Toccato il fondo, c’è chi si è messo a scavare

di Alfonso Gianni

Pensavamo di avere toccato il fondo con il disastroso esito elettorale del 4 marzo. Quindi magari di potere godere di qualche vantaggio dall’effetto rinculo. Invece no. In diversi si sono messi a scavare. Ora ci si trova in fondo ad una crisi istituzionale dalle dimensioni e natura inedite con l’aggravante di una destra arrembante che annusa il profumo inebriante di una vittoria di proporzioni fino a poco fa imprevedibili. Ciò che non è accaduto in Francia, la vittoria del lepenismo, potrebbe accadere in Italia. Non a caso gli editorialisti de la Repubblica lamentano l’assenza di un Macron italiano in grado di evitare un simile esito.

Certo non possono contare, e da tempo, su un Renzi che alterna pop corn con proclami “antisfascisti”, pallida caricatura di un radicale d’antan. A tutto ciò si è giunti con un precipitare di ora in ora, tra palesi furbizie e clamorose insipienze. La terza pessima legge elettorale ha offerto il contrario della governabilità. Chi l’ha propugnata e difesa ne porta tutta la responsabilità. Al posto del governo subito c’è la crisi profonda degli equilibri tra i poteri istituzionali previsti dalla Costituzione.

Il sistema delle coalizioni senza programma, più simili a container che ad alleanze politiche, hanno facilitato lo scomporsi delle aggregazioni elettorali come non mai. Da qui, dopo un poco di melina e la più che prevedibile paralisi del Pd che avrebbe pagato con ulteriori fratture qualunque mossa, si è giunti ad un “contratto” di governo, espressione che già rivela la concezione privatistica di rapporti politici e istituzionali, fra Lega e M5Stelle.
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Come Matteo Salvini sta per conquistare l’Italia

di Luigi Ambrosio

Matteo Salvini ha appena dichiarato due cose. La prima: se Berlusconi voterà la fiducia al governo Cottarelli, il governo voluto dal Presidente della Repubblica, il centrodestra è morto. La seconda: Lega e Movimento 5 Stelle vogliono fare insieme, prima di tornare a votare, una legge elettorale maggioritaria ‘dove chi prende un voto in più, vince’.

Queste parole sono importanti perché dipanano le ultime ombre sulla strategia di Salvini. Il segretario leghista è il vero vincitore della partita politica che si è giocata negli 80 giorni dopo il 4 marzo e che si è conclusa con la rinuncia di Conte a formare un governo dopo il no del Capo dello Stato a Paolo Savona ministro dell’economia.

Adesso, Salvini ha davanti a sé due strade.La prima: andare alle elezioni come capo indiscusso del centrodestra. Vincerle. Andare a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio. La seconda: rompere con Berlusconi e fare una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle, alleanza di cui sarebbe in ogni caso il leader, dopo avere dimostrato di essere il vero leader della nascente alleanza giallo verde. Anche in questo caso, punta a vincere le elezioni e a diventare presidente del Consiglio.

Salvini è riuscito a dominare il rapporto con Luigi Di Maio e con il Movimento 5 Stelle, imponendo tutti i suoi temi, dall’immigrazione alla lotta contro l’Europa, dalle tasse alla giustizia. Ha indotto Di Maio a rinunciare al progetto di essere presidente del Consiglio. Ha tenuto il punto con il Quirinale costringento i 5 Stelle ad accodarsi.
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Di Maio, Salvini e Mattarella: le colpe condivise di una crisi di sistema

di Stefano Feltri

Le prove di forza si fanno soltanto quando si è sicuri di vincere. E Sergio Mattarella ha perso. Anche perché l’esito era già segnato: Matteo Salvini aveva deciso da tempo di tornare alle elezioni per rafforzare il controllo sul centrodestra, fagocitare quel che resta di Forza Italia e neutralizzare le opposizioni interne alla Lega di chi – come Roberto Maroni e Luca Zaia – contestano da sempre la scelta di trasformare un partito regionalista in un movimento sovranista e nazionalista.

Che Salvini non avesse il governo Conte come priorità era intuibile dal rifiuto netto a indicare Giancarlo Giorgetti come ministro dell’Economia, come auspicato da tutti gli investitori, dal Quirinale e perfino da molti dei Cinque Stelle che avrebbero preferito di gran lunga il pragmatico senatore leghista all’81enne, imprevedibile, Paolo Savona.

