Keynes fece rinascere l’economia perché la restituì all’umanesimo

di Michele Salvati È nelle librerie un eccezionale Meridiano Mondadori. Eccezionale perché sono pochi i Meridiani non dedicati a grandi autori della letteratura e della filosofia. Ed eccezionale perché l’autore a cui è dedicato è una figura straordinaria, il più grande economista del secolo scorso, John Maynard Keynes (1883-1946). Il Meridiano comprende una nuova traduzione […]

Tim: storia mediocre e prevalentemente finanziaria, ben lontana da coordinate strategiche

di Vincenzo Vita

Arrivano gli americani. Il fondo “speculativo” Elliott ha vinto la partita nell’assemblea di Tim per il controllo della maggioranza azionaria. Sconfitti i francesi di Vivendi, anche a causa dei problemi giudiziari di Bolloré. E questo non ha certamente contribuito all’immagine del finanziere bretone. Tuttavia, da soli gli americani, che sono quelli – per capirci – che diedero una mano a fine anni novanta ai “capitani coraggiosi” di Colaninno per accaparrarsi l’ex monopolio telefonico e recentemente ai cinesi che hanno rilevato la squadra del Milan, non ce l’avrebbero mai fatta.

Insomma, in tale vicenda non ci sono buoni e cattivi: come in un film di Tarantino sono tutti cattivissimi. È bene sottolineare tali evidenti novità, in quanto da qualche parte si è voluto caricare la vicenda di significati impropri, quasi fosse una rivincita dello stato sul mercato. Nient’affatto. Dopo anni di spoliazione dell’azienda e di avventurismi di un capitalismo debole, pronto a offrire un gioiello di famiglia agli spagnoli, ai francesi e ora alle scorribande d’oltreoceano, siamo arrivati ad un punto limite.

Così, il denaro pubblico, attraverso la Cassa depositi e prestiti, è intervenuto duramente (800 milioni di euro per racimolare il 4,8%) per spostare gli equilibri. Curiosa storia. Perché il governo non ha utilizzato lo strumento del golden power per piantare una bandiera autorevole e ha delegato all’ente che raccoglie il deposito dei risparmiatori postali di supportare uno dei contendenti? I francesi, al netto di ogni giudizio, sono in lotta con Mediaset e – si sa – il patto del Nazareno è una metafora permanente.
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Capitalismo digitale: la “smartiphication” della vita quotidiana

di Luigi Agostini

Rivoluzione Informatica e Sinistra
Più che tanti tomi di Aristotele,
Tre modeste invenzioni hanno cambiato la faccia del mondo:
La bussola, la stampa,la polvere da sparo. F. Bacone 1620

In un articoletto del 1 settembre 2017, Repubblica riferisce un fatto altamente simbolico: un ricercatore, Barry Linn viene licenziato in tronco dalla sua Fondazione, per aver approvato la maximulta inflitta a Google dalla Commissione Europea. Il pensatoio, New American Foundation, è diretto da Anne-Marie Slaughter, ex braccio destro di Hillary Clinton, ed è finanziato da Eric Schmid, capo esecutivo di Google, attraverso donazioni per oltre 21 milioni di dollari.

Schmid, facendo valere il proprio diritto di “socio benefattore” della Fondazione, aveva manifestato le proprie rimostranze, verso la posizione del ricercatore. Google finanzia 170 centri di ricerca non-profit: una piovra lobbistica. Solo nei primi sei mesi, ha speso a Washington quasi 10 milioni di dollari. Obama stesso prese le difese di Apple nel dossier sulla elusione fiscale in Irlanda, anche se l’uso di paradisi offshore da parte delle multinazionali americane, sottraeva risorse allo stesso fisco americano.
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Cooperativismo e liberismo: come si è persa la coralità delle voci politiche

di Sergio Caserta

Nella mia trascorsa attività di cooperatore, iniziata a metà degli anni Settanta come fondatore di una cooperativa e poi divenuta attività professionale per lunghi anni, ho avuto modo per le diverse esperienze e situazioni vissute di conoscere a fondo l’organizzazione della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, oggi ribattezzata sinteticamente “Legacoop”.

La cooperazione italiana, sorta agli albori della storia del movimento operaio e passata attraverso la prima rivoluzione industriale e le due guerre mondiali, è diventata nel secondo dopoguerra un esteso e forte movimento economico di imprese associate, con milioni di soci cooperatrici e cooperatori. Come nel sindacato anche nella cooperazione esistevano ed esistono componenti politiche e culturali, e come nel sindacato anche nella cooperazione non si è mai giunti all’unificazione delle associazioni pur richiamandosi agli stessi principi di mutualità, a causa della forte influenza ideologica e politica che i partiti hanno avuto e mantenuto sulle strutture organizzative delle rispettive associazioni.

