Elezioni Basilicata, Pd e cinquestelle bravissimi a premiare Salvini

di Sergio Caserta E così malinconicamente registriamo la terza vittoria consecutiva del destra-centro a trazione leghista nelle elezioni regionali in Basilicata, dopo Abruzzo e Sardegna anche nella fu regione rossa ora regione dei basilischi, s’insediano le Sturmtruppen del “Capitano” che raccoglie copiosi consensi come pomodori maturi nel Meridione che solo un anno fa gli era […]

La Lega del Sud non è l’antidoto alla secessione

di Tonino Perna

La vittoria del centro-destra in Sardegna non è una novità, lo è invece che a diventare governatore sia un senatore della Lega. E secondo tutti i sondaggi, la popolazione meridionale voterà in massa per la Lega alle prossime scadenze elettorali. Se il trend in atto continuerà il PdS (Partito di Salvini) sarà con buone probabilità il primo partito nel Sud, a dispetto del fatto che proprio lui sta sostenendo con determinazione la cosiddetta «autonomia finanziaria differenziata».

Vale a dire quella «differenziazione» che comporterà per il territorio meridionale il crollo della sanità, delle Università, scuola e servizi essenziali. È difficile accettare che i cittadini meridionali possano votare in gran numero per chi li ha insultati fino a pochi anni fa. Varrebbe la pena tentare di capire perché il leader verde-nero non è un fungo velenoso nato per caso, ma il frutto di un terreno di coltura, di un humus culturale che abbiamo ignorato.

Ci sono delle ragioni strutturali e delle matrici culturali nell’improvviso, incredibile, successo del PdS che si è determinato in soli tre anni. Di certo è stata una mossa elettoralmente geniale cancellare con un colpo di spugna la parola «Nord» e sostituire i «terroni» con gli immigrati. Chapeau! Non c’è che dire. Condizione necessaria, ma non sufficiente per prendere i voti nel resto del paese.
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Padre Zanotelli accusa ancora: “Sui migranti saremo giudicati come i nazisti”

di Stefano Miliani

“Il Vangelo parla di perdono, di accoglienza dell’altro, se siete cristiani e lo scegliete non potete scegliere Salvini. La Storia ci giudicherà come noi oggi giudichiamo i nazisti”. Padre Alex Zanotelli, missionario, critica con forza e coerenza la politica anti-immigratoria sbandierata dal vicepremier che ama indossare divise militari e la Lega ricambia attaccandolo e screditando la sua figura religiosa. Direttore per anni di “Nigrizia”, l’80enne padre Zanotelli della comunità comboniana è autore del recente pamphlet pubblicato da Chiarelettere Prima che gridino le pietre (leggi qui un estratto).

Padre, il leghista Alessandro Pagano si è riferito a lei dicendo che “di questi pseudo preti non abbiamo bisogno” perché, a parere dell’esponente della Lega, “il suo unico chiodo in testa è attaccare Salvini”.

Prima di tutto non voglio attaccare nessuno, non mi interessa e men che meno mi interessa Salvini. Il problema non sono i leghisti. Ho invece sempre detto con chiarezza che ognuno deve decidersi nella vita e ho parlato ai cristiani.

Decidersi su cosa?

Se siete cristiani potete naturalmente scegliere qualunque politica, ognuno è libero, però dovete fare i calcoli con vostra coscienza. Il Vangelo parla di perdono, di accoglienza dell’altro e se lo scegliete non potete scegliere il Vangelo di Salvini che si regge sull’odio o sul disprezzo dell’altro. Mi meravigliano però tanti cristiani.
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Le idee della Lega per Pisa: “Acquedotto fatto a pezzi e paccottiglia sotto la Torre”

di Tomaso Montanari

Il patrimonio culturale al tempo del governo della Lega: a Pisa, per esempio. Se questo fosse il titolo di un tema, lo svolgimento potrebbe essere fulmineo e fulminante: “Uno scempio”. Salvatore Settis, che della Scuola Normale Superiore di Pisa è stato a lungo direttore, è stato lapidario: “A quel che pare, brutalità e arroganza sono ingredienti alla moda nel nuovo clima politico. E perché mai, se così è, l’amministrazione comunale di Pisa dovrebbe fare eccezione?”.

