Manuela D’Avila: “Bolsonaro è fascista, la sinistra mondiale ha il compito di difendere la democrazia”

di Giacomo Russo Spena

“La vittoria in Brasile di un ex-militare razzista di estrema destra, sostenitore della dittatura, come Bolsonaro è stato il punto d’arrivo del golpe mediatico giudiziario che ha condotto alla destituzione della legittima presidente Dilma Rousseff e poi all’arresto di Lula”. Manuela D’Avila, 37 anni, è stata la candidata a vicepresidente del Brasile per la coalizione del PT – Partido dos trabalhadores – e del PCdoB “Il Brasile Felice di Nuovo”.

Dopo l’arresto di Lula, si è presentata alle recenti elezioni in tandem col candidato presidente Fernando Haddad: una formula, sebbene uscita sconfitta, che ha preso più di 47 milioni di voti. Attivista sociale, femminista, battagliera deputata di Porto Alegre, è in Italia per due incontri pubblici – ieri a Napoli col sindaco Luigi de Magistris, oggi a Roma, ore 18, presso la Casa Internazionale delle donne con l’europarlamentare Eleonora Forenza e il costituzionalista Luigi Ferrajoli – organizzati dal gruppo del GUE-NGL e da Rifondazione Comunista.

“In Brasile il patto democratico tra istituzioni e cittadini per garantire il rispetto dei diritti umani è sotto attacco – dice D’Avila – Per questo sono venuta in Europa: voglio raccontare cosa è cambiato da quando è stato eletto il presidente Jair Bolsonaro, per capire come resistere all’offensiva autoritaria da parte del suo governo”.
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Il Brasile sull’orlo dell’abisso

di Angelo d’Orsi

“Babel”, un festival dedicato alla traduzione e alla letteratura, che si svolge a Bellinzona, capitale del Canton Ticino, Babel, nella sua XIII Edizione (14-16 settembre), dedicata al Brasile, non ha potuto evitare di trattare il versante politico e sociale. Negli stessi giorni, il Premio Nobel per la pace, l’argentino Adolfo Perez Esquivel, presidente della Lega Internazionale per i Diritti umani e la liberazione dei popoli, rendeva noto una sua lettera aperta in cui chiedeva al mondo di difendere Lula, già presidente della Repubblica Federale del Brasile, ora in carcere: difendere Lula, significa difendere non solo il suo diritto alla libertà e alla partecipazione alla imminente elezione presidenziale, ma anche il diritto del popolo brasiliano all’esercizio della scelta. Com’è noto, in tutti i sondaggi pre-elettorali, Lula era dato come sicuro vincitore, e lo scopo di quello che la quasi totalità dei giuristi di ogni nazione ha chiamato “golpe bianco” appare in tutta la sua nuda e dura evidenza: impedire a Lula di ritornare al potere.

Il golpe era iniziato nel 2014, con una campagna contro la corruzione – male endemico in Brasile, dal quale sono immuni ben pochi soggetti, individuali o collettivi – guidata da un giudice, tale Sergio Moro, il quale diceva di ispirarsi alla campagna di Mani Pulite in Italia. Moro, uomo di destra, sostenitore delle politiche neoliberiste, non faceva mistero delle proprie intenzioni, in accordo con l’ex candidato alla presidenza, Aécio Neves, sconfitto da Dilma Roussef, la “delfina” di Lula, che diventava così il primo bersaglio.
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La colpa di Lula? Aver reso possibile un altro mondo

di Luciana Castellina

Telefonano accorati gli amici brasiliani in Italia, prime fra tutti le compagne-suore che dovettero scappare dal loro paese quarant’anni fa perché avevano aiutato Lelio Basso a preparare il processo del Tribunale internazionale dei popoli che denunciò fra i primi l’orrore della dittatura brasiliana (e da allora sono il pilastro della Fondazione ); inviano messaggi rabbiosi da Rio gli amici del Forum mondiale di Porto Alegre, da San Paolo i compagni del Pt.

Il più bello da Belo Horizonte, del cantastorie Erton Gustavo Prado: «Fine corsa per lei, ex presidente alejado (dalle dita amputate), non è a causa dei tre appartamenti che lei sarà condannato. È a causa della sua audacia nell’aiutare i ragazzi a diventare avvocati, nel contribuire all’ascensione del nero della favela che oggi crede di poter studiare medicina, uscire dalla miseria e perfino di conoscere la Cappella Sistina. Fine corsa per lei ex presidente stupido: lei viene condannato non per aver rubato, perché questo non è stato provato.

Il suo sbaglio è stato essere storia e fare storia sulla dimensione del Brasile – l’80 % di approvazione popolare – per aver creduto nell’uguaglianza, per aver saputo governare. Fine corsa per lei ex presidente». Da Buenos Aires chiama Adolfo Perez Esquivel, che fu per anni presidente della Lega internazionale per i diritti dei popoli, il braccio politico della Fondazione Basso (e io ho avuto l’onore di essergli vice) chiedendo sostegno alla raccolta di firme per ottenere che a Lula sia conferito – come avvenne per Martin Luther King – il Nobel per la pace.
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