Il tribalismo di Stato sta tornando. E bisogna fare attenzione

di Loretta Napoleoni

In 1984, il capolavoro distopico di George Orwell, il sistema si impadronisce del linguaggio e spoglia la lingua delle espressioni più poetiche trasformandola in un codice sempre più povero di vocaboli, una sequenza di slogan. Prima vittima di questo processo è la memoria storica, che viene costantemente riscritta. Con questo strumento il “regime” descrive guerre immaginarie contro nemici altrettanto fittizi e vittorie spettacolari, tutte mai avvenute. Lo status di guerra permanente è il collante che tiene in piedi una società profondamente debole, priva di consenso. Il nemico è dovunque e chiunque.

In politica il linguaggio è fondamentale, è il ponte attraverso il quale fluisce la volontà popolare. Almeno questo è ciò che succede in democrazia. Nei “regimi” succede il contrario, il linguaggio scorre al contrario, è il sistema che decide cosa dire e come dirlo e il popolo assorbe, come una spugna, tutte le fandonie che gli vengono servite. Chi esporta troppo acciaio negli Stati Uniti mette a repentaglio la sicurezza nazionale; i migranti succhiano risorse che altrimenti verrebbero spese per gli italiani; il governo ungherese temendo un’epidemia di omosessualità proibisce la rappresentazione di Billy Elliot.
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Contro l’ideologia del politicamente corretto

di Carlo Formenti

Il saggio di Jonathan Friedman contro il politicamente corretto (Politicamente corretto. Il conformismo culturale come regime, Meltemi editore) può essere nato da un’occasione contingente (il risentimento per le accuse di razzismo rivolte alla moglie – antropologa come lui – “colpevole” di avere sostenuto che in alcune comunità di migranti africani persistono credenze tribali), e qualcuno potrebbe rimproverargli di essersi eccessivamente concentrato sulla realtà svedese, ma nessuno può negargli il merito di avere magistralmente messo a nudo la dinamica e le radici di un fenomeno che ha contribuito in misura significativa alla mutazione genetica delle sinistre occidentali (e non solo di quella svedese).

Il suo lavoro è di importanza pari a quella di autori come Boltanski e Chiapello (cfr. Il nuovo spirito del capitalismo, ancora Meltemi), che hanno analizzato l’integrazione delle culture sessantottine nelle politiche aziendali del capitalismo postfordista, e di Nancy Fraser (vedi, fra gli altri, un suo recente articolo), la quale ha evidenziato la convergenza fra correnti mainstream del femminismo e ideologia neoliberista.

Per esporre le tesi del libro non ne rispetterò la struttura espositiva ma seguirò un percorso in sei tappe: l'”ibridismo” come collante ideologico della politically correctness; le giustificazioni filosofiche del politicamente corretto; gli interessi di classe che la sfruttano come strumento di un progetto egemonico; l’ideologia politicamente corretta come dispositivo per la ridefinizione del nemico; élite transnazionali versus popolazioni locali e totalitarismo globalista; considerazioni conclusive: il politicamente corretto è un attacco alla civiltà moderna o un sintomo della sua natura autodistruttiva?
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Slessico familiare: se le cose sono parole

di Bruno Giorgini

Secondo Democrito le cose sono parole, e da qui nasce l’ipotesi atomica di costituzione della materia. Se le cose sono parole, allora così come le parole sono composte di lettere, per definizione indivisibili, le cose devono essere composte di particelle indivisibili, gli atomi (atomos=indivisibile). Non so se Guido Viale scrivendo Slessico Familiare avesse in mente questa storia, certo che il suo libro attorno alle parole si struttura facendone una praxis rivoluzionaria (Gramsci), ovvero prefigurando la creazione di un nuovo mondo (un ordine nuovo).

Meglio, seguendo Wittgenstein, laddove scrive “immaginare un nuovo linguaggio significa immaginare una forma di vita”, Viale pagina dopo pagina immagina una nuova forma di vita che ci propone, non inventando dal nulla ma dando nuovo senso e pregnanza a parole note, e spesso usurate. Il libro assume delle parole capostipite, i capitoli, che generano delle filiere, i paragrafi, dove prende corpo un’altra messe di parole che costituiscono i mattoni “elementari”, che spesso elementari non sono e così invece di restarsene acquattati lì in fondo alla scala gerarchica, rimbalzano fino a emergere al fianco dei capostipiti, guizzando qua e là come delfini.

