La strategia cinica di Lega e 5 Stelle per governare insieme

di Luigi Ambrosio

Forse il rispetto delle Istituzioni non ha più alcun significato, forse qualcuno potrebbe pure dire “beh, che c’è di male, il rispetto delle Istituzioni è un concetto reazionario”. Resta il fatto che non si era mai visto un Presidente della Repubblica trattato così, smentito via Twitter pochi minuti dopo aver pronunciato un discorso drammatico alla nazione, in cui Mattarella chiedeva alle forze politiche di fare lo sforzo di arrivare almeno fino a dicembre, per approvare la legge di stabilità, scongiurare la speculazione internazionale e cosette come l’aumento dell’Iva.

Con un tweet, Di Maio e Salvini hanno disconosciuto il ruolo del Capo dello Stato e hanno deciso, loro, che si va a votare. A luglio. In piena estate, con gli italiani esasperati, schifati dalla politica, disposti solo ad andare al mare. Con la stagione degli sbarchi che riprende, l’ideale per la propaganda. Con il Pd in crisi totale. Con quel che resta della sinistra incapace di organizzarsi.


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Serve una prova di lealtà costituzionale

di Michele Prospero

La fabbrica delle ideologie, come coscienza falsa, è pronta a riaprire. E quindi già si ripresentano in parlamento i soliti progetti per il passaggio al presidenzialismo. Anche una nuova legge elettorale (la sesta) è invocata per risolvere il male della ingovernabilità. Insomma: la solita retorica sulla riforma delle istituzioni, come pozione salvifica, che dura da trent’anni. Un accanimento così testardo postula che il voto di marzo sia stato un incidente, risolvibile solo con altre prove tecniche di semplificazione.

Gli elettori, che non hanno visto il bene supremo del vincitore incoronato a urne chiuse, vanno invitati a ripetere le operazioni di voto. Tocca però prima al grande riformatore sciogliere il nodo. Il parlamento è, per colpa esclusiva della legge elettorale, in una situazione di stallo. E, per uscirne, altro rimedio non esiste all’infuori di quello che prevede la scrittura di una nuova formula per ripetere le elezioni evitando, con fantasiosi accorgimenti tecnici, che il popolo ancora sbagli.

Questa pretesa di correggere, con alchimie strane, la volontà popolare insensibile è assurda. Anche con il meccanismo elettorale più selettivo, all’inglese, che viene celebrato dagli apprendisti stregoni come garanzia di governabilità, a marzo avrebbe consegnato una situazione di perfetto equilibrio. Le tre forze hanno infatti riportato, anche nei 231 collegi uninominali, una quantità di voti che esclude una loro traduzione in seggi tale da regalare il nome del vincitore al calar della sera. Proprio come accaduto nella quota proporzionale con le liste bloccate, anche nei collegi uninominali all’inglese si conteggiano 111 seggi per la destra, 93 per il M5S, e 28 per il centro sinistra. Nessuno dei tre poli ha raggiunto la maggioranza assoluta.
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Contro la devastazione del territorio

Ambiente e paesaggio: Lega e 5S all’opposto

di Vittorio Emiliani

Mentre si profila una possibile intesa fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, mi tornano in mente le dure polemiche consumatesi in Parlamento fra i loro due gruppi in materia di cultura, di natura, di ambiente, di aree protette, e, comunque, le opposte opinioni espresse.

Andate a rileggervi sul sito dei 5 Stelle il programma elettorale in materia di beni culturali e paesaggistici:

  • 1) bisogna difendere e rafforzare il ruolo delle Soprintendenze indebolite dai governi Berlusconi e Renzi sul piano dei poteri;
  • 2) bisogna tornare a dividere il Turismo dai Beni culturali evitando che il Mibact consideri quei beni o quel centri storici, beni commerciali, “macchine da soldi”.

All’opposto le posizioni della Lega (e in generale del centrodestra): in uno “storico” dibattito televisivo da Bruno Vespa, Matteo Salvini, infuriato per la bocciatura (sacrosanta) di un’altra strada sul Lago di Como da parte del soprintendente Luca Rinaldi, se ne uscì reclamando l’abolizione delle Soprintendenze e dei loro “assurdi vincoli e poteri”. E la renzianissima Maria Elena Boschi fu di fatto d’accordo: “Della soppressione delle Soprintendenze si può discutere, noi intanto, con la riforma Franceschini, le abbiamo ridimensionate…”. Renzi docebat.
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Ma la partita per il governo è un’altra cosa

di Luigi Ambrosio

Dal discorso di insediamento di Maria Elisabetta Casellati, appena eletta presidente del Senato grazie all’accordo tra centrodestra e Movimento 5 Stelle, si può comprendere quale sarà la strategia di Berlusconi per non morire stritolato dalla tenaglia rappresentata da Salvini e da Di Maio.