La prima matrice della crisi istituzionale che in queste ore scuote la democrazia italiana è dunque tutta politica. Tattica. Matteo Salvini è riuscito in un colpo solo a costruire un nuovo bipolarismo intorno alla sua figura e alla Lega (sovranisti contro europeisti), a mettere in crisi la leadership del suo concorrente Luigi Di Maio, ora attaccato sia da chi lo considera troppo propenso ai compromessi per aver trattato con la Lega sia da chi lo giudica un irresponsabile per aver chiesto la messa in stato d’accusa di Mattarella.
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Cappuccetto Di Maio, lupo Salvini e nonna Berlusca. Una favola di governo

di Pierfranco Pellizzetti

Il vispo Cappuccetto giallo Di Maio salterellava ilare e beato tra le erbette nel folto del boschetto dietro Palazzo Chigi, con un contratto scritto in tedesco sottobraccio e canticchiando una filastrocca dal titolo “la storia siamo noi”. Nella sua fanciullesca ingenuità, si era convinto di trovarsi a un passo dal ricevere il dono inestimabile del premierato grazie all’appoggio di uno xenofobo, omofobo e iper-maschilista. No, non Beppe Grillo; bensì l’irsuto lupo padano Salvini, con tanto di felpa d’ordinanza “prima (un revolver per) gli italiani”.

A un tratto, ecco comparire da dietro un cespuglio di filo spinato – in cui era solito alloggiare i visitatori dalla pelle un po’ più scura fino al loro respingimento – proprio il lupo “salvino”: “Buongiorno Cappuccetto Di Maio, dove te ne vai?” “Vado a trovare nonna Mattarella, le porto una bozza di contratto per rallegrarla” “Non sarebbe meglio arrivare anche con l’apprezzato presente di un segnaposto da usare a mo’ di primo ministro?”.

L’idea era allettante, sicché il bimbo e la belva si misero a frugare nelle fungaie intorno finché non saltò fuori la stazza mastodontica di uno storico dell’economia che – con il suo lineare curriculum dal catto-trotzkismo al berlusconismo – avrebbe garantito fermezza di linea e condiscendenza ai propri sponsor nell’esecuzione del programma made in Germany assegnatogli; cui sarebbe stato precettato senza neppure avere la possibilità di emettere un fiato sul da farsi. Alla faccia dell’autorevolezza e della sua indipendenza di giudizio.
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La strategia cinica di Lega e 5 Stelle per governare insieme

di Luigi Ambrosio

Forse il rispetto delle Istituzioni non ha più alcun significato, forse qualcuno potrebbe pure dire “beh, che c’è di male, il rispetto delle Istituzioni è un concetto reazionario”. Resta il fatto che non si era mai visto un Presidente della Repubblica trattato così, smentito via Twitter pochi minuti dopo aver pronunciato un discorso drammatico alla nazione, in cui Mattarella chiedeva alle forze politiche di fare lo sforzo di arrivare almeno fino a dicembre, per approvare la legge di stabilità, scongiurare la speculazione internazionale e cosette come l’aumento dell’Iva.

Con un tweet, Di Maio e Salvini hanno disconosciuto il ruolo del Capo dello Stato e hanno deciso, loro, che si va a votare. A luglio. In piena estate, con gli italiani esasperati, schifati dalla politica, disposti solo ad andare al mare. Con la stagione degli sbarchi che riprende, l’ideale per la propaganda. Con il Pd in crisi totale. Con quel che resta della sinistra incapace di organizzarsi.


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Il Cavaliere dell’Apocalisse

di Alessandra Daniele

Nel 2018 cade il quarantennale dell’era Berlusconi, cominciata nel 1978 con l’acquisizione da parte di Fininvest e l’inaugurazione ufficiale di Tele Milano 58, che diventerà Canale 5 nel 1980, la prima pietra del piccolo impero mediatico-pubblicitario che frutterà al Canaro il titolo di Sua Emittenza. Fra i personaggi di Tele Milano 58 fin dall’inizio Barbara d’Urso, Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Claudio Cecchetto, e Mike Bongiorno. I veri ministri di Berlusconi.

