partiti e sindacati che ha nella società civile il proprio cuore pulsante: “Non vogliamo altri eroi da commemorare, noi vogliamo sostenere i giudici vivi, non piangerli da morti”.

Abbiamo il sostituto procuratore Nino Di Matteo minacciato di morte per le sue indagini sulla trattativa Stato-Mafia e le stragi del 1992, eppure il pm appare isolato e abbandonato da istituzioni e politica. Salvatore Borsellino, cosa succede?

Succede che istituzioni e politica sono stati complici per oltre vent’anni in una scellerata congiura del silenzio su quella Trattativa che oltre ad essere stata la causa dell’accelerazione della condanna a morte di Paolo Borsellino, ha generato poi le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, oltre che gli attentati alle basiliche vaticane. Di Matteo ha avuto l’ardire di sollevare il pesante velo nero che finora ha coperto questa Trattativa ed oggi ne paga le conseguenze con la sua emarginazione ed il silenzio di morte calato non solo da parte di politica e istituzioni, ma anche da larga parte dell’informazione, sulle minacce che gli vengono rivolte.

L’ultima intervista a Paolo Borsellino: 23 anni fa la strage di via D’Amelio

L’hanno realizzata il 19 maggio 1992 due giornalisti francesi, Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. Il 19 luglio successivo, esattamente 23 anni fa, Paolo Borsellino è stato ucciso nella strage di via D’Amelio. Con lui muoiono gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Fascismo, mafie, democrazia corrotta

Ilva - Foto di Antonio Sepranodi Alberto Vannucci, presidente di Libertà e Giustizia

Da dove cominciare per provare a tirare le fila di questo percorso, che dal diritto alla libertà arriva alla Carta dei doveri del cittadino? Vorrei cominciare dal 23 maggio a Palermo, dalla commemorazione del 23simo anniversario delle stragi di Capaci e via d’Amelio, quegli attentati della mafia in cui tanti servitori dello Stato, tra loro i giudici Falcone e Borsellino, sono morti da uomini liberi per liberare la loro terra delle mafie, per restituire diritti e dignità al proprio popolo oppresso dalle organizzazioni mafiose e da una politica collusa con i poteri criminali.

Proprio all’ingresso dell’aula bunker dove di lì a poco si sarebbe tenuta la cerimonia, in mezzo ai lavori delle migliaia di ragazzi delle scuole e alle bandiere di Libera e della altre associazioni, c’era uno striscione che mi ha colpito. Era dell’Anpi, l’associazione nazionale partigiani d’Italia, e diceva: Partigiani della Costituzione. Per essere liberi da fascismo, mafie e corruzione.

Ho trovato un senso profondo in questo accostamento tra fenomeni in apparenza così lontani. Cosa hanno in comune fascismo, mafie e corruzione, in fondo? Moltissimo, a ben guardare. Li accomuna l’esercizio di un potere arbitrario, opaco, irresponsabile. Un potere intimamente autoritario, che spoglia la collettività di benessere e dignità, che espropria i cittadini di diritti politici e civili, trasformandoli in asserviti postulanti o sudditi impauriti. Un potere antidemocratico, funzionale solo a rendere sempre più potente e ricca la ristretta oligarchia di predoni che lo esercita: poco cambia se si tratti di gerarchi in camicia nera, boss mafiosi con la coppola, oppure i distinti faccendieri in doppiopetto delle cricche e dei comitati d’affari.

“La voce di Peppino Impastato”: un documentario per non dimenticare

di Noemi Pulvirenti

Ci sono degli uomini e delle donne che nascono con qualcosa in più, con la volontà di cambiare il mondo e di ricercare la verità. Parlare di mafia in Sicilia negli anni ’70 non era semplice e d’altronde non lo è tuttora, perché la mafia è come la colla vinilica, una melma che si attacca e che vuole diventare invisibile. Invece la traccia la lascia ed è visibile per chi la vuole vedere.

Tutti noi conosciamo la vicenda di Peppino. Nel documentario La voce di Impastato, il regista friulano Ivan Vadori ha ripercorso quei fatti ma, soprattutto, ha voluto perpetuare il ricordo di chi in Sicilia aveva una voce e non aveva paura di farla sentire a tutta Cinisi. E che per questo ha pagato con la vita.

Andreotti: parabola della politica italiana attraverso le storie nere della Repubblica

Giulio Andreotti - Foto di greo77

di Pasquale Cuomo, Università di Pisa

Ho aspettato un po’ prima di scrivere sulla morte di Andreotti, ascoltando la lettura degli articoli imbarazzati e laudatori su di lui, come di quelli critici ma distaccati. Scoperto da De Gasperi mentre preparava la tesi di laurea sulla marina pontificia, il giovane dirigente della Fuci ha ricoperto quasi ininterrottamente incarichi di governo dal 1946 al 1992. È stato il sottosegretario di De Gasperi con delega alla censura cinematografica scagliandosi contro il neorealismo perché i “panni sporchi vanno lavati in casa”. Frase ripresa per criticare il Divo da parte di un’elegante signora che vanta come merito quello di essere la compagna di un fascinoso industriale-finanziere che è riuscito a semi-distruggere l’azienda dell’ex suocero.

Andreotti ha sempre rappresentato il sacramento del potere con quell’atteggiamento curiale e cinico che ricordava la Roma papalina e le sue frequentazioni vaticane. Filo atlantico da sempre, ha strizzato l’occhio più volte alla destra fascista nel suo collegio elettorale (il frusinate) e a Roma. Da ministro della difesa per sei anni ha plasmato le forze armate negli anni sessanta e poi ha fondato la sua corrente basandola su due pilastri: il Lazio e la Sicilia. Per questo motivo ha sempre avuto ottimi rapporti con i palazzinari e con ambienti mafiosi.

A fare da contorno c’erano poi alcuni giovani politici campani, calabresi e anche lombardi. Per questo motivo non ha mai ambito a diventare il segretario della Dc ma ad essere l’ago della bilancia e scalare il potere ministeriale. Ha rappresentato l’essenza più alta della democristianicità: il potere per il potere, il rapporto con la chiesa, il cinismo, l’affarismo mai esibito, la cattiveria condita di sapidità e una certa civetteria. È stato il grande difensore di Sindona, addirittura appellandolo “salvatore della lira”, mentre il banchiere siciliano era intento in pericolose e fallimentari speculazioni valutarie.