Carlo Smuraglia: la nuova Resistenza

di Pietro Raitano “Non sono portato per il racconto autobiografico”, spiega ad Altreconomia il professor Carlo Smuraglia nel suo studio a Milano. “Per me, parlare della Resistenza non è parlare della mia Resistenza. A me della Resistenza interessano, soprattutto, il contenuto, il significato, il processo formativo che è valso per me come per tanti” (non […]

La biografia partigiana di Otello “Battagliero” Palmieri

di Simeone Del Prete Non è la vita di uno degli uomini ex, come li ha definiti Giuseppe Fiori nell’omonimo romanzo ispirato alle gesta di alcuni esuli politici italiani nella Cecoslovacchia dell’immediato dopoguerra. La vita del partigiano bolognese espatriato «Battagliero», al secolo Otello Palmieri, ricostruita da Alfredo Mignini ed Enrico Pontieri nel libro-intervista Qualcosa di […]

Nessuno riuscirà a cancellare il 25 aprile

della Presidenza e della Segreteria nazionali dell’Anpi Il 25 aprile è Festa nazionale. La Festa della Liberazione dell’Italia dal giogo nazi-fascista. Essa vedrà migliaia e migliaia di persone nelle piazze e nelle vie di tantissime città e paesi. Nessuno riuscirà a cancellarla. Ci riferiamo, in particolare, a chi cerca di negarla, paragonandola ad uno scontro […]

Il caso Riace: un appello internazionale per la libertà immediata di Mimmo Lucano

di Angelo d’Orsi

Il caso Lucano come specchio di un’Italia spaccata, anzi frantumata. Se l’arresto del sindaco di Riace suscita indignazione tra le persone oneste, gli italiani perbene, a prescindere dalla loro appartenenza politica, nel contempo eccita l’iroso gaudio di quella parte d’Italia (forse maggioritaria) che si è lasciata persuadere che i migranti costituiscano il problema del nostro presente (e del nostro futuro). V’è pure, minoritario, un “terzo partito”, a cui ha dato voce Marco Travaglio, sul “Fatto Quotidiano”, con un articolo stizzosamente in punta di diritto, che però manca la questione principale, o piuttosto finge di non capirla: la questione è che oggi, lo schieramento pro o contra Mimmo Lucano è non soltanto inevitabile, ma necessario.

La questione principale è che, da prima dell’insediamento di questo governo per il quale i flussi migratori sembrano rappresentare l’unica (in realtà fittizia) preoccupazione, grazie a una serie di atti di legge a dir poco discutibili (Turco/Napolitano, Bossi/Fini…), e all’ascesa al ministero di polizia di Marco Minniti, Lucano è entrato nell’obiettivo di quella parte d’Italia che, subornata da una martellante campagna mediatica e politica, ha accettato l’equazione migrante=pericolo.

Ci rubano il lavoro, sono troppi, delinquono, offendono il decoro delle nostre città… Tre giorni fa il renzianissimo sindaco di Firenze, Nardella, ha twittato complimentandosi con gli agenti di polizia che avevano bloccato e segnalato per il rimpatrio due ragazze che esercitavano lo scandaloso mestiere di mimi da strada, “molestando” perciò stesso, i turisti che hanno ben altro per la mente: le borse di Ferragamo, ad esempio, a cui Firenze ha dedicato un lussuoso museo nel cuore della città.
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Libere: il film che parla della Resistenza vista dagli occhi delle donne

di Carmen Palma per MiFaccioDiCultura

Il 20 aprile è uscito nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

LIBERE un film di Rossella Schillaci from Lab 80 film on Vimeo.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri.
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La Liberazione vista da una ragazza di 14 anni

di Aurora Sapigni

Ormai dobbiamo essere rimasti in pochi che in quel lontano 21 aprile 1945 erano in Piazza Maggiore a Bologna per festeggiare la Liberazione. Io c’ero, avevo 14 anni. Sono una signora di 85 anni: potrei fare l’uncinetto, guardare la televisione, invece no, la mia testa gira alla rovescia e mi riporta a giorni tanto lontani nel tempo, al 21 aprile di 71 anni fa, giorno della Liberazione di Bologna.