Un discorso ecumenico, in cui ha sottolineato la necessità del riconoscimento reciproco tra le forze politiche, ha lodato il presidente Mattarella e il presidente emerito Napolitano, e quest’ultimo non è un dettaglio data la natura del discorso che Napolitano aveva tenuto il giorno prima inaugurando i lavori del Senato.

La responsabilità del governo spetta ai vincitori, Movimento 5 Stelle e centrodestra, aveva detto Napolitano. Bisogna ascoltare il Quirinale, aveva aggiunto. E occorre garantire continuità nel rapporto con l’Europa, aveva sottolineato. Parole i cui contorni si definiscono ancora di più ora, illuminati dai fatti successivi.

Casellati rappresenta in pieno la linea della continuità chiesta da Napolitano, in sintonia con Mattarella. Il rischio che si vuole evitare, al Colle, sarebbe quello di un governo sovranista composto dal Movimento 5 Stelle alleato di una Lega che rompesse davvero con Forza Italia. Se la preoccupazione delle Istituzioni è legata a una visione generale, il coincidente interesse di Berlusconi è legato alla sua personale sopravvivenza politica. Il capo di Forza Italia è deciso a resistere il più possibile tenendo legato a sé Salvini.
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Quali propositi per il bene comune dell'”infosfera”

di Vincenzo Vita

Tanto i media vecchi e nuovi sono oggetto di conversazione e di chiacchiera, quanto vaghe risultano le proposte politiche che toccano la società dell’informazione. In vista della formazione del governo, sarebbe utile se non doveroso esplicitare le intenzioni. Dei due protagonisti del voto del 4 marzo l’uno – la Lega di Salvini – dice poco al riguardo, l’altro – il Mov5Stelle – ne parla per “editti” piuttosto che per propositi concreti. Limitiamoci ai vincitori. Dei limiti del Partito democratico e delle sinistre si è scritto fin troppo, con ben magri esiti.

Se si vuole davvero aprire un’altra stagione è fondamentale cominciare dalla rete, ovvero il fulcro dell’infosfera, utilizzando la felice terminologia di Luciano Floridi. Ora più che mai è inevitabile sancire con una norma chiara e netta alcuni principi essenziali per declinare la categoria generale di «bene comune» così come descritta da Stefano Rodotà. Il primo è quello della «neutralità della rete», vale a dire l’eguaglianza nelle opportunità di accesso; il secondo tocca il punto chiave della banda larga e di Internet, da intendere come diritti di cittadinanza e non luoghi di mera accumulazione di mercato. Sullo sfondo l’ancoraggio degli Over The Top alla trasparenza dei loro algoritmi. Facebook racconti la verità, per cominciare.

Inoltre il tema è di stretta attualità, essendo in discussione le modalità di copertura dell’Italia, dalle fibre ottiche alle tecniche 5G. Lo stesso ritorno di fiamma dello scorporo della rete di Tim-Telecom (accidenti, vent’anni dopo e senza mai un’autocritica) impone una visione strategica. Che oggi non esiste, a parte il Risiko societario tra Bolloré e il fondo americano Elliott in cui non è chiaro chi sia la padella e chi la brace.
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Razzismo, a furia di forzare la Costituzione col piede di porco questo è il risultato

di Maso Notarianni

“Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. Lo dice il candidato alla Regione Lombardia del cosiddetto “centrodestra”, che si rivela essere invece destra bieca e razzista.

