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Venezuela: il socialismo alla prova

di Geraldina Colotti

Nell’ascensore dalle porte capestro, un ragazzo dal sorriso aperto impedisce alla nuova venuta di rimetterci il naso. Scambio di battute. Dove sta andando, perché si trova qui? Quando si è da sole in Venezuela in un momento simile, un po’ di prudenza nelle risposte non guasta. La sera prima ci siamo incappate in un esagitato portoghese che guidava il taxi imprecando contro Maduro come si brontola contro il cambio del tempo: dava per scontato che un’europea dovesse essere d’accordo con lui a prescindere.

Perciò ora restiamo nel vago. Ribaltiamo la domanda: “Lei che fa?” “Operaio petrolifero È dice il ragazzo È vengo dal Zulia per presentare al presidente di Pdvsa un progetto di lavoro che la mia squadra ha messo a punto: si risparmia sui tempi, sui costi e con una miglior qualità di lavoro sulle piattaforme”. La storia ci interessa. Siamo nelle 48 ore dello “sciopero generale” proclamato dall’opposizione che, secondo i media internazionali, avrebbe avuto un’adesione superiore al 90%. Qual è l’umore fra gli operai petroliferi, nerbatura della principale ricchezza del paese?

Il ragazzo racconta. Lavorare sulle piattaforme È spiega È è sempre stato il suo sogno. Prima di Chavez, però, era difficile accedere senza specializzazione per una famiglia povera, poi c’erano le mafie del lavoro, le tangenti, certe vie gerarchiche da seguire. Insomma, poche possibilità. Dopo la vittoria di Chavez, nel 1998, le cose cambiano. Il giovane si fa avanti, lo mettono alla prova: “Osservavo tutto e prendevo nota È dice ora È porto sempre con me un quaderno come questo. Gli operai più esperti sono stati i miei maestri. La storia del colpo di Stato e della serrata petrolifera padronale, mi ha insegnato il resto”.

La vita felice di mia zia Enrichetta, lesbica 100 anni fa in Lucania

Zia Enrichetta - Foto sulla sua lapide

Zia Enrichetta - Foto sulla sua lapide

di Simonetta Sciandivasci

Se sapesse come ce la contendiamo, in famiglia, zia Enrichetta sarebbe felice. Ogni Natale è la stessa storia. Era più zia a me che a te: io sono la bisnipote del figlio del fratello. Ed io sono la procugina dello zio del nonno.

Dopo l’entusiasmo iniziale, tuttavia, la zia scatenerebbe le sue ire, rimaste indelebili nel ricordo di chi l’ha conosciuta: “Sciagurate. Non ero vostra zia quando avete permesso a degli esseri di sesso maschile di mettere piede nella mia cappella, eh? Come avete potuto permetterlo?” Se c’era una cosa a cui teneva era questa: mai nessun uomo, neppure per rifare l’intonaco o mettere a posto l’impianto elettrico, avrebbe dovuto entrare nella tomba che aveva fatto costruire esclusivamente per sé e per la sua compagna, Giuseppina, che lei chiamava “sorella di vita”. Da quando zia Enrichetta è morta, però, è passato quasi un secolo e le sue volontà le abbiamo dimenticate – o abbiamo fatto finta di: meritiamo un paio di esemplari punizioni divine a testa.

Mia zia Enrichetta Lavigna, che già solo per il suo nome e cognome sarebbe stata la perfetta protagonista di un romanzo minore di Alessandro Manzoni o di Giovanni Verga, è stata la prima lesbica accertata di Ferrandina, un delizioso e minuscolo paesino nella provincia di Matera, Basilicata (quella di Albino Pierro, Mango, Arisa) e dove vive tutta la mia famiglia (che si attesta sui sessanta membri, se non conto propaggini tipo procugini e prozii).

Storia Lgbt, gli archivi “Frainer” e “Casagrande” del Cassero in mostra a San Francisco

Antonio Frainer. Ritratto davanti al Cassero di Porta Saragozza, Bologna, 1984

di Vincenzo Branà, presidente del circolo Arcigay Il Cassero

Viene inaugurata oggi, venerdì 1 febbraio, alla Front Gallery del Museo di Storia GLBT di San Francisco la mostra Migrating Archives: LGBT Delegates From Collections Around the World, nella quale verranno presentati materiali provenienti dagli archivi Lgbt di nove diversi Paesi del mondo. Tra questi anche l’Italia: parteciperà all’esposizione, infatti, anche il Centro di Documentazione del Cassero, il circolo Arcigay bolognese, che ha inviato oltreoceano i materiali degli archivi Antonio Frainer e Stefano Casagrande.

“Le immagini – spiega la curatrice E.G. Crichton – saranno riunite in grandi pannelli grafici e video per creare ritratti delle organizzazioni partecipanti e delle storie di vita che hanno scelto come rappresentanti. E’ come se le persone ritratte fossero esse stesse delegate virtuali nella nostra città e nel nostro tempo”, aggiunge Crichton. “Alcune delle persone incluse sono famose, altre sono persone comuni i cui materiali sono stati trovati o donati dopo la loro morte. Uno o due rimangono anonimi riflettendo il destino di tante persone LGBT i cui nomi sono scomparsi dalla storia”.

“Io non ci sto”: la nuova campagna del Telefono amico gay e lesbico del Cassero

Il non ci sto

Parte la nuova campagna informativa del Telefono amico gay e lesbico del Cassero “Io non ci sto”, per accendere i riflettori sul servizio di counseling messo in campo ogni settimana, dal lunedì al venerdì, dalle 20 alle 23, dai volontari del circolo lgbt bolognese (al numero 051/55.56.61).

In funzione dal 1992, il Telefono amico gay e lesbico permette anche di accedere a servizi di consulenza individuale gratuita e lavora in rete con gli altri servizi del circolo, dallo sportello legale a quello sanitario.

La Campagna sarà diffusa attraverso manifesti e locandine nei locali frequentati dal pubblico lgbt e nei luoghi pubblici. Sul web, oltre ai banner diffusi sui vari siti tematici, è nato un sito dedicato con tutti i riferimenti del servizio.

Il primo testimonial di “Io non ci sto” è Gaetano Navarra, noto stilista bolognese che veste star di fama internazionale, del mondo del cinema e della musica.