Il fronte da 7 mesi era fermo sugli Appenini, a Bologna si sopravviveva a stento tra bombardamenti e rastrellamenti. Chi aveva denari da spendere per mangiare ricorreva al mercato nero, tanti erano andati a vivere nei rifugi ed erano organizzatissimi. Ricordo che al rifugio del Meloncello un calzolaio aveva impiantato il suo banco di lavoro per riparare le scarpe.

Chi era sfollato e aveva salvato la casa a Bologna tornava in città, magari in coabitazione, bisognava arrangiarsi. Nemmeno in campagna si viveva bene, tanti contadini furono costretti a venire in città con le loro mucche, anche nel nostro cortilino nel Pratello avevamo due mucche ospiti, devo dire che mi sono sfamata grazie al loro latte. Mia madre se riusciva a rimediare un po’ di riso lo cuoceva nel latte che aveva una bella panna ed era buono.
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Lettera dal Chiapas: un messaggio per capire lo zapatismo

Zapatisti
Zapatisti
del Subcomandante Insurgente Galeano [*], traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

Per Juan Villoro Ruiz [*]:

Sono lieto che il resto della famiglia stia bene, e siamo contenti che tu sia il messaggero che fa giungere loro i nostri saluti ed ossequi (anche se sono convinto che cravatte e posacenere o un mazzo di fiori sarebbero stati un’opzione migliore).

Mentre cercavo di proseguire questa lettera, mi è tornato in mente il tuo testo “Conferencia sobre la lluvia”, scritto, credo, per il teatro, e che ho letto immaginando, di sicuro malamente, la scenografia, i gesti e i movimenti dell’interprete del monologo, sentendo quel che mi interpellava più che accusandone ricevuta. L’inizio, per esempio, è una sintesi della mia vita: il laconico “Ho perso le carte!” della prima riga, vale un’enciclopedia se lo lego ai calendari e geografie del continuo cadere e ricadere che è la mia vita.

Perché, invariabilmente, dopo il saluto di apertura, in una lettera, mi sfuggono le idee (“la tonelada” dicono i compas, i compagni, per parlare del tono di una canzone). Voglio dire, l’obiettivo concreto della lettera. Vero che l’aver chiaro chi sia il ricevente potrebbe aiutare, ma non poche volte il destinatario è un ascolto fraterno al quale non si richiede necessariamente una risposta, ma sempre un pensiero, un dubbio, un interrogativo, ma non che paralizzi, bensì che provochi altri pensieri, dubbi, domande, eccetera.
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La memoria di mio padre: come diventò comunista nel 1936

Falce e martello
Falce e martello
di Bruno Giorgini

La giornata della memoria, che cadeva come ogni anno dal 2000 lo scorso 27 gennaio, è incardinata sul ricordo della Shoah, e del genocidio perpetrato contro il popolo ebraico dai nazisti. Però, in una interpretazione estensiva, non è forse impropria anche la memoria di chi contro il nazifascismo combatté, come mio padre Roberto.

Il suo funerale laico era appena stato compiuto e la salma tumulata in un cimitero milanese, la città che aveva scelto per gli anni della pensione dopo una vita passata in Romagna, quando un anziano signore avvicinandosi chiede: “Tu sei Bruno? Roberto mi parlava sempre di te” e dandomi la mano, prosegue, “Eravamo amici fin da ragazzi, siamo diventati comunisti insieme, mi chiamo Vladimiro. Ma lui non ti ha mai raccontato niente di questo?”