Tant’è che esistevano ed esistono la Legacoop, la Confcooperative e l’Unione cooperativa come esistono CGIL-CISL e UIL, tranne la breve esperienza subito dopo la guerra nel sindacato e quella più significativa ma anch’essa cessata della FLM sindacato metalmeccanico che riuniva FIOM,FIM e UILM. Questa divisione era di matrice ideologica, all’epoca dei due blocchi e dei muri, fu poi fortemente politica per le strategie che le diverse organizzazioni portavano avanti, nelle rivendicazioni e nel proselitismo che aveva un connotato di adesione a valori e principi di carattere generale. Il liberalismo e il cattolicesimo sociale così come il marxismo e l’egualitarismo socialista non erano elementi accessori.
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Capitalismo di Stato e normalità capitalistica ai tempi della crisi

di Alessandro Somma

Sino al crollo del Muro di Berlino il confronto tra capitalismo e socialismo aveva monopolizzato l’attenzione degli studiosi. Solo in seguito ci si è dedicati alle varietà di capitalismo, anche e soprattutto per promuovere la diffusione di quella più in linea con l’ortodossia neoliberale, da ritenersi oramai la normalità capitalistica. La crisi ha però incrinato molte certezze, tanto che alcuni hanno ipotizzato un futuro caratterizzato da un ritorno del capitalismo di Stato. Di qui uno dei tanti motivi di interesse per l’ultima fatica di Vladimiro Giacché: un’antologia degli scritti economici di Lenin introdotta da un ampio saggio in cui si sintetizza e commenta il percorso che ha portato a concepire il comunismo di guerra prima, e la nuova politica economica poi [1]. È in questa sede che si individuano alcuni punti di contatto tra le teorie economiche leniniane e la situazione attuale, alle quali dedicheremo le riflessioni che seguono.

Ci concentreremo inizialmente sullo scontro tra modelli di capitalismo e sulla possibilità di ricavare dal pensiero Lenin, pur nella radicale diversità dei contesti, alcuni spunti utili al dibattito. Verificheremo poi come attingere da quel pensiero per contribuire a un altro aspetto rilevante per la riflessione sulle varietà del capitalismo: la sua instabilità nel momento in cui prende le distanze dall’ortodossia neoliberale, ovvero l’assenza di alternativa tra il superamento del capitalismo e il ritorno alla normalità capitalistica.
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C’è spazio in Europa tra la destra sovranista e le forze neoliberali (progressiste o conservatrici)?

a-europa

di Alessandro Somma

Renzi verrà ricordato per la veemenza con cui si è rivolto all’Europa per contestare la sua politica di austerità, e soprattutto per aver mostrato tutto il suo fastidio ai tedeschi: i mandanti di quella politica. Ci ricorderemo però di lui anche per la sua bravura ad abbaiare, unita alla sua incapacità di mordere. Le sue rumorose dichiarazioni sulla cecità dei tecnocrati di Bruxelles e sull’arroganza e ottusità di Berlino facevano da sfondo al tentativo di guadagnare qualche margine minimale per la spesa pubblica: cifre irrisorie rispetto a quelle indispensabili a mettere in sicurezza il territorio, a ricostruire le aree terremotate, a rilanciare l’occupazione con un piano di investimenti pubblici, o a fronteggiare i flussi migratori di questa fase storica.

Il bello è che poi Renzi neppure riusciva a spuntare lo zero virgola per cui aveva combattuto, o meglio fatto finta di combattere. Tornava a casa con le pive nel sacco, sempre più accanito con i burocrati di Bruxelles e i tedeschi, ma sempre meno credibile con il suo patetico teatrino.

Solo una volta è sembrato che potesse spuntare qualcosa, sebbene entro i limiti dello zero virgola. È stato quando era in campagna elettorale per far passare la sua riforma costituzionale, voluta come tutti ricordano proprio dalla contestata tecnocrazia europea, oltre che dall’odiato Ministro delle finanze tedesco e da una accozzaglia di imbarazzanti compagni di strada: primi fra tutti gli operatori della finanza internazionale.
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La fine del capitalismo: laddove crescita e lo sviluppo finiscono

La fine del capitalismo, dieci scenari pubblicato
La fine del capitalismo, dieci scenari pubblicato

di Giordano Sivini

C’è stata una parentesi nella storia del capitalismo in cui il sociale è riuscito ad emergere dall’economico. Aveva rilevanza, in quanto sociale, per il riconoscimento giuridico che lo stato gli attribuiva in forza della sua esistenza come popolazione disciplinata dal lavoro salariato. In funzione della mediazione con l’economico, lo stato aveva ricevuto legittimazione dal sociale. La democrazia, che come parvenza funzionava fin dall’800, era stata giuridicamente ridefinita in senso sostanziale con una articolazione istituzionale orientata a garantire il benessere del sociale.

Le politiche economiche e fiscali, pur racchiuse in uno spazio definito dall’economico, realizzavano questo obiettivo attraverso la crescita e lo sviluppo. Agenti dello sviluppo erano le imprese regolate dallo stato, che interveniva sui processi economici stabilendo vincoli per il mercato, e sosteneva la domanda creando quel reddito aggiuntivo che il capitale non poteva o non voleva assicurare, permettendo la riproduzione delle condizioni di crescita e di sviluppo.

