Il futuro del Manifesto: la nuova cooperativa e i colloqui singoli, come per un lavoro qualsiasi

di Tiziana Ferri

Car* compagn*

come sapete sono in corso le procedure per formare la nuova cooperativa che dovrà fare in modo che il manifesto rimanga in edicola. La nuova coop è stata costituita prima di Natale da (credo) 9 persone, con uno statuto (credo sia stato ripreso quello della vecchia coop) senza che sia mai stata data una comunicazione ufficiale ai vecchi, nuovi e aspiranti soci. Se ne è parlato al giornale, sul giornale, sui social media ma chi abbia deciso i nomi dei “fondatori” e anche chi siano i fondatori io non lo so. Avrei potuto chiedere, certo, ma non ho voluto. Ho atteso invano una comunicazione ufficiale che non è mai arrivata.

E ora veniamo a “come” si sta formando la nuova cooperativa: si parte dal budget (calcolato sulle vendite attuali), si cerca di capire quanti posti di lavoro si possono salvare con quei soldi, si fanno alcune scelte (chiudere il centralino, chiudere il sito, ridimensionare l’archivio, ma questi sono solo esempi) e poi un comitato, formato da due persone, comunica ai singoli lavoratori il tipo di contratto che il giornale si può (o non si può) permettere per loro.

Il processo che io, insieme ad altri compagni, tutti ormai fuori dal giornale, compresi Rossana e Valentino, ho sempre caldeggiato, era esattamente l’inverso: prima si doveva parlare di progetto e poi di chi serviva per realizzarlo, cercando di fare un buon giornale, che aumentasse le vendite e fosse in grado di riassorbire progressivamente più persone possibili. Questo ovviamente comportava un grande e impegnativo dibattito politico che si è scelto di non fare.
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Il futuro del manifesto

Il futuro del Manifesto: il nuovo percorso del giornale e della redazione

della redazione del Manifesto

Care lettrici e cari lettori, care compagne e cari compagni,

per noi del manifesto il 2012 è stato un anno molto particolare, forse il più difficile della storia del giornale, contrassegnato da laceranti separazioni all’interno del gruppo fondatore, da incomprensioni, da dissensi sul percorso da intraprendere. Non si doveva arrivare a rotture così profonde, ma così è stato e ognuno è convinto delle proprie ragioni. Tuttavia pensiamo che durante la nostra navigazione in acque agitate, in molti casi abbia prevalso l’«io» sul «noi». Eppure, nonostante il viaggio burrascoso, siamo arrivati al primo porto: si è chiusa la fase della liquidazione amministrativa e della vecchia cooperativa, ed è nata la cooperativa del nuovo manifesto. L’esito non era scontato. Ma ci siamo riusciti. Salvando, per il momento, la testata e la maggior parte dei posti di lavoro.

La nuova cooperativa porta nel suo Dna i cromosomi della cooperativa madre, quella che diede origine al primo manifesto, all’esperimento di una forma originale della politica, al primo passo di una sinistra che, a sua volta, più di quarant’anni fa, si staccava dalla casa madre del partito comunista per coltivare l’eresia di una contaminazione tra la generazione del dopoguerra e quella nata nella militanza dei movimenti del ’68.

Da adesso inizia una sfida in parte diversa, perché vogliamo proseguire lungo un itinerario che accomuni quelli di noi ancora qui dai primi anni Settanta, ai più giovani, arrivati al manifesto dopo il millennio. Siamo un piccolo gruppo, povero di mezzi, però ben intenzionato e ambizioso. Vogliamo lavorare ancora con cuore e passione, con spirito militante, come si diceva una volta, per raccontare il mondo e per contribuire al cambiamento.
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Il futuro del manifesto

Il futuro del Manifesto: così vicini, così lontani

di Loris Campetti, Mariuccia Ciotta, Astrit Dakli, Ida Dominijanni, Sara Farolfi, Tiziana Ferri, Marina Forti, Maurizio Matteuzzi, Angela Pascucci, Francesco Piccioni, Gabriele Polo, Doriana Ricci, Roberto Silvestri, Roberto Tesi (Galapagos), Miriam Ricci e Marco Cinque

