Alghero: ambiente, cultura e turismo finiscono nei liquami

di Stefano Deliperi

Alghero, serata d’agosto, turisti a passeggio lungo i Bastioni sul mare, residenti che preparano la cena sulle terrazze che s’affacciano su uno dei paesaggi urbani più ricchi di storia e di ambiente del Mediterraneo. Un clima e un’atmosfera che invogliano il turista a ritornare appena possibile. Si sa, Alghero per il suo ambiente, la sua storia, la sua cultura è una delle mete turistiche più rinomate. All’improvviso irrompe, violento, un pesante tanfo di liquami a devastare clima, atmosfera e narici…

Un mare di liquami sotto gli storici Bastioni. È quello che è successo, ancora una volta, l’ennesima, qualche settimana fa, per la gioia degli algheresi e dei tanti turisti presenti nella città catalana. L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha, quindi, inoltrato (13 agosto 2018) una specifica istanza di accesso civico, informazioni ambientali e adozione di provvedimenti al Ministero dell’ambiente, al Comune di Alghero, all’A.R.P.A.S., al locale Ufficio circondariale marittimo, ai Carabinieri del N.O.E., informando nel contempo la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari.

Le risposte pervenute hanno delineato un folle quadro di una tipica vicenda italiana, dove ambiente, salute e attenzione per la risorsa turistica sono destinati al guardaroba dei Cani. Senza offesa per i Cani, naturalmente.
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Predazione del territorio: i liquami della provincia di Belluno

Dalla provincia di Belluno
Dalla provincia di Belluno
di Raffaela D’Attilio e Leonardo Daddabbo
 
Scriviamo per sollecitare l’attenzione su un caso, che noi riteniamo significativo, di consumo del territorio e di predazione ambientale a danno dei beni comuni delle popolazioni locali. I fatti avvengono nella parte più debole ed emarginata del profondo Nord, ossia nella provincia di Belluno, che è un territorio lontano dai grandi centri della pianura veneta, duramente colpito dalla crisi economica e sostanzialmente ignorato dagli organismi politici regionali.

La Confindustria di Belluno, attraverso una delle sue società, il Cipa (Consorzio industriale protezione ambiente), ha presentato un progetto per riadattare un vecchio impianto per lo smaltimento dei liquidi di colorazione dei tessuti. L’impianto, che si trova nel comune di Lentiai, un piccolo centro di 3 mila abitanti accanto alla Piave, appartiene alla San Marco, società del gruppo tessile Orlandi, e fu costruito essenzialmente con i soldi erogati alla provincia di Belluno dopo il Vajont.

L’impianto, dopo la chiusura della fabbrica, è rimasto in disuso per molti anni, fino al momento in cui il Cipa ha presentato alla regione Veneto il progetto di trasformazione in un depuratore. In realtà, l’esame del progetto ne ha rivelato subito la mostruosità. Non si tratta di un depuratore, ma di una “piattaforma dei veleni” per il trattamento, lo stoccaggio e la diluizione nell’acqua della Piave di una serie immensa di rifiuti tossici e pericolosi (l’intero elenco prende otto pagine e lo si può leggere sul sito della regione Veneto).
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