È un anziano simpatico signore, un accento romagnolo che si taglia col coltello mescolato a espressioni tipicamente milanesi, e senza aspettare risposta: “Ci siamo ritrovati qui a Milano al circolo dei romagnoli, sai ci eravamo un po’ separati dopo l’Ungheria del ’56, io ero contro l’intervento sovietico, restituii la tessera del Partito e lui mi chiamò traditore, a me che ho passato la vita a essere comunista e un buon comunista… ancora oggi sembra non credere che il suo amico lo abbia accusato di tradimento…poi siamo diventati vecchi e Roberto è arrivato a darmi ragione… quasi ragione. Il tuo babbo poteva essere molto duro, sulla politica non transigeva, veniva prima di tutto. E dire che siamo diventati comunisti insieme, ripete, avevamo quindici anni”.
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Memoria storica a Trieste: gli strafalcioni di Repubblica

La liberazione di Trieste
La liberazione di Trieste
di Claudio Cossu

Sapevamo che la storia e le vicende tumultuose, sofferte ma, infine, gloriose della lotta al fascismo negli anni 1920-1943 e della guerra di liberazione dal nazifascismo, in seguito, negli anni 1943-45 riguardanti il confine orientale del Paese, ed in particolare Trieste e l’Istria, fossero poco conosciute se non ignorate dagli italiani. Ma questa volta – oltre ad avere una sconfortante conferma di tale realtà – la memoria storica e, conseguentemente, l’opinione pubblica e il sentimento antifascista di queste terre sono state stravolte e rese maggiormente confuse proprio dal quotidiano Repubblica, che vanta tradizioni e “battaglie” progressiste nell’informazione, nel contesto della cultura civile, soprattutto dei giovani, nell’intera penisola.

L’edizione del 26 ottobre scorso, infatti, rivelava un’imprecisione e una impreparazione storica e politica imperdonabili che mai ci saremmo aspettati. La città giuliana, infatti, ad avviso di codesto giornale – in data 26 ottobre 1954 – sarebbe stata “liberata dai bersaglieri” che avrebbero messo in fuga l’Armata Jugoslava, partita, peraltro, nel lontano 12 giugno 1945 dalla città, omettendo tutta l’Amministrazione anglo-americana vigente a Trieste dal 1945 al 1954.

Dire stupefacente è, senza dubbio, troppo poco e diciamo invece – con mestizia – che risulta sconfortante. L’Amministrazione italiana – tout court, sostituì semplicemente, come noto, quella anglo-americana, a conclusione di accordi e trattative terminate con il famoso “Memorandum di Londra” del 1954 e con l’assenso della diplomazia politica Jugoslava che otteneva, come contropartita, la cosiddetta “Zona B” (da Capodistria-Koper fino al fiume Quieto, circa, nei pressi di Cittanova – Novigrad).
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Dossier 25 aprile 1945-2015: l’antifascismo come fondamento della democrazia

a cura di Michele Fumagallo

So che anche l’Associazione il Manifesto in rete festeggerà i 70 anni della Resistenza e della Liberazione dal fascismo. Perciò mi preme dare il mio contributo a questa data e a questa festa con tre post: il primo, qui sotto, in parte riscrittura di un altro pezzo scritto anni fa su un altro blog; il secondo e il terzo entrambi dedicati a un partigiano del tutto particolare, Giaime Pintor, su cui mi piace soffermarmi con la riproposizione, con un mio piccolo commento, della lettera (un documento per me sempre eccezionale e attualissimo) al fratello Luigi, vero e proprio lascito di un giovane di allora ai giovani di oggi, e un reportage scritto il 15 maggio 2011 per il quotidiano Il Manifesto dal Molise dove Giame cadde il 1 dicembre del 1943.

Resistenza: 70 anni fa la conclusione di una lotta gloriosa

Senza l’Antifascismo nulla è possibile. È uno spartiacque, un principio, cioè la cosa da cui tutto è nato. Senza la rivalutazione di quel principio siamo perduti (tutti: i democratici di qualsiasi linea, la sinistra, noi comunisti). Qualcosa forse è mutato dai fasti berlusconiani di poco tempo fa, in cui l’antifascismo era del tutto decorativo quando non vilipeso e umiliato. Ma le cose sono cambiate solo formalmente, sostanzialmente continuano come prima. Sono quindi tra quelli incazzati per la mistificazione che domina da anni nel nostro paese. Quella di nascondere le origini della nostra democrazia, da tempo malata anche per questo. Non è inutile quindi ripetere alcuni concetti elementari su cui si fonda (si dovrebbe fondare) la cornice istituzionale e politica di questo nostro paese.
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