Il manifesto è stata un’avventura straordinaria. L’invenzione di una nuova forma della politica, quando ancora nessuno immaginava che politica e comunicazione sarebbero diventate la stessa cosa. L’esercizio quotidiano di un pensiero critico, in un sistema dell’informazione che di pensiero critico non abbonda. La tessitura incessante di una rete di relazioni ricchissima, con i lettori, i collaboratori, i sostenitori. La costruzione di uno spazio in cui un giovane sconosciuto, un operaio di Marghera, un collettivo femminista erano autorizzati a parlare quanto un intellettuale blasonato.

La pratica quotidiana del confronto, talvolta ruvido ma sempre interessato alle differenze in gioco, fra la generazione dei fondatori espulsi dal Pci, quella del ’68, del ’77 e del femminismo, quella della Pantera e di Genova. Il luogo di frontiera libero da dove abbiamo avuto il privilegio di attraversare, raccontare, interpretare quarant’anni densissimi di storia politica e culturale del mondo e della sinistra.

Tutto questo, e molto più di tutto questo, sotto la testatina «quotidiano comunista». Che non è mai stata, per nessuno di noi – a cominciare da Rossanda e Parlato, da sempre schierati per un giornale di ricerca e di innovazione, non di partito ma di parte – un’etichetta identitaria, né un programma ideologico, né tantomeno una tessera. È stata e resta, fondamentalmente, il segno di due cose.
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Il futuro del Manifesto: storia di uno scambio mancato. È ora di una riflessione collettiva

Il Manifestodi Luciana Castellina

Ai compagni dei circoli de Il manifesto e affini. Cari compagni, se sono rimasta zitta tutto questo tempo, né sono venuta alle vostre assemblee, non è per indifferenza: come potete immaginare la fine, e per di più così ingloriosa, de Il manifesto è per me una grande tristezza. Non ho parlato per due ragioni:la prima, e la più importante, è perché a questo punto ( e il punto era arrivato già da tempo) non ho soluzioni:la vostra generosa offerta di raccogliere i soldi per ricomprare la testata non è purtroppo sufficiente, ci vogliono mesi e mesi per mettere assieme quella cifra, e poi c’è un deficit quotidiano da colmare prima che il quotidiano riprenda; per cui occorrono ulteriori capitali.

La seconda ragione sta nel fatto che io non faccio più parte della redazione del giornale ormai dal 1978. Dalla cooperativa – quando fu creato l’assetto attuale – fui peraltro esclusa senza neppure esser avvertita, ma oramai pazienza. Il mio allontanamento, così come quello di molti altri compagni, è stato il risultato del conflitto che ci separò alla fine degli anni ’70 e che non fu affatto relativo al modo in cui si doveva fare il giornale, ma attorno a serie questioni politiche.

Vorrei cogliere l’occasione per respingere la versione caricaturale che di quel triste evento è stata recentemente data da Valentino, secondo cui “il partito”, di cui peraltro Rossana,Luigi e lui stesso sono stati massimi dirigenti fino alla fine degli anno ’70, voleva che venissero pubblicati dei comunicati e la redazione non
voleva. Tanto poco “partitista” era il Pdup che, quando non ha avuto più Il manifesto come giornale di riferimento, ha usato i soldi del partito per pubblicare un settimanale diretto, oltrechè da me, da Rodotà e Napoleoni e che raccolse le più svariate e autorevolissime collaborazioni non solo italiane ma mondiali.
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Il futuro del Manifesto: la fine di una storia che non lascia discendenti legittimi

di Sergio Caserta

L’ultimo colpo, l’abbandono di Valentino Parlato è come la mazzata finale su un corpo morente, il nostro Manifesto, per quale abbiamo speso tempo, entusiasmo e speranze, si svuota come un pallone che è restato a mezzaria, galleggiando nel nulla in tutti questi mesi. Norma Rangeri dice che comincerà un’altra storia, una cesura definitiva col passato, termine che non è piaciuto a qualcuno in redazione quando lo pronunciammo per descrivere ciò che era già chiaro agli occhi di molti.

