Femminismo e lotta di classe: un’inchiesta sul lavoro femminile in Sardegna

di Marta Meletti e Isabella Russu

Come Telèfono Ruju-Telefono Rosso, campagna nata all’interno del soggetto-progetto politico “Caminera Noa”, abbiamo deciso di lanciare un questionario per analizzare le condizioni di lavoro delle donne in Sardegna. Il nostro obiettivo è quello di arrivare ad avere un quadro, quanto più dettagliato possibile, del lavoro femminile in tutte le sue forme all’interno del territorio sardo, e vorremmo raggiungere donne di ogni età e provenienza, che affrontano condizioni di lavoro diverse e differenti problematiche ad esso connesse.

Perché un questionario sul lavoro femminile? Telèfonu Ruju vuole creare un argine allo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori occupandosi di contrasto al lavoro nero, ai tirocini che nascondono lavoro pagato male o non pagato e in generale a tutti i soprusi che dilagano nel mondo del precariato e del lavoro stagionale.

Le donne, in quanto tali, subiscono una duplice forma di sfruttamento, sia da parte del sistema economico capitalistico e colonialistico che della società patriarcale. Da un lato svolgono infatti il lavoro produttivo (salariato o autonomo), il lavoro nel senso più comune del termine, soggetto alle dinamiche interne al sistema economico, spesso precario e malpagato.
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La tragedia dell’utilitarismo: il caso dell’acqua, diritto umano e bene comune pubblico / 3

Acqua Pubblicadi Riccardo Petrella

(Prima e parte)

Il predominio della concenzione utiliitarista. La costruzione del muro

Il fondamento teorico, ideologico, della concezione utilitarista sta nella tesi che il valore di un bene, di un servizio, di ogni cosa è strettamente legato al binomio rarità/utilità. Da qui il principio – elemento chiave del marginalismo- che il valore di un bene diminuisce con la quantità disponibile. Più il bene è raro, più esso ha valore. Pertanto, più un bene è utile ed è richiesto, più il suo valore aumenta ed il  prezzo di mercato ne dà la misura.

Contrariamente alle tesi dell’economia detta classica che ha cercato di definire il valore dei beni sulla base di elementi soggettivi (la terra, le risorse naturali, il lavoro incorportato nei prodotti…,) la svolta introdotta dal marginalismo sta nell’aver messo l’accento su elementi soggettivi (i bisogni individuali, le preferenze e le scelte personali, i desideri, i comportamenti degli investitori, dei consumatori, delle autorità pubbliche…).

Così facendo i promotori del marginalismo hanno dato forza non solo alle politiche di esaltazione del ruolo del mercato e dei meccasnismi di domanda/offerta, ma anche alle strategie di rarefazione dei beni da parte dei detentori di capitali come mezzo per aumentare il valore (e, quindi, i profitti) delle imprese da loro possedute e/o controllate. [5]

Come illustrato dalla figura 1, il ciclo socio-economico e politico dell’acqua secondo la concezione utilitarista comincia con la visione dell’acqua considerata essenzialmente come una risorsa naturale vitale d’importanza strategica per l’economia e la crescita economica. È cosi che è definita l’acqua nei primi documenti della Banca Mondiale e dell’ONU in occasione della prima conferenza internazionale dell’ONU sull’acqua del 1977 a Rio de la Plata. [6]
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La tragedia dell’utilitarismo: il caso dell’acqua, diritto umano e bene comune pubblico / 2

Acqua Pubblicadi Riccardo Petrella

(Prima parte)

Le principali concezioni dell’acqua

È possibile identificare quattro principali concezioni dell’acqua:

  • la concezione naturalista
  • la concezione sacrale
  • la concezione politico-integrale
  • la concezione utilitarista

La concezione naturalista vede l’acqua a partire dal vissuto quotidiano: il mare, gli oceani, la pioggia, i fiumi, i laghi, le sorgenti, i pozzi, le inondazioni, la siccità. Il suo immaginario dell’acqua è realista e mitico. L’acqua è fonte di vita: per bere, lavarsi, l’igiene, l’agricoltura, l’alimentazione, la salute, l’energia, le attività industriali, il divertimento. Ma anche fonte di morte: inondazioni, siccità, pioggie devastanti, acqua inquinata, contaminata.