Se vogliamo dirla in altro modo, Viale ha costruito qualcosa di molto simile a un sistema critico che si autorganizza, il capostipite di una larga collezione di sistemi complessi. Ma vediamo più da vicino. Alcuni capitoli: Territori del Patriarcato, Deserti della Vita, Poteri dell’Anima, Natura e cultura, Potenza del Capitale, Bracieri Spenti, L’Aldilà delle Merci, Uso e Riuso, e altri sei, in tutto quattordici capostipiti. Se ora andiamo ai paragrafi, troviamo Soggetto, Sorellanza, Atomi, Conoscenza, Ascolto, Ecologia della Mente, Profughi, Razzismo, Diritto alla Città, L’Uomo Indebitato, Sopraffazione, Autogoverno, Aura, Apocalisse, Saperi Ignoranti, Vite di Scarto, Ricreare oltre a molti altri.
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Morte ai vecchi: un libro ribelle

di Bruno Giorgini

Ho letto con ritardo il libro Morte ai vecchi scritto da Bifo e da Massimiliano Geraci. E ne scrivo per fatto personale avendo recentemente compiuto settantun (71) anni, e pare si sia anziani fino ai settanta, poi si entri nella vecchiezza, almeno così alcuni sociologi. Devo confessare che in prima battuta ho faticato a metterci mani, piedi e testa, poi però me lo sono bevuto, dovendo a volte tornare sui miei passi per ritrovare i fili della matassa. Perchè questo libro è molte cose, una torta a molti strati. In modo più rigoroso potremmo definirlo: un testo che sta sull’orlo tra caos e complessità.

Con formula retorica: un disperato romanzo d’amore e di lotta. Un libro dove l’omicidio dei vecchi è abitudine sociale indotta dai mercanti di droghe, di immaginario, di video game; l’assassinio seriale dei vecchi ovvero degli umani perché la strage si riverbera su tutti. Dice uno dei personaggi “La pulizia è cominciata. A milioni ci uccideranno (..) È iniziata la pulizia etnica planetaria. I non formattati devono scomparire entro un termine prefissato dal codice.

“Non che gli adolescenti assassini siano meno disperati dei vecchi vittime. E qualcuno dei giovanotti finisce anch’egli morto ammazzato. Un libro dove una lingua visionaria si accompagna e intramescola con un linguaggio che direi: scientifico. Qui per il lettore scatta il fascino del gioco a scoprire chi dei due autori ha scritto che cosa, specie in me che li conosco personalmente entrambi. Sarebbe facile dedurre che Bifo è il visionario e Max, redattore di una prestigiosa rivista scientifica, il rigoroso scrivente di teoria dell’informazione, sì c’è anche questa in sottofondo, e altro, le neuroscienze per esempio.
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Tre consigli per spiegare l’immigrazione ai più piccoli

L'immigrazione spiegata ai bambini. Il viaggio di Amal
L’immigrazione spiegata ai bambini. Il viaggio di Amal
di Paolo Armelli

È uno dei temi su cui più siamo abituati a dividerci, polemizzare, discutere. Eppure l’immigrazione è anche un fenomeno fondamentale per decifrare l’attualità e il contesto socio-economico dei nostri tempi. Spesso gli adulti ne parlano per frasi fatte, preconcetti e senza cognizione di causa: un motivo in più per spingerci a spiegare questo argomento in modo chiaro e immediato, invece, ai più piccoli.

È il presupposto da cui sono partiti il giornalista Marco Rizzo e l’illustratore Lelio Bonaccorso – collaboratori di Wired proprio sul tema dei migranti – realizzare la storia a fumetti L’immigrazione spiegata ai bambini. Il viaggio di Amal, edito da Beccogiallo. Ma perché parlare proprio al pubblico dei più giovani di questo tema? “Avevamo lavorato in precedenza al libro La mafia spiegata ai bambini”, racconta Rizzo. “Subito ci è venuto in mente di parlare di immigrazione, che è un altro tema che ci è molto vicino per ragioni geografiche [i due autori sono siciliani, ndr]. Volevamo fornire degli strumenti ai ragazzini che imparano nelle scuole”.

Lo spunto di partenza è il viaggio di quattro animali che si trovano costretti a convivere, letteralmente, su una stessa barca. Sono gli animali che accompagnano i migranti e diventano il tramite per raccontare le loro vicende: “Molto spesso chi si mette in viaggio in cerca di una vita migliore”, spiega Rizzo, “si porta dietro una capra o una gallina: le uniche loro ricchezze. Più spesso oggi dalla Siria, dove c’era un tenore di vita discreto in alcune città, ci si porta appresso animali domestici come cani o gatti”. Una prospettiva che sicuramente può incuriosire e attirare l’attenzione dei più piccoli.
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Matteo Renzi

Matteo Renzi? Un uomo ridicolmente veloce

di Giuseppe Scandurra

“Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni” disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto”.

Ora che il peggio è avvenuto, che il “fattaccio” è compiuto – “Un (brutto) governo democristiano”, come ha scritto Norma Rangeri nel Manifesto del 22 febbraio – mi permetto di scrivere qualche riflessione che mi porto dietro da tempo. Quando Renzi ha preso la parola per annunciare la “sua” squadra, i “suoi” sedici ministri, mi sono venute subito alla memoria le parole con cui Italo Calvino conclude il capitolo delle “Lezioni Americane” dedicato alla “Rapidità”.

