Firenze-Livorno: una lettera contro la terza corsia sull’autostrada A11

del Comitato pistoiese contro la terza corsia sull’A11, con l’adesione di Grazia Francescato, Tomaso Montanari, Giorgio Nebbia e Edoardo Salzano

La scelta di realizzare la terza corsia sull’autostrada A11 poteva essere parzialmente convincente fino alla fine del secolo passato, non in questo XXI secolo in cui molte persone hanno acquisito una duplice consapevolezza: da una parte la sostenibilità ecologica (da cui dipendono i cambiamenti climatici) non consente uno sviluppismo quantitativo dei consumi di petrolio e di altre fonti energetiche non rinnovabili che aumentano l’effetto serra e dall’altra parte, in Italia più che in altri paesi, abbiamo da decenni alcuni gravi problemi che tendono ad aggravarsi:

  • Una mobilità che, dopo diversi decenni di chiacchiere, continua a rimanere concentrata sul trasporto su gomma (particolarmente inquinante per la qualità dell’aria, da cui dipende la salute e particolarmente nefasto nel contribuire all’effetto serra): anche il progetto per il raddoppio della ferrovia da Pistoia a Lucca è ben lontano dall’essere adeguatamente finanziato e rischia di non trovare le risorse finanziarie necessarie per essere portato a conclusione. Insomma, a nostro parere, è necessario che siano garantite le risorse finanziarie per realizzare una moderna metropolitana di superficie che (in un area come quella da Firenze a Lucca-Pisa-Livorno con quasi due milioni di abitanti e migliaia di imprese produttive) consenta treni veloci per i viaggiatori e magari anche per le merci destinate all’aeroporto di Pisa e/o al porto di Livorno;
  • La sicurezza del territorio da alluvioni e frane e la sicurezza sismica degli edifici pubblici e privati necessitano che siano notevolmente aumentati gli investimenti pubblici in questa direzione: sappiamo che la Regione Toscana ha finalizzato a questo problema più di quanto hanno fatto vari governi del nostro Paese, ma complessivamente siamo assai lontani dalle necessità (come sono lontani delle necessità gli stanziamenti che finora sono stati destinati a Livorno per rimediare al recente disastro alluvionale);

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Moby Prince: i segreti dell’Agip Abruzzo e il giallo della “nafta fantasma”

di Luigi Grimaldi

C’è un punto, a 25 anni dalla strage di Livorno, che la Commissione Parlamentare di inchiesta presieduta dal senatore Silvio Lai non potrà esimersi dal chiarire. Un passaggio che sino a oggi non è mai stato affrontato in nessuna delle inchieste che in questo quarto di secolo si sono succedute e che riguarda il carico e i movimenti della petroliera della Snam coinvolta nella collisione del 10 aprile 1991.

La petroliera a tutta birra

Il problema sta nell’ultimo viaggio della nave cisterna della Snam. La super petroliera arriva a Livorno la sera del 9 aprile alle 22,30. Si àncora in rada. Mancano esattamente 24 ore alla collisione con il Moby Prince. Ma da dove arriva l’Agip Abruzzo? Dal porto egiziano di Sidi Kerir, terminal petrolifero egiziano, rifornito da uno specifico oleodotto, dove ha caricato 82.000 tonnellate di greggio Iranian Light. Quando? Quattro giorni prima: il 5 aprile 1991. Sidi Kerir e Livorno distano quasi 1.600 miglia marine secondo una rotta collaudata, regolarmente percorsa dalla nave.

Un viaggio impossibile

Solo che normalmente, stando a quanto registrato dai Lloyds di Londra, che effettuano il monitoraggio dei movimenti di tutte le navi in base alle comunicazioni che ricevono dalle varie istituzioni portuali e dagli armatori, questa tratta era sempre stata coperta in 15, anche 20 giorni di navigazione. Teoricamente la Agip Abruzzo avrebbe potuto percorre la distanza tra il porto egiziano e quello toscano in 4 giorni ma a una condizione: effettuare l’intero percorso sempre alla massima velocità consentita dai suoi motori, “a tavoletta” insomma. Una navigazione se non impossibile mai utilizzata da navi di quel tipo e di quella stazza.
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Il lavoro è un diritto? Meglio dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul capitalismo

Stabilimento siderurgico Piombino - Foto di Wikipedia
Stabilimento siderurgico Piombino - Foto di Wikipedia
di Paolo De Gregorio

Gli operai della acciaieria Lucchini di Piombino si sono rivolti a papa Francesco attraverso un video-messaggio affinché pregasse per il mantenimento del loro posto di lavoro minacciato dalla decisione padronale di chiudere quella attività. Rispondendo agli operai papa Francesco, oltre a garantire le sue preghiere, ha parlato di diritto al lavoro, che è una tesi molto astratta, anche per la nazione italiana che contiene nella sua Carta fondamentale la definizione di Repubblica fondata sul lavoro, ma che non ha mai garantito a nessuno il posto di lavoro come diritto.

Per essere veritieri e realisti, i padri costituenti, per onestà intellettuale, dovevano scrivere che “l’Italia è una Repubblica fondata sul capitalismo” i cui membri danno il lavoro a chi gli pare, la cui logica economica prevede che ci sia un esercito di riserva, i disoccupati, pronti a subentrare a chi viene licenziato perché rompe le scatole, e oggi se le tasse che si pagano in Italia sono troppo alte e il costo del lavoro anche, delocalizzano l’attività all’estero, fregandosene completamente del loro paese e dei disoccupati che creano, senza che il potere politico attuale possa fare nulla per fermarli, e probabilmente manco il padreterno.
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ThyssenKrupp - Foto di Gianfranco Goria

Dalla ThyssenKrupp alle privatizzazioni all’italiana: l’uccisione dell’industria dell’acciaio

di Loris Campetti

Il pugno in faccia ai parenti delle vittime della strage targata ThyssenKrupp è arrivato alla vigilia della giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. Dopo 7 anni di attesa, tanti quanti gli operai arsi vivi nel rogo dello stabilimento torinese del dicembre 2007, la sentenza della Cassazione suona come una beffa amara, ordinando la ripetizione del processo e negando la volontarietà dell’omicio compiuto dai vertici del gigante tedesco dell’acciaio.

Né verità né giustizia, e ora ci vorrano altri anni ancora prima che i colpevoli della strage finiscano in galera, come dal 2007 chiedono le parti lese e l’opinione pubblica. Sempre che nel frattempo non arrivi la prescrizione, rischio che però la stessa sentenza e i chiarimenti successivi della Cassazione sembrerebbero fugare. Sentenza che costituisce un precedente che potrebbe influenzare negativamente i molti altri processi in corso o in allestimento in relazione alle quotidiane stragi di lavoratori. Ogni anno in Italia un migliaio di operai muore sul lavoro – il leggero calo è legato al crollo delle ore lavorate per effetto della crisi – senza contare i feriti e le vittime di malattie professionali. Come all’Eternit, solo per richiamare il caso più noto ed eclatante.
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