Dopo la conferenza sul clima, l’Europa rischia di restare sola

di Gabriele Crescente Il fallimento della conferenza sul clima di Madrid (Cop25) ha un valore soprattutto simbolico. Ha infatti materializzato il timore che molti avevano espresso all’indomani dell’accordo di Parigi nel 2015: che al momento di passare dalle parole ai fatti, lo spirito di unità e cooperazione tra i paesi del mondo di fronte alla […]

Catalogna, tra repressione e possibili scenari

di Steven Forti

Il 20 settembre potrebbe essere uno di quei giorni che cambia il corso degli eventi. Nella crescente tensione tra il governo spagnolo e quello catalano in vista del referendum unilaterale di autodeterminazione convocato dal Parlamento di Barcellona per il prossimo 1 ottobre, la Guardia Civil – la polizia spagnola – ha perquisito una dozzina di sedi del governo regionale catalano, requisito materiale relativo all’organizzazione del referendum e arrestato 14 alti funzionari della Generalitat catalana.

Nei giorni precedenti aveva proibito conferenze a favore del referendum, perquisito alcuni giornali e magazzini in cui si sarebbe stampato materiale necessario alla realizzazione della consultazione e chiamato a dichiarare gli oltre 700 sindaci che avevano dato la loro disponibilità per l’1 ottobre. Il premier Mariano Rajoy ha deciso di usare la mano dura con l’obiettivo di dimostrare che lo Stato spagnolo non tollererà oltre la sfida unilaterale catalana.

“Non si terrà nessun referendum”, aveva ripetuto il leader del Partido Popular: “difenderemo lo Stato di diritto con tutti i mezzi che ci dà la Costituzione. Anche quelli che non vorremmo usare”. E dalle dichiarazioni è passato ai fatti. L’obiettivo? Che non si realizzi il referendum. E, da questo punto di vista, sembra che ci sia riuscito: con che schede elettorali andranno a votare i catalani l’1 ottobre? Dove ci saranno delle urne? Che seggi apriranno? Ma quella di Rajoy sarà, molto probabilmente, una vittoria pirrica.
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Da Madrid a Bologna, Iglesias in video per Martelloni: “Forza compagni”

di Giovanni Stinco

Da Madrid a Bologna, e il filo è quello della comune militanza politica e di un’antica amicizia. Pablo Iglesias, leader di Podemos, sostiene il candidato sindaco Federico Martelloni di «Coalizione Civica», la formazione che ha messo assieme quasi tutta la sinistra bolognese.

«Bologna è stata la mia città quando ero studente Erasmus, è la mia seconda città e ho tantissimi ricordi – ha detto Pablo Iglesias in un video proiettato in una piazza piena soprattutto di giovani e giovanissimi – Per questo sono felice che Federico e Gianmarco abbiano la possibilità di governare Bologna. Con loro sicuramente sarà una città più bella e più giusta». Infine lo slogan e l’invito al voto: «Il 5 giugno l’alternativa si chiama Coalizione Civica, forza compagni».

Il Federico citato nel video è ovviamente il candidato sindaco di Coalizione Civica, che infatti su Facebook ricorda di «conoscere Pablo dai tempi del G8 di Genova». Racconta Martelloni di un Iglesias che «era a Bologna in Erasmus e condivise con noi quella stagione, dottorandosi poi a Madrid proprio con una tesi sulle tute bianche».
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Di madre non ce n’è una sola

Di madre non ce n'è una sola
Di madre non ce n'è una sola
di Paul B. Preciado, traduzione di Federico Ferrone

Ha deciso di andare a Madrid per incontrare Esther, la donna che si occupava di lei quando era neonata. È nervosa. Vuole filmare tutto, registrare tutto. È come una bambina che ha deciso di raccogliere tutta la sabbia della spiaggia, fino all’ultimo granello, con una paletta. Parto da Atene per accompagnarla. Divento un secchiello nel quale potrà mettere la sabbia che non le entra nelle tasche.

Sono anni che cerca Esther, senza trovarla: la conosceva solo con il nome che aveva quando era la sua balia e aveva appena vent’anni. L’ha cercata prima nel villaggio della Galizia in cui abitava all’epoca. Ma una persona è come un fiume che scorre e cambia, e nessuno può bagnarsi per due volte nella sua acqua.

Dopo quasi cinquant’anni la ragazza è diventata una donna anziana, ha cambiato nome, casa e città. S’è sposata, ha divorziato e s’è trasferita in un complesso prefabbricato che la febbre del mattone ha eretto in pieno deserto della Murcia. Esther spiegherà più tardi che il complesso sembra morto, che nei dintorni non c’è niente per chilometri, ma che lei ci vive felice perché ogni mattina un uccellino viene a salutarla alla finestra.
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Podemos, il video e le intervista dalla marcia del cambiamento

di Primavera Urbana Madrid, 31 gennaio 2015: l’associazione bolognese Primavera Urbana, attraverso uno dei suoi attivisti più impegnati, Lorenzo Alberghini, ha partecipato a “La Marcha del Cambio” organizzata da Podemos, il nuovo partito spagnolo che ha avuto origine dal movimento degli Indignados e che ora sembra essere il primo partito in Spagna.

Podemos

Spagna: l’enigma Podemos, quando la sinistra si reinventa e vince

di Samuele Mazzolini

Per comprendere la natura di Podemos, può essere utile partire dal disarmante statement politico che ho ascoltato durante un evento organizzato a Londra nel mese di settembre: “Ci domandano se vogliamo unire la sinistra – apriva retoricamente Íñigo Errejón, stratega politico del partito, seguito da un attento Ken Loach – La nostra risposta è no. Noi siamo qui per creare un popolo”. Altro che costituenti e rifondazioni. Altro che geometrie elettorali per mettere insieme partitini, sette e famiglie politiche. Podemos punta in alto, mettendo a soqquadro le coordinate della sinistra europea, sconvolgendone i metodi, rivoluzionandone linguaggio e militanza. A cominciare dagli intenti.

Nato solo a gennaio di quest’anno, Podemos ha ottenuto un inatteso 8% dei consensi alle elezioni europee dando vita a un’incessante spirale mediatica che ha proiettato gli eredi degli Indignados persino al di sopra dei due maggiori partiti, quello socialista e quello popolare, secondo un recente sondaggio commissionato da El País. Vista attraverso i frettolosi ragguagli della stampa italiana, questa esperienza politica rimane un enigma inspiegabile, la storia di un successo esotico spiazzante e lontano. Presso la sinistra di casa nostra poi, il dramma dell’incomprensione si mischia con quello di una sottile invidia, che al contempo rimarca una distanza. Come spiegarsi d’altronde la storia del leader di Podemos, Pablo Iglesias, una vita nella sinistra radicale spagnola, un vecchio flirt con i nostri centri sociali e ora a capo di una formazione che si è presentata sulla scheda elettorale con l’effigie del suo volto? Come approcciare un partito figlio dei movimenti che preferisce parlare di “casta” piuttosto che di “tecnocrazia neoliberista”, che si rivolge con disinvoltura anche a coloro che non si sono mai sentiti di sinistra invece che ai soliti noti?
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