Democrazia indivisa: la storia del Movimento dei Finanzieri Democratici e del loro ’68

di Loris Campetti

Del biennio rosso si conoscono con ragionevole approssimazione le date d’inizio. L’anno degli studenti, il ’68, inizia il 27 novembre a Torino con una votazione di 500 ragazze e ragazzi assiepati nell’aula magna dell’Ateneo, palazzo Campana, che ne decide l’occupazione. L’autoritarismo baronale è sottoposto a un processo di massa destinato a modificare prima i rapporti di forza e poi le relazioni all’interno delle università e delle scuole.

L’anno degli operai, il ’69, inizia anch’esso con qualche anticipo, il 19 aprile del ’68, quando durante una manifestazione contestuale a uno sciopero che coinvolge 6 mila lavoratori in lotta per il salario, la salute e l’occupazione, viene abbattuta la statua del padre-padrone, il conte Marzotto, nella piazza di Valdagno. L’unità operaia-popolare – così si è raccontato quel movimento – ha spezzato il sistema feudale di Marzotto e ha fondato un sistema di forze nuove”.

Decisamente più difficile sarebbe invece fissare le date conclusive del movimento antiautoritario. Per molte ragioni, la principale delle quali è che il contagio partito dalle scuole e dalle fabbriche non è stato archiviato dalle bombe di piazza Fontana, anzi si è esteso progressivamente all’intera società, dalla scienza alla religione, alla famiglia, ai rapporti di coppia, fino a ribaltare ritualità e regole persino nei luoghi più separati di un’Italia già messa a soqquadro dal boom economico.
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Miniature campianesi: sorprese dalla costa adriatica, quella più no border

di Silvia Napoli

Si scontorna nel buio da cui sembra attingere energia, la figura vibrante e resiliente di Ermanna Montanari, uscita come un fuoco fatuo nella notte di San Giovanni, da una terra consacrata e mangiapreti insieme,quale quella di Romagna, per entrare nella leggenda della ricerca teatrale italiana grazie ad un un carico non indifferente di premi al suo talento molteplice,forgiato dalla disciplina condivisa nell’insieme del collettivo di lavoro, le albe ravennati e multietniche fondate ormai diversi lustri fa insieme al compagno di una vita, Marco Martinelli.

Ermanna, così unica e così moltiplicata appare in primis dalla sua voce potente, nel senso della dotazione di poteri soprannaturali, quasi sciamanici, anche quando il registro è basso, gorgogliante come un ruscello carsico, poi dalla lingua dura, sporcata, un gramelot di accenti che dice cosi tanto della nostra comune matrice primordiale, femmina e tellurica, signora dei dialetti, questi straordinari mediatori di Rivelazione per noi mortali.

Miniature campianesi è un libro di Ermanna Montanari – testi – e Leila Marzocchi – illustrazioni – (Oblomov Edizioni, 108 pagine, 15 euro), un libro forse dedicato a Campiano, ombelico di un mondo antico, ma non piccolo, non provinciale, certo, un bellissimo libro benissimo illustrato fortemente voluto da un artista raffinato e cosmopolita quale Igor Tuveri, per i tipi di Oblomov, nella collana… Feuilleton ma soprattutto un corpo intimo, ubiquo, guizzante, pregno di eterno in senso eracliteo, potremmo dire, cosi da offrirsi parlante al pubblico tutto in maniera prismatica e differenziata.
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“Racconto una storia di diversità e rinascita e faccio dipingere i bambini”

di Silvia Manzani

Stava ascoltando la radio, Alessandra Serafini, quando un anno fa ha sentito un’intervista ad Arabelle Carter-Johnson, una fotografa inglese che nel libro “Una bambina di nome Iris Grace” (Tea) racconta la storia di sua figlia, della scoperta dell’autismo ma soprattutto del talento artistico della bambina, che attraverso la pittura e la presenza costante della gatta Thula ha trovato il suo canale espressivo per uscire dall’isolamento.

Dopo essersi emozionata e aver letto il libro, Alessandra – che abita a Ravenna e che ha due figli di cinque e otto anni – ha avuto l’idea di riproporre la storia di Iris ai bambini della sua città, portandoli a tirar fuori le loro emozioni attraverso il colore: “Ho iniziato così a organizzare dei laboratori di pittura dedicati sia ai piccoli tra i quattro e i cinque anni che ai più grandi – racconta Alessandra – raccontando loro, in poche e semplici parole, di una bambina inglese che non può parlare, che ha un legame speciale con una gatta, che ama molto dipingere, che ha una madre che la vuole aiutare a rinascere. L’obiettivo è che i partecipanti entrino in comunicazione con questa storia, che la ‘sentano’, che avvertano la vicinanza del ‘diverso'”.
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L’internamento di massa, strategia del capitale

di Patrizio Gonnella

C’è più di un modo per interpretare la crisi della democrazia e dello stato di diritto in cui siamo precipitati. Ci si può affidare a modelli economici, a tecnicalità giuridiche, ad approfondimenti geo-politici oppure leggere (o rileggere) uno straordinario classico della letteratura sociologia e penologica contemporanea quale è Carcere e fabbrica di Dario Melossi e Massimo Pavarini (Il Mulino, pp.336, euro 15).

A tre anni dalla scomparsa di Massimo Pavarini, e a più di quaranta dalla prima edizione del saggio risalente all’oramai lontano 1977, il volume arriva nelle librerie, nelle università e nelle biblioteche italiane in un momento nel quale abbiamo eccezionalmente bisogno di strumenti critici approfonditi di analisi. Nella postfazione, lo stesso Massimo Pavarini scrive che «Carcere e fabbrica appartiene a quel movimento revisionista che legge il carcere e la cultura correzionalistica come necessità della modernità».

Il libro si presenta come esplicitamente revisionista nei confronti di quella letteratura filosofico-giuridica che ha tradizionalmente invece letto la pena carceraria come evoluzione positiva di meno evoluti e democratici modelli punitivi. Il carcere, per gli autori, è prima di tutto strumento di disciplina e controllo sociale. Tutto ciò è particolarmente evidente oggi, in un mondo in preda a una deriva nazionale e identitaria.
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Mala Terra: come hanno avvelenato l’Italia

di Luca Manes

Mala Terra, scritto dalla giornalista Marina Forti e pubblicato da Laterza, è un libro prezioso, fondamentale, imprescindibile per capire quali sono i pesantissimi strascichi lasciati dal processo di industralizzazione condotto nel secolo scorso nel nostro Paese. Soprattutto spiega alla perfezione come si stia gestendo, molto male, questo pesante lascito.

Grazie a una minuziosa ricostruzione storica e una costante presenza sul campo, uno stile asciutto e incisivo, Forti ci racconta di territori martoriati, comunità che non si arrendono, di una classe imprenditoriale sempre pronta a “socializzare” problemi e difficoltà e di istituzioni spesso assenti, a volte maldestre, non di rado complici.

Sulla scorta di un’esperienza decennale in giro per il mondo anche come inviata del Manifesto, per il quale ha curato a lungo la rubrica Terra Terra, l’autrice riesce a trattare con la giusta sensibilità alcuni passaggi fondamentali della recente storia italiana, in primis il ruolo chiave svolto dal comparto chimico, considerato per anni la panacea di tutti i mali e una fonte inesauribile di posti di lavoro.

Mala Terra è così un susseguirsi di storie ben conosciute, come il dramma di Taranto o la saga infinita di Porto Marghera, di altre scomparse troppo presto nei media nazionali, come i casi di Bagnoli o Portoscuso, o di altre ancora di cui si sa pochissimo, per non dire nulla, perché hanno avuto un po’ di eco solo sui quotidiani a tiratura locale, come la vicenda Caffaro a Brescia.
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Leggeri e pungenti: storie, luoghi e volti di periferia

di Alexik

Siamo abituati a leggere la firma di Enrico Campofreda in calce alle cronache di guerra dal Medio Oriente o dall’Afghanistan, nei suoi brani di denuncia a fianco dei popoli aggrediti. Più inusuale ritrovarla sulla copertina di un libro di racconti, brevi frammenti di vita nelle periferie romane fra dopoguerra e boom economico.

Leggeri e pungenti raccoglie schegge di memoria di una generazione venuta al mondo sulla linea di confine fra la campagna e la città. È un mondo osservato con gli occhi dei bambini, separato e distinto da quello degli adulti, troppo impegnati a guadagnarsi il pane per trovare il tempo di esercitare un controllo ferreo sulla prole.

Tanto da lì a poco, ci avrebbe pensato il lavoro minorile a disciplinarla, dietro il bancone di un bar, nella penombra dell’officina di un fabbro o sotto il sole di un cantiere. C’è poco tempo, nelle periferie degli anni ’60, per l’età dell’innocenza, e bisogna viverlo intensamente prima che finisca. Bisogna imparare in fretta, ma non nella scuola dello Stato, quella dei tripli turni e delle bacchettate sulle mani.

“Molti non ci andavano neppure. Quando accadeva erano i primi a esserne cacciati o sbattuti all’interno delle classi differenziali. Vere e proprie discariche sociali, tenute in piedi a marcare, anche nel sistema dell’istruzione, la divisione in classi della società”. (p. 123)
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Marxismo: la strada per la libertà attraversa l’individuo sociale

di Benedetto Vecchi

Un recente numero dell’«Internazionale» riproduce un testo originariamente pubblicato dalla rivista «New Statesman» che il giornalista inglese Paul Mason ha dedicato al bicentenario di Marx. Con la chiarezza e semplicità che lo contraddistingue, Mason parte da una foto che ritrae Lev Trockij, sua moglie Natalia Sedova, la sua segretaria Raja Dunaevskaja e Frida Khalo per ripercorrere le vicende di un gruppo di intellettuali marxisti che hanno dovuto fare i conti con la deriva staliniana della Rivoluzione russa.

Trockij, è noto, fu assassinato da un sicario mandato da Stalin; sua moglie passò la vita a maledire l’Unione sovietica, la segretaria si fece carico di raccogliere e preservare gli scritti di Trockij; Frida Khalo, infine, rinnegò la sua vicinanza al dirigente comunista inviso al «piccolo padre» arrivando a tessere un osanna per Stalin. Nessun di loro era una «mammoletta», sostiene Mason. Per la rivoluzione avrebbero rinnegato, se necessario, come era accaduto nella loro esperienza militante, l’«umanesimo radicale» presente nei testi marxiani, a partire da quei manoscritti economici filosofici del 1844 che ancora non era stati pubblicati. Se c’è una qualche eredità di Marx da riprendere in mano, conclude Paul Mason, quella coincide proprio con l’umanesimo radicale del filosofo di Treviri.

Non è dato sapere se il filosofo italiano Alfonso Maurizio Iacono sia d’accordo con il giornalista inglese, ma è indubbio che il suo ultimo libro – Studi su Karl Marx, Edizioni Ets, pp. 122, euro 15 – attinge pienamente al nucleo tematico di Marx troppo spesso liquidato, con una punta di disprezzo, come umanista. Va detto che l’autore non si pone questo problema, considerando dirimenti altri argomenti, come le tesi sull’essere sociale, l’alienazione, il feticismo delle merci, il concetto ambivalente di cooperazione. È infatti in questo solco che si collocano i saggi che compongono il libro, variamente scritti, ripresi, rielaborati tra gli anni Ottanta e i primi dieci anni del Duemila.
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Guido Viale, tra rivoluzione e restaurazione: è successo un sessantotto

di Sandro Moiso

Dal poco che si vede sui banchi delle librerie, tutto sembra esser pronto per celebrare nel 2018 un ’68 farlocco i cui i protagonisti non sembrano più essere gli operai e i giovani, studenti o meno, che lo agitarono ma soltanto gli intellettuali, gli autori, i rappresentanti della Legge e della Kultura, gli uomini e le donne buoni per tutte le stagioni, tutti rappresentanti attuali dell’establishment politico, culturale e mediatico, con le cui noiose e perniciose testimonianze alcune riviste hanno già imbottito le pagine dedicate all’attuale cinquantenario di un movimento che in realtà iniziò ben prima e da ben altri lidi. Così come ha già ben sottolineato Valerio Evangelisti nei giorni scorsi su Carmilla.

Per questo motivo l’attuale quarta edizione del testo di Guido Viale “Il sessantotto tra rivoluzione e restaurazione”, uscito per la prima volta nel 1978 per le edizioni Mazzotta, potrebbe rivelarsi utile e necessaria, considerato anche il fatto che alla stessa sono state aggiunte una nuova introduzione dell’autore, 64 pagine a colori che riproducono volantini, manifesti, opuscoli e libri dell’epoca oltre al fondamentale manifesto della rivolta studentesca “Contro l’università”, scritto da Viale e pubblicato nel febbraio di quello steso anno sulle pagine del n° 33 dei Quaderni Piacentini. Mentre per gli amanti della grafica e della memoria compare anche la ristampa (estraibile) del manifesto diffuso dal Soccorso Rosso, negli anni successivi, a difesa di Pietro Valpreda e di denuncia delle trame terroristiche di Stato, disegnato da Guido Crepax.

Guido Viale (classe 1943) vive attualmente a Milano e, dopo gli anni di militanza di cui parla nella sua nuova introduzione al testo, ha lavorato come insegnante, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente sui temi della gestione dei rifiuti, dell’ambiente, della mobilità urbana e dei migranti. Come afferma egli stesso nell’introduzione, quello ora ripubblicato dalle Edizioni Interno 4:
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Il boss: Luciano Liggio e la mafia al nord, l’infiltrazione viene da lontano

di Sergio Caserta

Il libro “Il Boss. Luciano Liggio: da Corleone a Milano, una storia di mafia e complicità” (Castelvecchi Editore) di Antonella Beccaria e Giuliano Turone – prefazione di Carlo Lucarelli e introduzione di Giovanni Caizzi – racconta con l’intensità di un film la vicenda delle indagini dell’allora magistrato Turone sui sequestri di persona in Nord Italia portati a segno negli anni Settanta dalla mafia di Luciano Liggio, cui seguì la sua rocambolesca cattura dopo lunghi anni di latitanza.

È inquietante apprendere le tecniche criminali, le capacità organizzative e la ramificazione dell’organizzazione mafiosa nel Nord già in anni in cui poco o niente si sapeva di questa infiltrazione e, infatti, si parlava di “anonima sequestri” ma mai apertamente e approfonditamente di mafia. Eppure l’organizzazione era presente con uomini, aziende, acquistando terreni e immobili già dagli anni Sessanta, riciclando proprio il denaro delle decine di sequestri, miliardi di lire di allora.

Il libro – attraverso i documentati ricordi del giudice – ricostruisce la storia di alcuni sequestri, di come si giunse a scoprire i colpevoli e soprattutto si dimostrarono i collegamenti con le cupole mafiose in Sicilia, la capacità di corruzione di amministratori pubblici e perfino di poliziotti e carabinieri, il trasferimento delle enormi somme nei paradisi fiscali la complicità delle banche e le collusioni con il terrorismo nero che si apprestava a insanguinare il Paese con le sue orribili stragi.
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Bologna, un’esperienza decennale di comunicazione antagonista: Zero in condotta

della Redazione di Zic.it

[Bologna ha il privilegio di avere una testata di controinformazione quotidiana, ZIC (“Zero in condotta”, dal titolo che aveva quando usciva in edizione cartacea, ispirato al film di Jean Vigo). È informatissima, aggressiva, irriverente. Narra le molte forme di conflittualità presenti in una città che nessuno è mai riuscito a pacificare del tutto. Il 2 marzo sarà presentato un volume, intitolato appunto Zero in condotta, che riassume un decennio di giornalismo e di azione politica dal basso. Pubblichiamo l’introduzione degli autori. Per acquistare il libro, cui auguriamo meritata fortuna, si vada sul sito di Zic.]

Circa 12.500 articoli, quasi 15.000 fotografie, oltre 900 file audio, più di 400 video, all’incirca 10.000 appuntamenti di natura politica, sociale o culturale segnalati e alcune migliaia di lettrici/ori al giorno. Se bastassero i numeri, ecco dieci anni di Zic.it – Quotidiano on line autogestito @ Bologna, dall’inizio delle pubblicazioni regolari nel marzo 2007 alla metà del 2017. I numeri, però, non bastano. Non ci bastano e, a dirla tutta, neanche sono la cosa che più ci interessa.

Quello che ci interessa, dieci anni dopo, è poterci confrontare (a testa alta, confidiamo sia così) con una sfida che all’epoca ci sembrò non potesse essere ignorata in una città come Bologna: creare uno strumento di informazione antagonista e partigiana che, in modo trasversale e senza vincoli di appartenenza, contribuisse a dare voce alle esperienze di autorganizzazione ed autogestione, a realtà collettive e a singole persone che buona parte della società preferirebbe restassero in silenzio.
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