E infatti nessuna eccezione, come dimostra l’episodio che ha meritato l’indignazione di Settis. Il nuovo sindaco di Pisa, Michele Conti, aveva scritto nel programma che, in caso di elezione, avrebbe demolito tre arcate dell’Acquedotto Mediceo per risparmiare un sottopasso alla nuova tangenziale: “È assurdo realizzare un taglio nel territorio lungo circa 250 metri per sottopassarlo; demolendo tre arcate, con quanto si risparmierebbe se ne potrebbero ricostruire almeno 10 di quelle ora mancanti e consolidare il resto oggi dissestato”.

Chissà, in effetti, perché nessuno ha mai pensato a questo geniale bricolage dei monumenti: demolendo, che so, qualche decina di case di Pompei si potrebbero risparmiare i soldi della manutenzione, e con quelli scavarne altre. E perché non abbattere un’ala del Palazzo Ducale a Venezia, per tirar su una moderna stazione marittima per le Grandi Navi? Sai quanti soldi per manutenere i canali! Siamo in effetti a questo livello: perché l’acquedotto voluto dal granduca Ferdinando I di Toscana è, a tutti gli effetti, un monumento, e dunque è come un corpo vivo, che non può essere fatto a fette a piacere, abbattuto e riassemblato come se fosse un plastico di Porta a Porta.
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La secessione di cui nessuno parla

di Gianfranco Viesti

L’Italia potrebbe essere investita a breve da un profondo cambiamento nell’organizzazione e nel finanziamento di gran parte dei suoi servizi pubblici, con il decentramento ad alcune regioni tanto di estese competenze quanto di risorse finanziarie assai ingenti (sottratte conseguentemente a tutte le altre). Ma questo tema, di fondamentale importanza e su cui è indispensabile una approfondita discussione culturale e politica, è avvolto nel più totale silenzio.

È comprensibile che la Lega, promotrice e sostenitrice di questo processo, preferisca perseguirlo silenziosamente: sta cercando infatti di acquisire consensi al di là delle sue tradizionali regioni di insediamento, e certo una discussione pubblica non le gioverebbe: farebbe emergere un consistente travaso di risorse finanziarie a favore di Lombardia e Veneto in particolare e a danno di tutte le altre. Quel che colpisce è il totale silenzio degli altri partiti. Di quelli di opposizione, in particolare del Partito democratico: evidentemente incapace di prendere una posizione pubblica; segno, anche questo, della profondissima crisi politica e di valori di riferimento che ne sta paralizzando l’azione. E dei 5 Stelle: che pure dalle regioni del Centro Sud che sarebbero pesantemente penalizzate da questo processo hanno tratto una parte decisiva del loro consenso. Allo stesso modo, totale è il silenzio dei grandi mezzi di informazione, a stampa e radio-televisivi.

Eppure di vicende da raccontare e di temi di cui discutere ce ne sono tanti. La questione in ballo è quella della maggiore autonomia che può essere concessa alle regioni a statuto ordinario. Come ha convincentemente argomentato su queste colonne Marco Cammelli, “l’art. 116.3 Cost è uno strumento di rifinitura, di messa a punto di quote di decisione e di funzioni aggiuntive ritagliate su misura sulle specifiche esigenze di singole realtà regionali”. Tuttavia, come anche lo stesso Cammelli ha messo in luce, non è questo il tema dell’attualità politica.
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L’attuale dialettica fra razzismo istituzionale e razzismo popolare. Forse la storia può insegnarci qualcosa…

di Annamaria Rivera

La vicenda degli ostaggi sequestrati sulla nave “U. Diciotti” della Guardia costiera italiana, l’incontro ufficiale, a Milano, tra Salvini e Orbán (che lo ha definito “il mio eroe”), il tono sprezzante verso la magistratura col quale il primo ha commentato la notizia della sua incriminazione per sequestro di persona a scopo di coazione e per altri reati affini: tutto ciò configura in maniera esemplare la vocazione eversiva che caratterizza il governo fascio-stellato, in primis il suo ministro dell’Interno. Diciamo eversiva in senso proprio, cioè tendente a violare e stravolgere elementi basilari della Costituzione e del diritto internazionale.

