Legge di bilancio, la manovra del “vorrei ma non posso”

di Andrea Baranes

La manovra del “vorrei ma non posso”. È questa l’impressione che si ha leggendo la Legge di Bilancio 2018 trasmessa lo scorso 31 ottobre al Parlamento, in notevole ritardo rispetto alla scadenza del 20 ottobre prevista dalla normativa. Un ritardo che evidenzia la difficoltà nel chiudere i conti, ma anche l’ulteriore riduzione di spazio di dibattito per un Parlamento che ha sempre meno voce in capitolo sui conti dello Stato.

La sostanza della Legge di Bilancio viene discussa e decisa altrove e in primo luogo viene pesantemente ingabbiata nei limiti e vincoli degli accordi europei siglati dal nostro Paese. In questo senso, se l’approvazione finale della manovra in Parlamento è ormai un atto poco più che formale, entro fine anno lo stesso Parlamento dovrà decidere se ratificare il Fiscal Compact, trattato che ci obbligherebbe a riportare entro venti anni il rapporto debito/Pil al 60%.

Come dire che, indipendentemente dai governi in carica, ci vincoliamo a venti anni di alta imposizione fiscale, tagli alla spesa e rinuncia a qualsiasi seria politica pubblica di investimento nel nome di un parametro economico deciso oltre due decenni fa. Quella del 2018 è l’ennesima manovra figlia di questa visione e dell’austerità, di politiche economiche sbagliate che non hanno fatto altro che aggravare e allungare la crisi e aumentare ulteriormente le diseguaglianze.
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Governo

Legge di stabilità: i soldi che ci sono e non ci sono, dipende dagli obiettivi

di Roberta Fantozzi

Continuano le operazioni di propaganda e manipolazione del governo sulla Legge di Stabilità. Ma la Legge di stabilità per il 2016 è un inno al neoliberismo: prodiga verso le imprese e i ceti abbienti, a cui destina una gran quantità di risorse in tutti i modi possibili, mentre accelera la distruzione di ogni comparto e funzione pubblica con l’eccezione della spesa militare, favorisce l’evasione fiscale, e non dà che qualche mancia per la condizione di disagio sociale dei più deboli.

1. Il rapporto con i vincoli europei: l’austerità “flessibile” e il neoliberismo

La comunicazione pubblica del governo è tutta centrata alla descrizione di una manovra che finalmente dà e non toglie. Una manovra espansiva con cui si cerca di accreditare anche l’immagine di un premier che mette in discussione le politiche europee. Non è così. Come viene riaffermato in ogni documento, il governo si muove “nel pieno rispetto delle regole di bilancio adottate dall’Unione Europea”. Nessuna vertenza viene aperta per modificare il quadro delle politiche di austerità, i vincoli su deficit e debito del Fiscal Compact.

Il governo sfrutta invece, concentrandoli nel 2016, i margini di manovra concessi dalla cosiddetta “austerità flessibile”, cioè dalla possibilità di spostare nel tempo il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla UE. Deve essere evidenziato come la flessibilizzazione dell’austerità, cioè delle politiche restrittive sia vincolata ad un di più di neoliberismo, perché ad essa si può accedere solo nella misura in cui si fanno le cosiddette “riforme strutturali”.
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Manovra e contromanovra: non #sbagliamoverso

Sbilanciamoci.info
Sbilanciamoci.info
di Sbilanciamoci.info

Esistono alternative alle politiche di austerità, al massacro dei diritti del lavoro e sul lavoro, alla resa dello Stato ai poteri economici e finanziari globali? È inevitabile arrendersi all’allargamento progressivo delle diseguaglianze di reddito e sociali? Dobbiamo assistere inermi al dissesto idro-geologico che mette a soqquadro i nostri territori?

La contromanovra da 27 miliardi che Sbilanciamoci! presenta nel suo nuovo rapporto dimostra di no. Come ogni anno chiude in pareggio dimostrando che ribellarsi contro le scelte nazionali ed europee che piegano l’economia e la società italiane agli interessi dei più forti è necessario, è giusto, ed è possibile.

Sbilanciamoci! suggerisce 84 strade alternative per uscire dalla crisi scegliendo come priorità il benessere sociale delle persone e la salvaguardia dei loro diritti. Ricorda che la crisi è stata causata dai grandi poteri finanziari privati e che non colpisce tutti nello stesso modo. A pagare gli effetti delle ricette neoliberiste è quel 50% di famiglie italiane che hanno un reddito netto non superiore a 24.215 euro l’anno; sono i lavoratori espulsi dal mercato del lavoro dalle scelte di delocalizzazione e di riduzione dei costi del lavoro; sono le donne spinte nelle mura domestiche dai tagli al welfare; sono i giovani per i quali lo studio non è più un diritto ma un lusso.
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Terre demaniali: Bologna cuore delle campagne nazionali per la loto tutela

Foto di Michele Pelosidi Elisa Castelli

Circa un anno fa veniva approvata la legge di stabilità 2012 (ex legge finanziaria), che norma e definisce, secondo l’art.7, la dismissione dei terreni agricoli demaniali. Quest’articolo, poi rivisto e modificato nell’art.66 del DDL 24 Gennaio 2012, n°1, pone le basi per la vendita di terreni demaniali, con lo scopo di coprire una parte del debito pubblico.

In sintesi l’applicazione di questo decreto è spendibile su tutto il territorio nazionale, laddove i terreni agricoli non siano “utilizzabili per altre finalità istituzionali”, art.66, 1. Rientrano in questa dicitura differenti beni paesaggistici e produttivi, quali le aree protette (per cui “l’agenzia del Demanio acquisisce preventivamente l’assenso alla vendita da parte degli enti gestori delle medesime aree” art.66,6), e le aree che, “su richiesta dei soggetti interessatic, possono essere vendute da comuni, province, regioni, essendo proprietà di queste ultime.

L’estensione di questi territori non è di facile censimento, anche in virtù di precedenti decreti legislativi che ne hanno modificato l’entità, ma secondo la Coldiretti si tratta al momento di circa 338 mila ettari di terreni agricoli coltivabili, per un valore di circa 6,2 miliardi di euro. Sono, inoltre, zone agricole demaniali anche i territori caratterizzati dagli usi civici. Il diritto d’uso civico è vincolato all’utilizzo collettivo e indiviso di un dato patrimonio ambientale, affonda le radici nella storia di produzione agricola e di allevamento locale dei comuni rurali e montani.
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