Rossana Rossanda: “Lucio è morto per una scelta anche politica”

di Maurizio Caprara «Un’Italia così non me la ricordavo. L’avevo lasciata nel 2005-2006 per trasferirmi a Parigi. Il clima di adesso è pieno di risentimento. Tutti ce l’hanno con tutti», sostiene Rossana Rossanda, classe 1924, un nome che dice poco ai ragazzi di oggi e che tra la fine degli anni Sessanta e nei due […]

Luciana Castellina

Luciana Castellina: “La democrazia ormai ha le ossa rotte”

di Maurizio Di Fazio

Che avesse una grinta fuori dalla norma risultò evidente già in quel lontano 1943, lei aveva appena 14 anni, subito dopo l’8 settembre, prese di petto due ufficiali della Wehrmacht e sibilò loro: “Ve ne dovete andare”. Lei, ragazza dei Parioli, dove vive tuttora, che era andata a scuola con Anna Maria, la figlia del duce, con cui giocava a Villa Torlonia. E poi l’incontro fatale col comunismo, un amore a prima vista, destinato a divampare per sempre. L’iscrizione al partito nel 1947 e l’apprendistato proletario nelle borgate. Botteghe Oscure e il Liceo Tasso, la Fgci e la laurea in legge alla Sapienza. Le fabbriche, la classe operaia, la lotta di classe, la libertà che “o è sostanziale, condivisa, di tutti o è una roba meschina”.

La sua bellezza stentorea, naturale, smagliante, che mandava in estasi i compagni più del migliore discorso del Migliore Togliatti e che dura ancora oggi, che di anni ne ha quasi 89 ma spande fascino ed energia come se ne avesse 30 o 40. Il matrimonio con Alfredo Reichlin e i viaggi senza requie nell’Unione Sovietica, nella Germania dell’Est, nelle nazioni in effervescenza rivoluzionaria o sotto tiro di un colpo di Stato.

La politica e il giornalismo caparbiamente in prima linea. La fondazione, insieme a Lucio Magri, Valentino Parlato, Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, del Manifesto. Le critiche da sinistra al Pci a tinte troppo brezneviane e la loro radiazione dal partito nel 1969. I libri, le esperienze da parlamentare ed eurodeputata nel Pdup e nella nascente Rifondazione comunista, i 37 voti presi nella prima elezione del presidente della Repubblica nel 2015.
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Luciana Castellina

Castellina: “Il Partito Democratico è l’aborto del Pci”

di Giulia Merlo

«Sinistra significa cercare ciò che nessuna rivoluzione è ancora riuscita a ottenere: coniugare l’uguaglianza con la libertà. Un obiettivo non ancora raggiunto, ma non vedo perché dovremmo rinunciare». E Luciana Castellina rinunciare non intende di certo. Figlia della generazione “giovane e bella” che ha visto sbocciare l’Italia repubblicana, è stata una protagonista della sinistra in tutte le sue forme: da politica come dirigente del Partito comunista, da intellettuale quando fondò Il manifesto, uscendo traumaticamente da quello che ancora oggi considera il suo partito, e ora da memoria storica, che guarda con disincanto dalla sua casa di Roma le macerie di una politica da rifondare.

Cominciamo dall’oggi. Guardando alla sinistra italiana, nel Partito Democratico di oggi vede una qualche eredità del suo Partito comunista?

Il Partito Democratico non è l’eredità del Pci, è l’aborto. Pur con tutta la buona volontà, non vedo nulla di quella storia. Certo, quando giro per l’Italia incontro tanti bravi compagni, che sono rimasti uniti per quello che loro considerano ancora “il partito”, ma io mi chiedo quale partito. Il Pd non esiste come struttura partitica viva nel Paese.

Quella del Pci è una tradizione che è andata dispersa, quindi?

Il Partito comunista italiano è un cadavere che giace abbandonato. Con la costituzione del Pd è stata spezzata una storia, un orgoglio e una soggettività, e lo si è fatto in modo mortificante. Anche questo ha contribuito a far germinare la cultura dell’antipolitica e dell’individualismo, che stanno distruggendo l’idea stessa di democrazia.
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Manuale antiretorico dell'Unione europea - da Dove viene (e dove va) quest'Europa di Luciana Castellina

Castellina: “Europa per fare che?”