Giornalisti, collaboratori, lettori radunati nei circoli e quelli sparsi in tutt’Italia, tanti anche autorevoli intellettuali che sono intervenuti in queste concitate settimane, restiamo attoniti a guardare la fine di questa straordinaria vicenda di cui mi sembra che almeno una parte della redazione che oggi ci lavora e decide, non abbia compreso il senso autentico.

Come molte storie straordinarie e tragiche della sinistra del Novecento, anche questa finisce per stanchezza e abbandono (o anche morte) dei protagonisti, logorati da tanti anni di struggimenti nelle lotte per chi aveva la ragione dalla sua, per antichi rancori irrisolti, per l’impossibilità di convivere con quelle differenze che abbiamo sempre tanto acclamato.
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Il futuro del Manifesto: la liquidazione e i nuovi paradigmi non capiti

Il Manifestodi Pierluigi Sullo

In questi ultimi giorni: la brevissima lettera con cui Rossana Rossanda ha annunciato la sua uscita dal Manifesto; molti miei coetanei, persone con cui ho lavorato per oltre due decenni, che “sospendono la firma”; altri abbandoni; le crescenti polemiche tra la redazione del giornale, i circoli dei sostenitori e i collaboratori. Infine, l’annuncio che il 17 dicembre è il termine per presentare offerte per l’acquisto della testata. Mi pare evidente che la lunga crisi del Manifesto, la cui cooperativa è in “liquidazione coatta amministrativa” dal febbraio di quest’anno, è arrivata al capolinea.

Un giornale, diceva Luigi Pintor, non offre principalmente notizie, bensì una ispirazione. Dello spirito originario del giornale, quello che lo ha reso il fenomeno irregolare che è stato per oltre quarant’anni, Rossana (e con lei Valentino Parlato) incarnano senza dubbio la cifra, il senso ultimo. È quel che pensa la gran parte dei lettori e dei sostenitori più antichi e vicini al giornale. E io con loro, benché mi sia trovato in tale disaccordo, con la rotta che il giornale stava seguendo, da licenziarmi, nel 1999, per fondare un altro giornale. E l’ho pensato anche nei lunghi anni in cui, facendo quell’altro giornale, ho continuato ininterrottamente a scrivere sul Manifesto.

Scrivevo una rubrica, ogni giovedì, e spesso mi è capitato di proporre o di sentirmi proporre di scrivere su vari argomenti. Ora ho interrotto la rubrica. Ma perché – esattamente – l’ho fatto?
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Il futuro del Manifesto: una comune per il giornale? La proposta dei collaboratori

Il futuro del manifesto
Il futuro del manifesto
di Guido Ambrosino

Il nostro giornale è in liquidazione. La testata è in vendita. Due gruppi privati sono interessati a acquistarla. E se invece la comprassero insieme i lettori e i giornalisti? I collaboratori del manifesto invitano a discuterne al Cinema Palazzo occupato domenica 9 dicembre 2012, alle ore 10 Piazza dei Sanniti, quartiere di San Lorenzo, Roma

Perché l’assemblea

Gli eventi attorno al manifesto precipitano: il 2 dicembre i commissari liquidatori della “cooperativa editrice il manifesto“, che detiene il 78% della testata (il 22% è posseduto da lettori e sostenitori soci della “manifesto Spa”), hanno comunicato il termine del 17 dicembre per presentare offerte d’acquisto. Finora è noto l’interesse di due gruppi privati. Resterà tempo per far decollare la terza proposta, approvata a grande maggioranza dall’assemblea del 4 novembre, convocata a Roma dai circoli del manifesto: l’acquisto della testata da parte di una larga cooperativa di lettori, collaboratori e redattori?

