Licenziamento tecnologico: non basta un messaggio sul telefono per perdere il lavoro

di Sergio Palombarini

In un celebre film del 1989, R. Zemeckis ipotizzava un futuro anno 2015 in cui si poteva essere licenziati con un messaggio e una video-chiamata. Gli amanti di “Ritorno al futuro” forse non immaginano che, nella realtà del 2016, un licenziamento simile non sarebbe sembrato così assurdo alla Corte d’Appello di Firenze. Ma per comprenderne la ragione bisogna partire dal passato.

Il licenziamento non è cosa da prendere alla leggera, ed infatti il legislatore ha stabilito le “norme per i licenziamenti individuali” con la legge n. 604 del 1966. In particolare la legge (oggetto di diverse modifiche negli anni) stabilisce che il datore di lavoro “deve comunicare per iscritto il licenziamento al prestatore di lavoro”, che viceversa sarebbe “inefficace”(art. 2, co. 1). Per il legislatore non vi è dubbio su cosa sia la “forma scritta” o la “firma” di un documento.

Tuttavia l’avvento dei computer prima e dei cellulari poi hanno costretto il legislatore a intervenire nuovamente e, dal 2006, per avere un documento informatico dotato di “validità ed efficacia probatoria” è stabilito il requisito della cosiddetta “firma digitale”. Per la precisione il documento dev’essere formato “con modalità tali da garantire la sicurezza, integrità e immodificabilità del documento e, in maniera manifesta e inequivoca, la sua riconducibilità all’autore” (art. 20, co. 1-bis, d. lgs. n. 82/2005, modificato con d. lgs. n. 159/2006).
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Atac e il “metodo 5 Stelle”: licenziata perché voleva tutelare la sicurezza

di Mauro Favale

Quando a luglio, in gran segreto, l’hanno convocata in Campidoglio per farle “il processo”, ha capito che ormai la strada verso il suo licenziamento era tracciata. Volevano che chiedesse scusa, che accettasse di mettersi in aspettativa non retribuita per due mesi, che cambiasse mansione, da autista a “verificatrice”. E a chiederglielo, era proprio Marcello De Vito, il presidente dell’Aula Giulio Cesare per il quale lei aveva fatto campagna elettorale con tanto di audio che circolava alla vigilia delle elezioni, giugno 2016. Quoque tu, M5S?

Già, perché nel licenziamento di Micaela Quintavalle dall’Atac, formalizzato ieri dall’azienda con una lettera, c’è lo svelamento dei 5 Stelle “di governo”, alla guida di Roma da quasi 2 anni e mezzo tra infiniti problemi, promesse disattese e grandi delusioni. Una storia piccola, quella della “pasionaria dell’Atac”, così era stata ribattezzata la Quintavalle, 38 anni, studentessa di Medicina, ma soprattutto autista e sindacalista (a capo della battagliera sigla M410) nella scalcagnata azienda dei trasporti di Roma, attualmente sotto procedura di concordato preventivo.

Una storia piccola che però racconta molto del “metodo M5S”, all’opposizione sempre pronto a benedire il “whistleblower”, chi denuncia reati e situazioni incresciose nei luoghi di lavoro, salvo scaricarlo quando si trova dall’altra parte della barricata. Così è accaduto alla Quintavalle che a maggio aveva raccontato in tv, alle Iene, quello che anche la procura di Roma, mesi dopo, avrebbe confermato: sugli autobus che circolano nella capitale non si fa la manutenzione necessaria.
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Dossier “Articolo 18”: storia di una lettera di licenziamento

Iniziamo a pubblicare una serie di articoli, a cominciare da quello di Sergio Caserta sul tema “articolo 18” e dato che possono considerarsi una riflessione collettiva li riuniamo in un dossier. Ecco la prima “puntata”.

di Sergio Caserta

Non capita nella vita a tutti, fortunatamente, di ricevere una lettera di licenziamento. Non è piacevole, anche se di solito il tono usato dai licenziatari, è misurato e formalmente gentile come in questa lettera che ricalca una storia vera. Improvvisamente in casa cambia l’atmosfera, la persona licenziata se è il capofamiglia, si sente menomato, amputato: non avere più un lavoro, sapere che devi ricominciare la tua esistenza professionale trovando un nuovo equilibrio produce uno stato d’animo di fortissima incertezza, soprattutto se sei un lavoratore maturo; dicono giustamente che la disoccupazione giovanile è il peggior dramma di un Paese, ma non si deve dimenticare che tanti hanno perso il lavoro in questi anni, in un’età in cui ricominciare trovandone un altro è diventato molto, troppo difficile.
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