Rossana Rossanda: “Lucio è morto per una scelta anche politica”

di Maurizio Caprara «Un’Italia così non me la ricordavo. L’avevo lasciata nel 2005-2006 per trasferirmi a Parigi. Il clima di adesso è pieno di risentimento. Tutti ce l’hanno con tutti», sostiene Rossana Rossanda, classe 1924, un nome che dice poco ai ragazzi di oggi e che tra la fine degli anni Sessanta e nei due […]

«Manifesto» addio? Eretici, ortodossi, forse cristiani

La rivoluzione non russaIn vista degli appuntamenti di Ravenna, Faenza e Bologna con il libro di Valentino Parlato La rivoluzione non russa. Quarant’anni di storia del «manifesto», ecco un articolo che ne parla e che parla anche del libro postumo di Lucio Magri, Alla ricerca di un altro comunismo

di Filippo La Porta

Proprio nel momento della crisi più grave della storia del «manifesto» non sarà inutile riflettere sulla sua vicenda complessiva a partire da due libri usciti in questo periodo. Il primo è Alla ricerca di un altro comunismo di Lucio Magri (Il Saggiatore), che contiene saggi di Magri, una «ultima conversazione» (curata con intelligenza simpatetica da Famiano Crucianelli e Aldo Garzia) e una utile prefazione di Luciana Castellina. Colpisce subito la ricchezza del percorso teorico-politico, capace di alimentarsi dei più diversi umori: Adorno, Koestler, Mallet, Panzieri, Lukacs, la storia degli Stati Uniti… Anche se a volte l’ariosa vivacità di pensiero confligge con un linguaggio fatalmente (data la destinazione politico-pratica degli interventi) ingombrato da formule rituali, quasi ipnotiche: «ristrutturazione profonda del tessuto politico», «ancoraggio preciso della politica dell’occupazione a priorità socialmente riconosciute…». Ma quello che risalta di più è – singolarmente – un’assenza.

Alla ricerca di un altro comunismoMagri viene dalla sinistra democristiana, da Dossetti, poi da Felice Balbo e in seguito dal primo Rodano. La sua prima formazione è cattolica, di un credente. Cosa resta di quella formazione – improvvisamene sbiancata -, non ci viene mai detto. Eppure l’idea di «rivoluzione» cara a Magri sembra conservare i caratteri – secolarizzati – della precedente fede religiosa: per quanto pensata come processo e non atto concentrato, la rivoluzione resta per lui una palingenesi, un Assoluto capace di farci uscire dalla preistoria, con la implicita sostituzione (a suo tempo analizzata da Del Noce) del cielo con il futuro, e la necessità di proiettare contenuti salvifici su soggetti sociali spesso latitanti (nei suoi interventi si dice spesso: «Occorrerebbe una nuova stagione di lotte…», «Occorre che l’irrazionalità del sistema produca una dialettica sociale…»). Chi fa politica tende a rimuovere il tragico: se la soluzione non c’è, verrà dopo.
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