Questa parentesi è ormai chiusa, e se ne è aperta un’altra. Il sostegno dello stato alla domanda, come condizione di crescita e sviluppo, è venuto meno, e il sistema cerca di garantire l’offerta spingendo all’indebitamento e abbassando i prezzi mediante una infaticabile ristrutturazione del sistema produttivo. Flessibilizza il lavoro per abbatterne i costi; riduce l’immobilizzo dei capitali fissi e dei mezzi di produzione; limita il valore unitario delle merci mediante una spinta frammentazione e diversificazione.
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Mediocrazia

La “mediocrazia” ci ha travolti: così i mediocri hanno preso il potere

di Angelo Mincuzzi

Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi accorti: la “mediocrazia” ci ha travolti. I mediocri sono entrati nella stanza dei bottoni e ci spingono a essere come loro, un po’ come gli alieni del film di Don Siegel “L’invasione degli ultracorpi”. Ricordate?

“Mediocrazia” è il titolo dell’ultimo libro del filosofo canadese Alain Deneault, docente di scienze politiche all’università di Montreal. Il lavoro (La Mediocratie, Lux Editeur) non è stato ancora tradotto in italiano ma meriterebbe di esserlo se non altro per il dibattito che ha saputo suscitare in Canada e in Francia.

Deneault ha il pregio di dire le cose chiaramente: «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia – scrive all’inizio del libro -, niente di comparabile all’incendio del Reichstag e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia, l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Già, a ben vedere di esempi sotto i nostri occhi ne abbiamo ogni giorno. Ma perché i mediocri hanno preso il potere? Come ci sono riusciti? Insomma, come siamo arrivati a questo punto?

Quella che Deneault chiama la «rivoluzione anestetizzante» è l’atteggiamento che ci conduce a posizionarci sempre al centro, anzi all’«estremo centro» dice il filosofo canadese. Mai disturbare e soprattutto mai far nulla che possa mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Tutto deve essere standardizzato. La “media” è diventata la norma, la “mediocrità” è stata eletta a modello.
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Flessibilità del nuovo capitalismo e precarietà del lavoro

di Gianfranco Sabattini

Con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista è invalso l’uso dell’espressione capitalismo flessibile”, per rappresentare qualcosa di più della variazione di un vecchio modello organizzativo dell’attività produttiva; tutta l’enfasi, secondo Richard Sennet, sociologo della London School of Economics, che ha scritto “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, è posta sulla flessibilità, piuttosto che sugli effetti esistenziali per chi ne subisce le conseguenze negative. Col nuovo capitalismo, alla forza lavoro viene chiesto, nella prospettiva di un presunto miglioramento delle proprie condizioni economiche ed extraeconomiche, di essere più disponibile al cambiamento, “di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno a regolamenti e alle procedure formali”.

Il significato che all’interno dell’ideologia neoliberista si assegna alla flessibilità sta cambiando il modo d’intendere il lavoro; per convincerci, basta considerare, seguendo Sennet, l’etimologia della parola “carriera”, che rimanda alla “via nella quale si può passare con i carri” e, in senso metaforico, alla via professionale maestra che un soggetto decide di percorrere nella vita, al fine d’acquisire quanto necessario per la soddisfazione dei propri progetti. Ma oggi, – osserva Sennet – “il capitalismo flessibile, con la sua pratica di spostare all’improvviso i lavoratori dipendenti da un tipo di incarico a un altro, ha cancellato i percorsi lineari tipici delle carriere”.
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Perché il neoliberismo appare inarrestabile? Il “punto di vista del lavoratore” in Foucault

Foucault e Marx - Inchiestaonline.it
Foucault e Marx - Inchiestaonline.it
di Valerio Romitelli

Sono passati oramai quasi quarant’anni da quando Foucault con straordinaria lungimiranza teneva il famoso seminario (Nascita della biopolitica. 1978-79 [1]) nel quale proponeva una genealogia del neoliberalismo, letto come fenomeno epistemologico e “governamentale” emergente, ma di sicuro avvenire. Già dal 1973 in Francia era stato infatti precocemente annunciato l’imminente tramonto di quell'”età d’oro” delle politiche keynesiane, da Stato provvidenziale, che erano invalse nei paesi capitalisti dal dopoguerra fino appunto alla metà degli anni ’70 [2].

1. Ascesa ed apogeo

Quanto ne è seguito non ha fatto che confermare questa previsione. Impugnato come bandiera da Reagan e dalla Thatcher, coi loro famigerati slogan “meno stato, più mercato”, “no alternative!”, il neoliberalismo si è trovato a cavalcare da conquistatore la stagione segnata dal crollo del muro di Berlino, il disfacimento dell’Urss e la conversione capitalistica della Cina.

Uscita trionfante da tali prove, questa dottrina ha quindi iniziato a impiantarsi ovunque nel mondo, influenzando a suo modo le più clamorose novità intervenute tra il secondo e terzo millennio: dalla “globalizzazione dei mercati”alla “rivoluzione informatica”, dalla “finanziarizzazione dell’economia” all’ unificazione monetaria di buona parte dell’Europa, dal nuovo sviluppo di paesi già “arretrati” (i cosiddetti Bric) al progressivo approfondirsi della povertà su tutto il pianeta. E così via.
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