Che questo disegno eversivo assuma caratteri rozzi, sguaiati, farseschi non deve trarre in inganno: in non pochi casi storici le svolte autoritarie, fino ai totalitarismi, sono state sottovalutate anche perché si manifestavano con stile di tal genere, quello che, in realtà, ne permise l’adesione di massa.

Della vicenda della “U. Diciotti”, ampiamente descritta e analizzata da altr*, mi soffermerò su un solo “dettaglio”, emblematico e rivelatore. La decisione di deportare verso l’Albania venti dei centosettantasette profughi sequestrati, oltre che violare, anch’essa, la Costituzione e il diritto internazionale, non ha altro senso se non quello squisitamente e grottescamente propagandistico.
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Matteo Salvini, il pistola elettrico

di Alessandra Daniele

È evidente quanto Matteo Salvini ci tenga ad essere considerato il ministro dell’Interno più carogna del dopoguerra. In realtà, al confronto con tanti dei suoi predecessori – Scelba, Andreotti, Tambroni, Cossiga, lo stesso Minniti, allievo di Cossiga – Salvini è appena un bulletto, la cui boria è resa ancora più grottesca dall’inefficacia. Quasi tutti i migranti che ha cercato di respingere finora sono sbarcati e rimasti in Italia. La sua Operazione Spiagge Sicure è stata un fallimento avvilente. La promessa di abolire la legge Fornero al primo Consiglio dei ministri non s’è realizzata neanche al dodicesimo.

Non solo Salvini non è il ministro dell’Interno più duro del dopoguerra, ma a ben vedere non è neanche un ministro dell’Interno. È un’arma di distrazione di massa. Una Mossa Kansas City vivente. Un Cazzaro. Però, quando il sole è al tramonto, anche i nani proiettano lunghe ombre. E gli androidi sognano pistole elettriche.

Berlusconi è tornato a proiettare la sua lunga ombra sul governo, assicurandosi il commissario straordinario alla ricostruzione del ponte Morandi, Giovanni Toti, filo-Benetton. E congratulandosi con Salvini per il suo avviso di garanzia, in sintonia con Di Maio, che ha confermato la nuova linea garantista del Movimento 5 Stelle, dicendo che il socio deve assolutamente rimanere al suo posto.
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Estrema destra: dilemmi a 5 Stelle

di Cinzia Sciuto

“Se non ci fanno entrare, a quel punto arrivano le Albe Dorate, gente che emula Hitler, entrano i nazisti in Parlamento con il passo dell’oca. Sta tornando la destra che non discute, se arriva Hitler vagli a parlare del comma 5. Noi facciamo da cuscinetto siamo necessari per la democrazia. Stiamo tenendo in piedi la democrazia”. “Se non ci fosse il M5S ci sarebbero i nazisti, il nostro populismo è la più alta espressione della politica”.

A parlare è Beppe Grillo, rispettivamente nel 2012 e nel 2014. La tesi è nota. La rabbia del “popolo” contro la “casta” è ormai un dato della politica dei giorni nostri, quello che bisogna vedere è come e da chi viene incanalata. E per anni ci è stata raccontata ” non solo da Beppe Grillo ” la favola che, a differenza degli altri paesi europei, in Italia avevamo per fortuna il Movimento 5 Stelle a raccogliere questa rabbia popolare e farla confluire in un percorso democratico. La tesi dei 5S come argine all’estrema destra, che altrove (vedi Le Pen in Francia e l’Afd in Germania) invece dilaga, aveva fatto breccia in molti cuori ed è stata anche una delle ragioni che ha portato taluni a votare 5S: meglio loro che i fascisti! (I 5S hanno forse la base elettorale più variegata che ci sia, e le ragioni per cui chi li vota li vota sono le più diverse, talvolta persino opposte, fra loro).