Mentre incalza la procedura di liquidazione, la “redazione” si è disfatta. A via Bargoni, dopo gli addii di Rossanda, d’Eramo, Vauro, Halevi, e ancora di Robecchi, dopo lo sciopero della firma annunciato da 11 giornalisti “storici”, resta un “gruppo di gestione” che non può più rappresentare la continuità del manifesto.
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Il futuro del Manifesto: qualche riflessione sulla crisi

di Gian Marco Martignoni

Ringraziando Daniele Barbieri per l’ottima recensione critica al libro di Valentino Parlato, porto il mio contributo al dibattito, dopo aver riletto per l’ennesima volta l’intervento di Rossana Rossanda «Il Manifesto. Da dove ripartire?» (il 19 settembre). Un intervento, al solito, di grande respiro, che purtroppo non è stato ripreso in alcun modo dalla cerchia degli intellettuali che oggi contribuiscono ad arricchire la riflessione della pagina 15, “Community”.

Solo dopo la polemica fra Norma Rangeri-Angelo Mastroandrea e Valentino Parlato è stato semmai Piero Bevilacqua (uno dei più recenti collaboratori del giornale) a esplicitare il disaccordo con la Rossanda rispetto alla necessità di ridefinire «identità e finalità» de «il manifesto» in relazione a quelle della sua fondazione, in piena consonanza quindi con le tesi sostenute dall’attuale direzione.

Detto ciò, gli abbandoni di Vauro, D’Eramo, Halevi, la lettera della Rossanda, unitamente agli esiti delle votazioni sul gruppo di lavoro, e oggi una lettera di un gruppo di giornalisti e giornaliste di lungo corso, sono la testimonianza di una divaricazione all’interno del collettivo redazionale che non ha precedenti, ovvero la diretta conseguenza di un mutamento di linea editoriale che non data certo da ieri e che rispecchia la regressione-frantumazione di una sinistra radicale e comunista che ha abbandonato gli strumenti dell’analisi marxista.
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Valentino Parlato: le primarie e la crisi del Manifesto, prospettive e futuro

Valentino Parlato interviene a Bologna a margine di una conferenza nella sede della provincia con Oliviero Diliberto, segretario del Pdci (Partito dei comunisti italiani), per parlare di primarie e futuro della sinistra italiana. Senza dimenticare, di futuro, quello del Manifesto. L’intervista è stata curata da Leonardo Tancredi.

Il futuro del Manifesto: è ancora possibile?

di Marco Ligas, il Manifesto Sardo

Che succede al Manifesto? È la domanda ricorrente di tanti amici e sostenitori dopo le dimissioni di alcuni vecchi compagni della redazione, da anni impegnati nella preparazione del giornale. La decisione di Rossana Rossanda ha reso ancora più drammatica la situazione del quotidiano accentuando lo sconcerto di tanti. Non ho risposte certe a questa domanda, mi limito perciò ad esprimere le mie opinioni.

Dopo l’arrivo dei liquidatori (febbraio) si è creato un clima di forte preoccupazione sia all’interno del collettivo sia fra i sostenitori del Manifesto. I circoli (che possiamo definire come la rete diffusa del giornale, presente in quasi tutte le regioni del paese) si sono posti subito il problema del come evitare la chiusura del giornale. Hanno promosso diversi incontri per esaminare le possibili soluzioni, hanno fatto ciò nella consapevolezza di far parte dell’Area del Manifesto. Insomma la sopravvivenza del Manifesto, è stato detto, non riguarda solo la sua attuale redazione ma tutti coloro che lo hanno sempre sostenuto, sin dal 1971. È con questa ispirazione e con questo senso di appartenenza che hanno prodotto un’ipotesi di statuto di società cooperativa, costituita tra lettori e circoli, giornalisti, poligrafici e collaboratori, che potesse riacquistare o partecipare al riacquisto della testata del Manifesto appena posta in vendita a fine liquidazione.
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