Francesco Costa, nel suo blog, qualche giorno fa, prima del concretizzarsi dell’incubo, ha scritto qualcosa che è rimbalzato – si dice così nel linguaggio post-calviniano? – in molti commenti sul web fino ad oggi. Un “post” che aveva per titolo “Nella testa di Renzi”. L’obiettivo dello scritto era chiaro fin dalle prime righe: “Lo scopo di questo post non vuole essere capire se abbia fatto bene o no [a prendersi la responsabilità di formare il nuovo Governo, n.d.a.]: vuole essere cercare di capire perché”.
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Donne, divieto di possesso - Foto di Sonia Golemme

Il femminicidio linguistico di Marilia Rodrigues, la “brasiliana”

di Gennaro Carotenuto

Marilia Rodrigues, la cittadina brasiliana di 29 anni assassinata in provincia di Brescia, viene uccisa in queste ore una seconda volta, in quanto donna, in quanto bella e in quanto straniera ed extracomunitaria e in quanto proveniente da un paese al quale facciamo corrispondere stereotipi razzisti e sessisti sulla presunta disponibilità della donna. E in un paese, l’Italia, dove l’ex-ministro della difesa Ignazio La Russa definì il Brasile come un paese buono per ballerine ma non per giuristi, siamo di fronte ad una triste conferma sulla nostra incapacità di stare al mondo.

Se fosse stata francese o tedesca o bresciana la povera Marilia non sarebbe stata etichettata come «la tedesca» o «la bresciana». Sarebbe stata «la cittadina tedesca» oppure sarebbe stata «la ragazza francese». Oppure «la donna inglese» , o «la signora svizzera», spesso definendone lo status sociale, in modo più sbrigativo per «donna», più deferente per «signora». Invece basta fare una piccola ricerca per prendere atto che, per la maggior parte dei giornali, Marilia è solo «la brasiliana» (ma poteva anche essere «la siciliana» o «la napoletana») con un senso tra il lascivo e il razzista che si coglie dall’ellissi dell’identità che i media si sentono liberi di fare quando non si sentono liberi di dare per scontato un passato scomodo (o meglio facile) per la vittima.

Dobbiamo rifarci alla stampa brasiliana per sapere qualcosa di più di lei e restituirle un po’ di identità al di fuori degli stereotipi. Veniva da Uberlândia Marilia, città di poco meno di un milione di abitanti nello stato di Minas Gerais. Questo è uno dei grandi stati industriali della potenza brasiliana, una specie di Lombardia, caratteristica che fa fatica a essere associata dalla nostra stampa a quel paese e non ha neanche una grande squadra di calcio da ricordare o un carnevale notevole, ammesso che interessi davvero sapere da dove veniva quella vita spezzata nella provincia lombarda.
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Anche il papa è populista: la potenza del linguaggio fa il monaco

Foto di Pasma
Foto di Pasma
di Gabriella Turnaturi

Autorevolezza e populismo sono agli antipodi. Il populismo si fonda sulla retorica della prossimità per imporre autoritarismi di stampo familistico-comunitario. L’autorevolezza si fonda invece sulla estraneità. l’oggettività e l’universalità per esercitare giustizia ed eguaglianza dei i diritti. Non stupisce che nel prevalere di una cultura del populismo che sembra trionfare, una volta abbattuti i confini fra pubblico e privato, si sia persa o sbiadita ogni forma di autorevolezza.

I leader politici in varie parti del mondo contemporaneo praticano sempre più la retorica dell’essere “uno di voi”, la retorica di una finta eguaglianza. Si mettono in campo sentimenti, emozioni ed emotività, si gioca alla grande famiglia, alla comunione degli affetti mentre si affermano e legittimano diseguaglianze. come mai era successo nella storia delle democrazie occidentali. Ai diritti si sostituisce il volersi bene, la compassione e l’esibizione delle sofferenze. Non sfugge a questa retorica neanche la Chiesa.

Caduta la sacralità dell’investitura papale nel momento che il vicario di Cristo, si dimette dal suo incarico come, un impiegato del catasto o quando affida al twitter il suo pensiero e la sua parola: come un teenager, per mostrarsi up to date. Ma l’autorevolezza e la sacralità del Papato non poggiava proprio sulla sua a-temporalità, nel suo essere “fuori moda”? Attraverso un linguaggio e posture mondane si finge d’innovare, di mettersi allo stesso livello degli altri, del “così fan tutti, per meglio conservare. Il nuovo papa s’inserisce perfettamente nel corso del populismo diffuso se adotta un linguaggio familiare, un linguaggio della prossimità.
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