di Susanna Boehme-Kuby

Luciana Castellina ha pubblicato la sua dettagliata ricostruzione storica delle origini dell’attuale Unione Europea, redatta quasi dieci anni fà per il Cinquantenario della Comunità Europea nel 2007. La prima parte del volume riguarda l’attualità, ovvero gli anni 2007-2015, quel «Tempo dell’emergenza», che ha ridotto l’arte del «governo alla governance» anche a livello nazionale, e la terza parte passa in rassegna le posizioni delle varie Sinistre in Europa, dai Federalisti ai comunisti, dai belgi ai portoghesi. Un volume utilissimo per orientarsi in questa fase di crescente disaffezione e perfino di disgregazione dell’idea europea, in cui non pochi si chiedono se «vale ancora la pena di puntare sull’Europa». Anche se l’autrice risponde infine in modo affermativo a questa domanda, direi faute de mieux, essa ci dà un quadro allarmante della situazione complessiva.

L’autrice comincia col constatare che questa Europa è stata narrata finora «con una tale agiografica esaltazione da coprire con un velo pietoso la sua vera storia». Rivela poi che – in oltre mezzo secolo – non solo «non si è data realizzazione ai sogni europeisti di Ventotene», ma che questi sogni non hanno affatto influenzato la genesi del progetto europeo, perché il contesto storico del passaggio dalla fine della guerra nel 1945 allo spiegarsi della guerra fredda (dal 1947) serbava ben altri interessi miranti alla piena ripresa capitalista, il che ha «rapidamente sotterrato il sogno resistenziale di un’Europa sociale». La costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA, 1951), inizialmente rinchiusa nelle mani di pochi tecnocrati di USA, Francia e Germania, fu la premessa per poter ricuperare il potenziale industriale e bellico (con riabilitazione dei Krupp e Thyssen) della nuova Repubblica Federale tedesca che ebbe una prima e preziosa rilegittimazione, pur senza aver firmato nessun Trattato di pace.
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Luciana Castellina

Luciana Castellina: “La crisi della democrazia mette in crisi la sinistra”

di Raffaele Liguori

«Se non affrontiamo seriamente il problema della spoliticizzazione come causa della crisi della democrazia, e quindi della sinistra, non ne verremo fuori». Lo dice Luciana Castellina, ospite oggi a Memos.

Castellina, 86 anni, è protagonista di una parte importante della storia della sinistra italiana. Militante nel Pci fino al 1970, quando fu radiata dal partito insieme al gruppo del manifesto; la sua militanza politica ha attraversato diversi partiti della sinistra: il PdUP, Rifondazione comunista, Sel, la lista Tsipras. È stata parlamentare a Roma e a Strasburgo. Oggi è presidente onoraria dell’Arci.

La conversazione di Memos inzia dal caso Regeni. Luciana Castellina è stata tra coloro che in queste settimane si sono mobilitati per chiedere verità sull’uccisione di Giulio Regeni. “Non permetteremo che venga calpestata la dignità dell’Italia”, ha detto ieri il ministro degli Esteri Gentiloni. Perché il capo della diplomazia italiana parla di “dignità dell’Italia”?

«L’espressione “dignità dell’Italia” viene usata troppe volte, a proposito e a sproposito. Gentiloni sembra voler dire che non è possibile che un Paese accetti che un suo cittadino venga ucciso con la connivenza di un altro Stato».
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A proposito di “Guardati dalla mia fame” di Luciana Castellina e Milena Agus

Guardati dalla mia fame
Guardati dalla mia fame
di Enrico Pugliese

Il libro di Luciana Castellina e Milena Agus Guardati dalla mia fame è molto importante non solo per i suoi contenuti, per la storia che racconta e per come la racconta, ma anche perché ci spinge a riflettere e a discutere sugli avvenimenti di un periodo molto importante – forse il più importante della storia del Mezzogiorno e delle sue campagne: gli ultimi anni della guerra e l’immediato dopoguerra.

Il libro suggerisce anche riflessioni sull’oggi portandoci a confrontare la realtà sociale, del lavoro e di classe, di allora con quella attuale con i nuovi braccianti provenienti da mezzo mondo che con la povertà dei loro salari rendere ricca e ‘moderna’ l’agricoltura della Puglia così come settanta anni addietro la rendevano ricca grazie all’oppressione economica e sociale i contadini e i braccianti di allora. Ma proprio qui sta un punto molto importante che mi preme mettere in luce in queste note. Questa analogia non significa che non sia cambiato nulla o che sia cambiato poco. Un fenomenale processo di riscatto ha avuto luogo dagli anni del Dopoguerra in poi grazie alle lotte contadine e bracciantili e alla direzione che le forze della sinistra seppero imprimere ad esse.

E su questo, su quella esperienza di crescita civile e avanzata politica e sindacale, è importante riflettere perché alcune tematiche, alcuni obiettivi e alcune esigenze di organizzazione sono ancora attuali. C’è infine la parte non scritta del libro, quella riguardante il periodo successivo alla storia, riguardante il dopo, compresi alcuni fatti molto importanti – ai quali si fa un fugace cenno del libro e dei quale si è parlato in occasione delle presentazione – come quella grande espressione di solidarietà nazionale e popolare, che riguardò i braccianti e i loro figli sotto la guida del Pci e dell’UDI, nota come i “Treni della felicità”.
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Luciana Castellina

La sinistra e l’Europa: parla Luciana Castellina

di Gabriele Santoro

«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell’omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall’eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall’unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68.

Il testo sull’esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un’élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d’interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l’ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell’analisi.

Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: «È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.
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“Ideario Berlinguer”: per rileggere il suo pensiero e la personalità

Ideario Berlinguer
Ideario Berlinguer
di Emanuele Macaluso

Questo libro di Emiliano Sbaraglia – Ideario Berlinguer. Passioni e parole di un leader scomodo (Nova Delphi) che contiene un’intervista a Luciana Castellina – ha una “premessa” in cui si racconta il rapporto dell’autore con il padre, comunista per convinzione profonda e militanza, berlingueriano per amore verso una persona che comunica pensieri e comportamenti tali da rimotivare i suoi convincimenti e la sua militanza. Un padre che vive una vita “separata” dal figlio adolescente, il quale lo ritrova, con sentimenti teneri e passioni politiche forti, in un momento difficile per un uomo solo e malato.

Pagine belle, queste del giovane Sbaraglia, che proprio attraverso il rapporto con il padre incontra Berlinguer nelle immagini, nelle pagine di giornale, nelle tv che trasmettono l’ultimo suo comizio a Padova e i funerali: quei funerali che coinvolsero non solo i militanti di un grande partito, ma un popolo.

Il ragazzo cresce, con queste immagini che si confondono con quelle del padre che morirà, e il libro che ha scritto ci offre una ricerca appassionata e attenta sul pensiero politico di Berlinguer, filtrata e a volte appannata da un rapporto che definirei “filiale”: c’è infatti, nello scritto di Sbaraglia, ragionamento e amore, identificazione.

Io ho conosciuto bene Berlinguer, con lui ho lavorato per anni, sino al momento della sua scomparsa: ero direttore de “l’Unità”, soprattutto per sua decisione, e nei giorni della malattia e della morte l’accompagnai con scritti e titoli del giornale che espressero sentimenti collettivi, ma anche personali.
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“Luciana Castellina, comunista” di Daniele Segre: il fascino della sfida

di Serena D’Arbela

In epoca di grandi delusioni e scetticismi, vedere questa riuscita immagine di donna, sentirla parlare, appassionata alla politica in senso ideale, senza nasconderne i lati critici, fa bene, riporta ai vecchi tempi delle militanze generose. Questa intervista filmica che s’interseca a ricordi fotografici, non stanca, interessa e incuriosisce. Ciò è dovuto all’acuta regia di Daniele Segre, sempre capace di costruire una narrazione attraverso il documento, un vero ritratto d’autore.
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Il futuro del Manifesto: è tempo di stabilire le priorità e valutare i costi

di Marino Calcinari, circolo del Manifesto di Trieste

È importante e fondamentale garantire la sopravvivenza e la continuità del Manifesto, “quotidiano comunista”. Per moltissimi motivi. I più evidenti sono quelli legati alle vicende e alla storia politica della sinistra radicale in Italia, di cui il Manifesto ha rappresentato la fotografia più critica e realista possibile poiché intelligentemente ha saputo interpretare, rielaborare e tradurre i linguaggi di percorso e le proposte politiche che storicamente venivano elaborate, rappresentando un punto insostituibile di riferimento, autonomo e autorevole, in una battaglia ideale di rinnovamento ideologico che andava ben oltre i limiti angusti delle perimetrazioni politico organizzative della sinistra extraparlamentare.

Gli altri, non meno importanti motivi, riguardavano e interessano ancora oggi il dibattito vero sull’informazione, sulla comunicazione, sulla trasmissibilità, la veicolazione e la socializzazione di notizie e/o letture critiche della realtà, non assimilabili alla pretesa oggettivazione della verità dominante, quella dei ceti dominanti, che assurgono grottescamente a livello di dogma (e perciò disvelano anche la natura idealista e reazionaria di cui quella sedicente verità è espressione materiata e ideologica).
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