Specie in tempi piuttosto lontani, allorché le conoscenze degli esseri umani sulla vita erano limitate, l’approccio naturalista ha alimentato una visione dell’acqua fondata sull’ignoto, il non conosciuto, il mistero. Il che ha permesso a fantasiosi, stregoni, maghi ma anche poeti e narratori di assimilare l’acqua a forme di vita mitiche, surnaturali . Queste visioni non sono del tutto scomparse ai tempi nostri. Hanno preso nuove forme alimentate, talvolta, dalle stesse conoscenze avanzate acquisite nel frattempo sulla materia, l’energia, il vivente.
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Acqua Pubblica

La tragedia dell’utilitarismo: il caso dell’acqua, diritto umano e bene comune pubblico / 1

di Riccardo Petrella

Introduzione. Il muro

Come spiegare l’impasse nella quale si trovano le azioni di salvaguardia e di promozione dei diritti umani e dei beni comuni pubblici, in questo caso l’acqua, di fronte alla massiccia e continua opera di demolizione della società dei diritti, dello Stato del Welfare e dei principi costituzionali di uguaglianza, giustizia, solidarietà, fraternità, libertà ? Si ha l’impressione che siamo davanti ad un muro che non consente di avanzare verso l’obiettivo maggiore del diritto alla vita per tutti gli abitanti della Terra.

Noi esseri umani siamo vicini agli 8 miliardi di persone. Di recente, uno studio di due ricercatori olandesi pubblicato in Science (n° febbraio 2016) ha dimostrato che 4 miliardi (4 mila milioni) di esseri umani vivono in condizioni di grave carenza d’acqua (quindi, in cattivissime condizioni di vita). [1]

Inoltre, coloro che vivono in situazioni di acqua disponibile ed accessibile sperimentano crescenti difficoltà ad accedere ad un’acqua buona per usi umani a causa della sua rarefazione, specie economica: sia perché le fonti idriche provvedono acque sempre più contaminate ed inquinate per cui «chi può» compera, per bere, acqua minerale inbittiglia al posto dell’acqua potabile del rubinetto, sia perché la priorità d’uso è, de facto, data all’irrigazione, alla produzione di energia (idro-eletricità), alle attività turistiche (caso, fra altri, dei paesi del Mediterraneo sud). Infine sta aumentando dappertutto il numero di persone che subiscono l’interruzione dell’erogazione idrica perché morosi o insolventi (causa impoverimento).
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Intervista a Rossana Rossanda: “Recuperare la dimensione di classe della società”

di George Souvlis

“Comincio con lo scusarmi per il ritardo nel rispondervi, dovuto al mio stato di salute e a una serie di difficoltà della politica italiana. Le domande che mi rivolgete sono tali che esigerebbero veri e propri saggi di risposta. Risposta che, per quanto mi riguarda, ho cercato di dare nei libri e negli articoli nel corso di questi anni. C’è infatti qualche questione metodologica di fondo sulla quale dovremmo metterci d’accordo per intenderci, senza di questo molte mie risposte vi appariranno lontane dal fondo delle domande che mi fate. Il nodo per me è il pensiero di Marx, che è stato assunto solo in parte dai partiti comunisti europei, Pci compreso. Vi manderò le mie ultime riflessioni che dovrebbero essere pubblicate fra poco per poter portare avanti il nostro dialogo”.

Dalla seconda metà degli anni settanta ad oggi, la marginalizzazione delle donne è andata di pari passo con l’occultamento della rappresentanza degli immigrati e la rimozione della questione di classe. Come la sinistra potrebbe ripartire per riunificare le diverse soggettività e istanze e ripensare la rappresentanza?