Nel 1978 Beppe Grillo partecipava come comico alla sua prima edizione di Sanremo su Raiuno. Oggi, nel quarantesimo anno della sua era, Berlusconi torna a interpretare il suo ruolo preferito: il Salvatore della Patria dall’Apocalisse, stavolta non comunista, ma grillina. Probabilmente il trucco funzionerà di nuovo, visto che l’Italia è un paese senza memoria, senza speranza, e senza dignità.

Sta già funzionando. Nei sondaggi Forza Italia è in costante ripresa. Il Polipo delle Libertà tutto compreso supera sia il Pd che il M5S di dieci punti. Eugenio Scalfari ha dichiarato che come premier preferirebbe Berlusconi a Di Maio. Scalfari sa benissimo che l’unica speranza per il Pd di tornare al governo è un’alleanza col Canaro, che lo preferisca è ovvio, ma è anche la prova che l’establishment, dopo il patetico fallimento di Renzi, adesso è ridotto ad aggrapparsi al sarcofago dello stesso Berlusconi che nel 2011 aveva cercato inutilmente di rottamare.
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Lettera aperta a Cgil, Cisl, Uil dopo l’attacco di Di Maio al sindacato

di Pierre Carniti

Cari amici e compagni, la recente sortita di Di Maio, con la inconcepibile minaccia rivolta soprattutto al sindacalismo confederale, minaccia che comprende il proposito di riformarlo autoritariamente se mai lui dovesse arrivare a Palazzo Chigi, è sicuramente indicativa dei limiti del dirigente “pentastellato”. Sia della sua cultura costituzionale, come della sua consapevolezza circa il ruolo essenziale dell’autonomia dei gruppi intermedi nell’assicurare l’indispensabile vitalità democratica, nelle società complesse e fortemente strutturate.

L’improvvida uscita del giovane parlamentare, della nebulosa grillina, potrebbe indurre i più sprovveduti a credere che la dialettica sociale possa essere neutralizzata “statalizzando” la società. Tuttavia, non c’è dubbio che la sconsiderata sortita di Di Maio può, al tempo stesso, essere interpretata come una spia anche del declino della popolarità del sindacato. Condizione che induce alcuni politici e politicanti ad uniformarsi a quello che viene considerato il “senso comune”.

Anche se, come spiegava bene Manzoni, è generalmente diverso, e non di rado opposto, al “buon senso”. Insomma, Di Maio è stato l’ultimo in ordine di tempo a dire sciocchezze sul sindacato. Ma non è nemmeno l’unico. Basterà ricordare che non moltissimo tempo fa un noto politico, investito da preminente responsabilità istituzionale, non aveva esitato ad affermare che il tempo dedicato al confronto con il sindacato era da considerare, nei fatti, “tempo sprecato”.
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Di Maio: San Gennaro, liberaci dai tuoi parassiti e dai professionisti dell’ampolla

di Camillo Langone

San Gennaro, la liquefazione del tuo sangue è misteriosa come la votazione delle primarie grilline: a che ora di quale giorno e con quale modalità? Il cardinale Sepe quando ha estratto l’ampolla dalla cassaforte l’ha trovato già sciolto, dunque il prodigio potrebbe essere accaduto in qualsiasi giorno successivo alla liquefazione di maggio.

Allo stesso inverificabile modo, un qualsiasi giorno venturo Luigi Di Maio verrà nominato, con uno di quegli abracadabra elettronici che sono un mistero della pentastellata fede, candidato alla presidenza del consiglio. San Gennaro, evoco Di Maio perché Di Maio l’altro giorno era in prima fila per il famoso miracolo. “È la prima volta che vengo in Duomo”. Ma come, dice di essere cattolico e non era mai stato nella cattedrale del suo capoluogo? C’è qualcosa che non torna: Napoli e Pomigliano d’Arco, sua residenza, distano solo sedici chilometri… Mi è venuto in mente l’ex compagno di partito Federico Pizzarotti che in chiesa a Parma non l’avevo mai visto, in anni e anni di messe, ma pochi giorni prima delle ultime elezioni apparve sorridente al primo banco del santuario della Steccata. Ne rimasi costernato.

In Duomo a Napoli c’erano pure De Luca e De Magistris e chissà quanti altri professionisti dell’ampolla (parafrasando Sandor Marai che definì “professionisti dell’attesa” i napoletani capaci di attendere ore la liquefazione del tuo sangue e anni un qualsivoglia altro miracolo risolutivo delle proprie vite).
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