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Venezuela: le ingerenze degli Stati Uniti e la voglia di un nuovo caso Panama

di Maurizio Matteuzzi

Lo storico Howard Zinn ha contato 103 interventi militari USA nel mondo fra il 1798 e il 1895, un calcolo che non tiene conto di tutti quelli – un’infinità – nel corso del ‘900 e neppure di quello auspicato dal futuro presidente Theodore Roosevelt, allora Assistente segretario alla Marina, che in una lettera del 1897 scriveva di “sperare in una qualsiasi guerra perché credo che questo paese ne abbia bisogno”. In effetti l’anno dopo, 1898, gli Stati uniti dichiararono guerra alla Spagna, naturalmente, parole di Roosevelt, sia in nome “dell’umanità e per il bene dei cubani” sia come “ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America dal dominio europeo”.

Sono passati 120 anni e lo scenario è ancora lo stesso. Perfino le parole – la narrazione, come si usa dire adesso – sono praticamente le stesse.Venezuela, gennaio-febbraio 2019. Il paese deve essere liberato dal giogo chavista, con qualsiasi mezzo, sia in nome dei diritti umani e per il bene dei venezuelani, sia come ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America latina dalla macchia rossa del quindicennio di governi di sinistra o quantomeno progressisti , e dalla crescente interferenza di Cina e Russia.

Il Venezuela di Maduro e la crociata per il petrolio: lo spettro del modello Libia

di Maurizio Matteuzzi

Dopo il golpe blando in Brasile del 2016 contro il governo del PT – l’impeachment di Dilma Rousseff, la proscrizione di Lula mediante le manipolazioni giudiziarie del giudice Moro, la (ir)resistibile ascesa del proto-nazista Bolsonaro -, ecco il golpe del 23 gennaio in Venezuela contro il governo chavista di Nicolás Maduro.

Magari, come Dilma, Maduro è un pessimo presidente ma, come era Dilma, è il presidente legittimo. E tutto lascia credere che in Venezuela il golpe – dall’esito incerto, tuttora in corso in questi giorni, in queste ore drammatiche – non sarà blando come quello in Brasile. I morti, di entrambe le parti, negli scontri delle ultime settimane sono già una quarantina, gli arresti diverse centinaia.

Un golpe di nuova generazione. In slow motion. Prima i golpe si facevano all’ora x e quasi sempre in uniforme, con una sequenza precisa: prendere il potere all’interno e poi aspettare il riconoscimento internazionale. Con il golpe in corso in Venezuela, l’ordine dei fattori è invertito: prima si annuncia il golpe e si ricevono i riconoscimenti internazionali a cascata, poi si aspetta che il potere arrivi come una pera matura.

Dopo elezioni in Venezuela: Maduro e il tentativo di golpe post-chavista

di Maurizio Matteuzzi

È certo che Nicolás Maduro non è Salvador Allende. E nemmeno Hugo Chávez. Ma quelli che organizzarono e attuarono il golpe contro Allende nel 1973 e contro Chávez nel 2002 sono – anche questo è certo – gli stessi che dal 2013 stanno cercando di montare il golpe contro il Venezuela chavista o post-chavista.

È comprensibile che la destra venezuelana si aggrappi a un golpe militare e/o a un intervento risolutivo dall’esterno, magari truccato da “intervento umanitario” come chiesto dall’assatanato segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’uruguayano Luís Almagro. Perché né con le elezioni (24 con quelle di quest’anno, di cui 22 vinte) né con la mobilitazione di piazza (spesso al limite e oltre della guerriglia urbana) né con la “guerra economica” interna ed esterna (devastante e aggravata da una corruzione diffusa) è riuscita in questi 20 anni a scalzare il chavismo. Prima, quando era vivo Chávez, con tutto il suo straordinario carisma (e il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari), e dopo, quando morto Chávez nel 2013 gli è subentrato Maduro, senza carisma e con il prezzo del barile (90-95% delle entrate venezuelane) precipitato a meno di 30 dollari.

L’alleanza civico-militare su cui l’ex-colonnello Hugo Chávez aveva costruito il suo Movimiento V República, finora, ha tenuto, anche se di tanto in tanto filtra il rumore di qualche scricchiolio dentro le caserme, al di là delle speranze degli oppositori venezuelani e statunitensi, storicamente signori e padroni delle forze armate dell’America Latina.

Venezuela: in vista delle elezioni di ottobre (salvo sorprese)

di Maurizio Matteuzzi

Adesso il prossimo round è fissato per ottobre quando si terranno, salvo sorprese, le elezioni amministrative previste nel dicembre 2016, che l’opposizione chiedeva con insistenza convinta di vincerle in carrozza e il governo di Nicolás Maduro aveva rinviato.

L’annuncio del presidente della repubblica ha scombussolato la MUD, il Tavolo della Unità Democratica (che tanto unito e tanto democratico non è) in cui siedono i 28 partiti dell’opposizione anti-chavista. Alcuni hanno scelto di partecipare, convinti che l’onda lunga delle elezioni parlamentari del dicembre 2015 che diedero la maggioranza qualificata del parlamento al fronte anti-chavista, continuerà e sarà capace di superare i prevedibili ostacoli giuridico-legali. Altri hanno invece annunciato il boicottaggio.

L’insediamento il 4 agosto della controversa Assemblea Nazionale Costituente (ANC) sembra aver momentaneamente calmato le acque almeno sul fronte interno, dove la strategia della tensione negli ultimi mesi aveva portato l’opposizione in piazza quasi ogni giorno con la scia di violenze contrapposte e di sangue (più di 120 morti), e in apparenza ha fatto spazio al fronte esterno. Con l’irruzione a gamba tesa del presidente Trump, prima (11 agosto) evocando “l’opzione militare” (naturalmente in difesa “della democrazia” e dei “diritti umani”, contro “la dittatura”, bla bla bla), poi (25 agosto) con nuove sanzioni (salutate con entusiasmo dall’opposizione) come la proibizione di negoziare il debito emesso dal governo di Caracas e dalla PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana.