L’anno che verrà: ostacoli e speranze che ci si troverà davanti

di Silvia R. Lolli

Che cosa ci possiamo aspettare dal nuovo anno? Razionalmente possiamo dire difficoltà non solo di ordine economico, ma soprattutto psico-sociali; le capacità di reazione delle persone al momento critico si perdono nelle solitudini delle nostre città: solitudini generazionali, sessuali, etniche e religiose, formate per virtualità sempre più espanse, spesso disumane. Difficoltà che spesso sfociano solo in violenza.

Le paure si moltiplicano, sono più presenti e, accanto all’incapacità di incontrare l’altro, fanno parte di vite isolate abituate ormai a correre verso un nulla costruito dal consumismo imperante, complice il finanzacapitalismo globalizzato e le politiche sempre più imperialiste e neo-colonialiste camuffate dal globale che non riescono più a mettere i pratica i principi democratici di partecipazione, di uguaglianza, di libertà con diritti, oltre che doveri, per tutti. Neppure nei confronti della madre Terra la politica prova ad invertire il suo corso, visti i provocatori e costosi meeting delle varie agende ecologiche.

Ci possiamo aspettare qualcosa di più positivo dal 2019? Si dice che la speranza sia l’ultima a morire. Certamente un secolo fa l’Europa usciva stremata da quella che fu definita la prima guerra mondiale, anche se da una lettura meno eurocentrica poteva essere tale anche quella pluriennale di indipendenza statunitense, come si scrive al museo di Philadelphia. Fino ad oggi l’aspettativa di vita è aumentata, viviamo di più, ma molti sembrano più sopravvivere, in povertà anche diverse da prima.
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Fate come il camaleonte: un occhio al passato e un occhio al futuro

di Vittorio Capecchi

Un proverbio del Madagascar

Il camaleonte, molto diffuso nel Madagascar, ha tre caratteristiche che fanno di questo piccolo rettile squamato (è lungo dai 3 ai 60 centimetri) un attore molto particolare. La sua caratteristica più nota è quella del mimetismo per cui cambia colore a seconda del suo stato emotivo: se è tranquillo assume il suo tipico colore verde, mentre se è agitato assume una colorazione rosso arancio e può mimetizzarsi col fogliame o i tronchi d’albero.

Su di un tronco (agitato perché ha fame) resta in attesa che voli sopra di lui un piccolo insetto. A questo punto interviene la sua seconda straordinaria caratteristica: una lingua, che è due volte la sua lunghezza (chi scrive è alto 1,96 e, se fosse un camaleonte, avrebbe una lingua di quasi 4 metri) e che scaglia sulla preda con grande precisione e velocità. Il suo muco vischioso e appiccicoso blocca l’insetto che viene portato alla bocca per poterlo mangiare. La terza caratteristica del camaleonte sono gli occhi indipendenti che vedono in direzioni diverse (a 360 gradi) convergendo solo quando il camaleonte vuole catturare una preda. Di queste tre caratteristiche gli occhi indipendenti hanno favorito la diffusione di un proverbio nel Madagascar: “Fate come il camaleonte, un occhio al passato e un occhio al futuro”.
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La chiesa, lo stato e la libertà di scelta delle donne

di Rossana Rossanda

Anche io partecipo alla protesta delle amiche che si sono indignate per la scelta del Comune di Verona e della rappresentante del Pd in esso: toccare la legge 194 significa abolire tutto quel che si è cercato di fare per difendere le donne dagli aborti clandestini; e si è fatto poco perché la 194 permette comunque quella libertà di coscienza del medico attraverso la quale passa il modo di eluderla. Essa va assolutamente tenuta ferma.

Nel medesimo tempo penso che vada precisato un argomento sul quale non concordo con le mie amiche. Non penso infatti sia corretto dichiarare che l’aborto è un atto medico come levarsi un dente. Io non sono mai rimasta incinta, quindi il problema per me non si è posto, ma ho visto parecchie mie più giovani compagne doverlo affrontare: per nessuna è stato semplicissimo.

Nel caso dell’aborto ci sono due possibili soggetti di fronte, da un lato una donna, in genere giovane ma perfettamente in grado di intendere e volere, che conosce le difficoltà cui la mette di fronte un figlio non desiderato, difficoltà finanziarie per nutrirlo e allevarlo fino a quando non sarà in grado a provvedervi da sé. Perlopiù il compagno che ha partecipato alla fecondazione non se ne interessa.
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Se gli algoritmi non si coniugano con la libertà

di Vincenzo Vita

Della storia Facebook-Cambridge Analytica si parla da un po’. In verità, il caso covava da tempo ma pochi furono a occuparsene. Tra questi ultimi il giornalista e docente universitario Michele Mezza, che ora ci ha scritto su un notevole volume («Algoritmi di libertà», 2018, Roma, Donzelli editore).

È utile leggere un testo così preciso e documentato, per capire che non siamo di fronte a un complotto noir o a una occasionale messa in scena, bensì all’ulteriore maturazione delle classificazioni fatte da Manuel Castells sui media digitali. Qualcosa di più e di diverso. Adesso: «…sono gli algoritmi, in quanto tali, senza nessun’altra mediazione linguistica, che costituiscono lo spazio dove si costruisce il potere…». In breve, dunque, lo scandalo dei profili ceduti dalla società di Zuckerberg alla compagine britannica rappresenta la normalità eversiva di una macchina ormai incontrollata, un Frankestein costruito in laboratorio dagli stessi che si meravigliano o chiedono scusa.

Siamo in quella zona di confine tra tecniche moderne di guerra, utilizzo delle ipertrofie dell’intelligenza artificiale, invasione dello sfruttamento -contro ogni tutela della privacy- nella nuova catena sociale del valore. Muta la grammatica del conflitto. Mezza ha un ottimo consigliere, citato spesso in modi espliciti o sottesi, vale a dire il Marx prefigurante dei Grundrisse, del terzo libro del Capitale, dei Manoscritti o delle opere giovanili come gli scritti sulla Gazzetta renana.
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Addio al filosofo Maurizio Matteuzzi, anima dei “Docenti preoccupati” e firma del nostro sito

È mancato lunedì scorso, 24 aprile, Maurizio Matteuzzi, 69 anni, filosofo del linguaggio e studioso d’intelligenza artificiale. Aveva insegnato all’Alma Mater per oltre 40 anni. Improvvisa la sua scomparsa dell’accademico, che lascia la moglie Giulia, scrittrice, e un figlio. Matteuzzi, già allievo di Enzo Melandri e compagno di studi di Stefano Bonaga, era stato uno dei leader del collettivo Docenti Preoccupati e ha scritto molti testi per il Manifesto in Rete. I funerali sono stati fissati per venerdì 28 aprile. Di seguito riproponiamo un articolo il 26 giugno 2016, La tesi sui No Tav e la condanna: non si può soffocare la ricerca, proprio su alcuni dei temi che gli stavano a cuore.

La tesi sui No Tav e la condanna: non si può soffocare la ricerca

No Tav

di Maurizio Matteuzzi

Il 15 giugno 2016, il tribunale di Torino ha condannato Roberta, ex studentessa di antropologia di Ca’ Foscari, a 2 mesi di carcere con la condizionale per i contenuti della sua testi di laurea, conseguita nel 2014.

Per scrivere la tesi «Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità», Roberta ha trascorso due mesi sul campo durante l’estate del 2013, ha partecipato a varie dimostrazioni in Valsusa, intervistando attivisti e cittadini. Coinvolta insieme a lei in questo procedimento giudiziario era Franca, dottoranda dell’Università della Calabria, che come Roberta era in Valle per ragioni di ricerca, che compare con Roberta nei video e nelle foto analizzati dalla procura ma che a differenza di Roberta è stata assolta da tutti i capi d’imputazione.
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Walter, come Pino Welby, come Eluana Englaro

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di Ottavio Olita

Dieci anni dopo Pino Welby, sette anni dopo Eluana Englaro, la morte di Walter Piludu ripropone l’umanissimo problema dell’autodeterminazione nella scelta di continuare a vivere un’esistenza in cui solo le macchine assicurano le condizioni biologiche necessarie. Una storia lunga e drammatica, che ancora non trova una soluzione per colpa di bigottismi ed ipocrisie contro cui anche Walter, come Pino e come Peppino Englaro – il coraggioso padre di Eluana – hanno lottato per primi e fino alla fine.

Pino Welby scrisse anche all’allora presidente della repubblica, Giorgio Napolitano; Walter Piludu, da non credente, si era rivolto a Papa Francesco. Entrambi hanno dato le loro risposte, mentre chi deve assumersi la responsabilità politica, legiferando, ha paura di farlo.

A Welby l’allora vicario di Roma, cardinale Camillo Ruini, negò il funerale religioso, chiesto dalla moglie, cattolica praticante. La vigilia di Natale del 2006 una gran folla prese parte al rito pubblico celebrato in piazza. Walter Piludu, coerente fino all’ultimo giorno, ha chiesto ed ottenuto una cerimonia laica svolta nella sala del culto del cimitero di San Michele a Cagliari.

Coerenza è forse la parola che meglio racconta l’impegno politico di Walter Piludu, militante e dirigente cittadino del Pci negli anni Settanta, eletto poi presidente della Provincia nel 1988. Uomo intelligente, gentile, disponibile, sempre pronto al confronto. Colpito dalla Sla, ha dedicato tutti gli ultimi anni di vita a rivendicare, in quelle condizioni, il diritto di poter decidere quando morire, dettando con gli occhi i suoi messaggi.
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Addio a Sandra Mantovani, voce della storia e della libertà

di Antonio Bonomi L’8 marzo, ogni anno, da decenni è costume che da tutte le reti radio e tv risuoni la voce di Sandra Mantovani, storica interprete dei canti popolari e di protesta italiani. È morta il 1 ottobre scorso, a 88 anni, nella sua casa a Milano. Con il marito, l’etno-musicologo Roberto Leydi e […]

Mario Dondero

Addio a Mario Dondero, un uomo libero e di sinistra dentro

di Loris Campetti

Un uomo libero, di sinistra dentro. Difficile definirlo comunista, o anarchico, senza escludere una delle sue anime, che poi erano ben più di due. Di sinistra perché aveva un interesse appassionato per le persone – i volti, gli sguardi – e si faceva attraversare dalle loro storie. Mario Dondero ci ha lasciati alla tenera età di 87 anni, direi che è partito per l’ultimo viaggio con un sorriso ammiccante, il sorriso di un uomo buono, un fotografo straordinario che non voleva essere ricordato per le sue foto ma perché aveva voluto bene alla gente. Soprattutto agli ultimi rivolgeva il suo sguardo e il suo affetto, pur avendo incontrato e fotografato le persone più rappresentative della cultura mondiale.

Clic, un bicchiere di vino, ancora clic. Di fronte poteva avere Pier Paolo Pasolini immortalato con la mamma alle spalle o il contadino del Caucaso, il nomade saharawi o la vicina di posto in uno scompartimento del treno. L’ho conosciuto molti anni fa a un’assemblea finalizzata alla raccolta di fondi per il manifesto, a Fermo, la sua ennesima e ultima patria dopo Genova, Milano, Parigi, Roma. L’avevo già intravisto nei corridoi del giornale con il suo borsone che lo accompagnava sempre, una macchina fotografica dentro e un ricambio di biancheria.

Quella volta a Fermo rimasi colpito dal suo modo affettuoso e determinato di dare ordini: tu qui, tu là, voi in ginocchio davanti, voi in piedi sulla sedia. Avrà scattato una cinquantina di foto, gli chiesi perché, “perché siete belli e fate la cosa giusta”. Poi si perse il rullino sommerso tra tanti altri volti, storie e ricordi. Qualche anno dopo nel corridoio del manifesto me le mostrò, aveva ritrovato il rullino e sembravamo davvero belli, sicuramente facevamo ridere in quelle pose.
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Violenza sulle donne

La violenza sulle donne deve fare i conti con una nuova libertà femminile

di Lea Melandri

La guerra mai dichiarata al sesso femminile, che ha segnato fin dal suo atto fondativo il dominio di una comunità storica di uomini, non poteva non lasciare tracce durature nella vita degli individui e delle società, nella cultura e nelle istituzioni della vita pubblica, nelle abitudini quotidiane e nella storia dei popoli.

Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che – nonostante la costituzione, le leggi, i “valori” sbandierati della democrazia – stentano a riconoscere la donna come persona.

La donna resta – purtroppo anche nel sentire e nel modo di pensare di molte donne, per ragioni di adattamento e di sopravvivenza – una funzione sessuale e procreativa. È il corpo che assicura piacere, cure, continuità della specie.

Non è un caso che una delle ragioni di maggior allarme per una civiltà che avverte segnali di crisi, accerchiata dall’immigrazione crescente e dall’odio degli altri popoli, sia la denatalità. È importante perciò che si dica che la violabilità del corpo femminile – la sua penetrabilità e uccidibilità – non appartiene all’ordine delle pulsioni “naturali”, ai raptus momentanei di follia, o alla arretratezza di costumi “barbari”, stranieri, ma che sta dentro la nostra storia, greca romana cristiana, a cui si torna oggi a fare riferimento per differenziarla dalla presenza in Europa di altre culture.
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Libertà di religione, una questione oggi più che mai cruciale / 2

Charlie Hebdo
Charlie Hebdo
di Amina Crisma

(Prima parte) 2. Quale pluralismo e quanta libertà religiosa oggi in Italia?

Questa domanda, in particolare, è stata al centro del dibattito all’Università di Padova del 16 gennaio a cui, come sopra accennavo, ho partecipato, dal titolo “Libertà religiosa e pluralismo culturale. Incroci di civiltà e forme di disagio” (lo documenta il sito di Immaginafrica). Come ho detto, gli eventi di Parigi vi hanno conferito una pregnanza del tutto speciale. Promosso da Adone Brandalise e Silvia Failli, direttore e vicedirettore del Master in Studi interculturali, ha visto fra l’altro la partecipazione di Stefano Allievi, direttore del Master sull’Islam in Europa, di don Albino Bizzotto (Beati i costruttori di Pace), della pastora valdese Caterina Griffante, i cui interventi si sono già menzionati, e inoltre degli avvocati Marco Ferrero (Università di Venezia, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Marco Paggi (esperto di diritto degli stranieri e richiedenti asilo), di Don Elia Ferro (responsabile della Pastorale dei Migranti della Diocesi di Padova), di rappresentanti delle comunità immigrate fra cui Mounya Allali (Nuovo Orizzonte) e Chaibia Elafti (Mediatis), dello studioso di Filosofie orientali Marcello Ghilardi, di Vincenzo Pace (direttore del Centro Studi delle Migrazioni e coordinatore del Gruppo di ricerca LABREL, Laboratorio Religioni).

Ne è emersa un’articolata riflessione sulla situazione dell’Italia, un Paese che non è più cattolico – “ormai diversamente cattolico”, come Pace l’ha definito – e che peraltro per molti versi sembra ostinarsi a non volerne prendere atto, insistendo nel rappresentarsi tramite una mappa monocolore che ormai appartiene al passato, e non corrisponde per nulla a una realtà fatta di oltre 650 luoghi musulmani, 37 templi sikh (nella foto in alto quello di Pessina Cremonese), per non dire dei siti buddisti d’ogni sorta, e poi pentecostali, induisti, taoisti… un proteiforme caleidoscopio in continua espansione in cui hanno fra l’altro un significativo spazio i cristiani ortodossi dell’immigrazione dall’Europa orientale, ulteriore e cospicuo tassello che si aggiunge al quadro delle minoranze storiche, ebrei, valdesi, luterani, testimoni di Geova…
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