La rimozione della lotta di classe è in alcuni Paesi europei la rimozione della questione degli immigrati, che ha a che fare con essa ma non si esaurisce in essa e non hanno granché a che vedere con la questione femminile. Insisto sul carattere a parte, storicamente e temporalmente, della contraddizione fra i sessi – che mi pare del resto evidente nella sua permanenza in secoli e in situazioni geografiche assolutamente lontane. Sul che fare, anzitutto mi pare necessario recuperare la dimensione di classe della società, dimensione offuscata anche formalmente dal 1989, per responsabilità dei partiti comunisti e degli stati di socialismo reale. Sui rapporti fra situazione sociale recenti e conflitto sessuale molto più antico si lavora molto poco, ma lo considero necessario nel suo aspetto diacronico e sincronico.
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Revelli: la lotta di classe vinta dai ricchi

La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi
La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi
di Lelio Demichelis

La curva di Laffer e la curva di Kuznets. Sono questi gli obiettivi centrali dell’analisi di Marco Revelli nel suo ultimo saggio breve sul tema della disuguaglianza, uscito tra gli Idòla di Laterza e che riprende e sviluppa un tema al centro dell’attenzione (Luciano Gallino, Mario Pianta, Joseph Stiglitz e ora anche Thomas Piketty) con un titolo ad effetto ma sempre replicato dalla realtà: La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Vero! La curva di Laffer e quella di Kuznets: due favole economiche nate in epoche diverse (la prima, nel 1974 e – secondo una leggenda metropolitana probabilmente falsa ma capace di colpire l’immaginario collettivo – disegnata da Laffer su un tovagliolo di un noto ristorante di Washington; la seconda, risalente invece al 1955), ma usate come armi pesanti nella costruzione e nella propagazione dell’ideologia neoliberista. Ideologia.

Oppure e forse meglio (e oltre Revelli, ma con Foucault) come biopolitica/bioeconomia neoliberale (concetto che preferiamo), posto che l’obiettivo esplicito e perseguito (e purtroppo raggiunto) dal neoliberismo era (è) quello di voler essere non solo una teoria economica ma una autentica antropologia, per la edificazione di un uomo nuovo neoliberista la cui vita fosse solo economica e a mobilitazione incessante e a flessibilità crescente (lavoratore, consumatore, poi imprenditore di se stesso, precario, nodo della rete), uccidendo il vecchio soggetto illuministico titolare di diritti e trasformandolo in oggetto economico, in merce di se stesso, in capitale umano, in nodo di un apparato. Una biopolitica neoliberista che ovviamente si è subito trasformata in tanatopolitica, perché doveva produrre, per raggiungere il proprio scopo la distruzione (appunto la morte) della società e della socialità, della democrazia politica ed economica, facendo della disuguaglianza il suo target da perseguire e dell’impoverimento la sua disciplina (ancora Foucault) capillare. Qualcosa di paradossale e di assolutamente irrazionale (oltre che di anti-moderno) – appunto: la produzione deliberata di disuguaglianza – ma che tuttavia ha conquistato il cuore di troppi economisti e l’opportunismo di troppi politici diventando spirito del tempo ottuso e ostinato ma capace di volare sull’intero globo.
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Marche, dove la lotta di classe muore e gli imprenditori regolano i conti alla vecchia maniera

Cantiere edile senza protezione - Foto di Fillea Roma e Lazio
Cantiere edile senza protezione - Foto di Fillea Roma e Lazio
di Loris Campetti

“La pistola era regolarmente detenuta”, dicono le prime notizie d’agenzia battute poco dopo la sparatoria. Dunque, tutto regolare: due immigrati kosovari arrivano a casa di uno specchiato cittadino di Fermo, Gianluca Ciferri, armati di piccone per chiedere soldi, lui mette mano alla rivoltella e li ammazza tutti e due. Se la sono cercata, Mustafa e Avdyli.

Poi si scopre che l’edile pistolero era il datore di lavoro di quei due poveri cristi che probabilmente, riferiscono sempre le cronache a caldo, volevano farsi dare il compenso pattuito per il lavoro fatto e, evidentemente, mai retribuito. Se le cose stessero davvero così, si tratterebbe di un duplice omicidio di un padrone che ammazza due suoi operai troppo pretenziosi, per di più armati di piccone.

Così, nelle democratiche Marche dove la lotta di classe è morta e operai e padroni vanno d’amore e d’accordo perché sono sulla stessa barca, stando a quando dicono gli imprenditori democratici Della Valle e Merloni, si torna a regolare i conti tra imprenditori e dipendenti come ai vecchi tempi, quando non c’erano lacci e lacciuoli a frenare l’ordine naturale delle cose, regolato dagli spiriti animali del capitalismo.
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