Peccato che l’argine non solo non abbia tenuto, ma abbia addirittura subito una metamorfosi, trasformandosi in un taxi che ha catapultato l’estrema destra italiana dritta dritta al governo del paese. E non basta: La Lega è infatti arrivata al governo con poco più del 17 per cento dei voti (che è già una enormità) e con ogni probabilità, se non fosse al governo, ad oggi sarebbe rimasta intorno a quella cifra, se non forse addirittura sotto.
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Campi “nomadi” e la questione “zingara”

di Dimitris Argiropoulos

La visibilità della popolazione rom in situazione abitativa di campo “nomadi”, e le conseguenti considerazioni, dipende dalla repressione, in tutte le sue forme, che riceve. Si parla e si scrive di loro, “gli zingari”, ogni volta che rientrano nelle “preoccupazioni” di chi parlando di altre cose e portando avanti altri interessi, indica gli “zingari” come una criticità incancrenita, perenne e da “risolvere” con mezzi drastici e con l’uso di una certa violenza. Una violenza alla quale siamo “costretti”, vista l’impossibilità di risolvere la loro immodificabilità e adeguamento sociale.

Il campo “nomadi” di per sé è violenza. La sua istituzionalizzazione e permanenza è violenza. Si tratta di una particolare ed esclusiva abitazione pubblica che genera esclusione, stigma, separazione, povertà relazionale, razzismo e razzismo istituzionale differenzialista. Il campo “nomadi” in tutte le sue forme rappresenta l’apartheid destinato agli “zingari”, divide e disgiunge persone, famiglie e comunità rom dalle comunità e società circostanti.

Scompone e spezza relazioni, possibilità e opportunità di chi ne è collocato, cristallizzando in forme folcloristiche chi, per appartenenza, è indentificato come nomade. Il binomio Zingaro uguale Nomade ha impostato, guidando, le politiche e le politiche sociali per decenni. L’Italia è il Paese dei campi, e con questa caratterizzazione è indentificata a livello internazionale ogni volta che si approcci alla questione “zingara”. Ovviamente si tratta di una caratterizzazione piena di aporie, stupore e in netta contrapposizione con i processi di deistituzionalizzazione, come per esempio quelli avuti luogo in ambito psichiatrico e con le disabilità e che, all’estero (forse più dell’Italia), si conoscono, si studiano e si ripropongono.
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No-stop elettorale sulla pelle dei migranti

di Vincenzo Vita

Una domenica bestiale, quella passata. Tanto per la vicenda della nave Aquarius, in cui si è appalesata la smania fascistoide dei leghisti, quanto per la clamorosa scorrettezza in tema di comunicazione politica.

I fini dicitori obietteranno che le disposizioni della «par condicio», essendo stata quella dello scorso 10 giugno una consultazione parziale al di sotto del 25% della popolazione complessiva, si applicavano solo sul piano locale, esentando le trasmissioni nazionali. Tuttavia, la delicatezza della stagione istituzionale in corso e il dramma dei profughi avrebbero richiesto un’attenzione particolare.

Non c’è stata, né da parte delle emittenti né dal versante dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni cui pure spetterebbero compiti di vigilanza permanente. Non solo gli esponenti politici, a cominciare da Salvini e Di Maio, hanno impunemente scorrazzato tra un programma e l’altro, ma sono stati lungamente intervistati e accolti in pompa magna nei talk. Domenica le urne erano aperte e buona creanza avrebbe voluto che il silenzio elettorale venisse rispettato non solo nei confini territoriali, bensì pure nell’offerta generalista. E fa specie che non ci si sia neppure pensato.
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