Attilio Fontana, già sindaco leghista di Varese (una fama, bontà nostra, da moderato) spiega meglio il concetto: “È un discorso demagogico e inaccettabile quello di dire che dobbiamo accettarli, è un discorso a cui dobbiamo reagire, dobbiamo ribellarci: non possiamo accettarli tutti. Vorrebbe dire che non ci saremmo più noi come realtà sociale e etnica, perché loro sono molti più di noi, perché loro sono molto più determinati di noi nell’occupare questo territorio. Di fronte a queste affermazioni dobbiamo ribellarci, non possiamo accettarle, perché qui non è questione di essere xenofobi o razzisti, ma logici e razionali: non possiamo perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte, decidere se la nostra etnia, razza bianca, società deve continuare ad esistere o deve essere cancellata, è una scelta. Se la maggioranza degli italiani dovesse dire noi vogliamo autoeliminarci vorrà dire che noi che non vogliamo autoeliminarci ce ne andiamo da un’altra parte”.
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Salvini l’opportunista che apre ai fascisti

di Luigi Ambrosio

Matteo Salvini è il piccolo opportunista della politica italiana che con la sua insipienza culturale e il suo cinismo politico sta aprendo le porte ai fascisti. Nella Milano di Mani Pulite interpreta il vento antisistema che inizia a spirare con forza nella maniera più regressiva: facendo carriera nella Lega Nord cui si iscrive meno che ventenne. Diventa subito consigliere comunale e poi leader dei “giovani padani” a colpi di felpa. “Padania is not Italy” era la sua preferita.

Ma sempre restando simpatico. Nella Lega dei raduni di Pontida, Salvini era quello sbarazzino, anticonformista, persino un po’ di sinistra. Una immagine con cui ha giocato per anni: l’orecchino, la cravatta verde allentata sulla camicia bianca, qualche birra al bar di un centro sociale messa nel curriculum politico. In tanti, gli davano credito. Salvini era un brillante conduttore di Radio Padania, aveva una battuta per tutti. Anni luce di distanza rispetto al clima greve che si respirava in via Bellerio, la sede della Lega, tra i proclami fascistoidi di Borghezio, le passeggiate anti islam di Calderoli coi maiali, l’ostilità per ogni diversità, dai gay agli immigrati.

Tutto questo è terminato quando Salvini è diventato il segretario della Lega e si è convinto che un quarantenne come lui avrebbe potuto ambire a qualcosa di più che a guidare un partito regionale all’interno di una coalizione di centrodestra.
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Ius soli: la prevedibile convergenza dei Cinquestelle con la Lega

di Eva Garau

A poche ore dall’arrivo in Senato della riforma sulla cittadinanza le prime pagine dei quotidiani nazionali somigliano più a un bollettino medico che alla cronaca politica. Inevitabile, considerata la zuffa andata in scena tra i banchi dell’aula tra spintoni, corse in infermeria e cerotti, attori principali i rappresentanti della Lega Nord. Ma ad alimentare la polemica è soprattutto la posizione del Movimento 5 Stelle, un’astensione che, di fatto, è un voto contrario senza l’effetto collaterale di una parziale perdita di consenso tra gli italianissimi iscritti (tra i requisiti per il tesseramento, infatti, la cittadinanza italiana è indispensabile).

Il punto di vista del M5S sullo ius soli e, in generale sull’immigrazione, non deve sorprendere. Se è vero che l’abolizione del reato di clandestinità è stata proposta nel 2013 da due senatori pentastellati, Maurizio Cioffi e Andrea Buccarella, e poi passata grazie ai voti del PD (332 favorevoli, 124 contrari) già allora Grillo si era espresso sul blog. Il post firmato con Casaleggio sottolineava la distanza del movimento da un’iniziativa personale e “non autorizzata” di due “dottor Stranamore fuori controllo”.

Non si era fatto mistero, allora, del fatto che se inserita nel manifesto programmatico del movimento un’apertura del genere avrebbe avuto conseguenze drammatiche in termini elettorali, dal momento che ancora l’umore della base non si era manifestato in maniera chiara. L’abolizione del reato di clandestinità non è stato accompagnato da un discorso politico che ne mettesse in evidenza il significato.
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Sgomberi: a Bologna si gioca la finale di partita

di Mauro Boarelli

1. Ci sono tre immagini che raccontano meglio di tante parole i mutamenti di Bologna e del suo governo locale, tre fotografie scattate a pochi mesi dalle elezioni amministrative. Nella prima c’è un bambino di tre o quattro anni alla guida di una macchinina gialla sotto il portico di una strada del centro storico, la testa rivolta all’indietro a guardare, a pochi metri di distanza, un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa.

È stata scattata durante uno sgombero, uno dei tanti che negli ultimi mesi hanno messo definitivamente in soffitta il mito già sbiadito della città accogliente e solidale e smantellato luoghi nei quali avevano cercato una soluzione abitativa famiglie di immigrati e famiglie italiane che non possono pagare gli esosi affitti imposti dal mercato immobiliare.

La seconda immagine è quella di un portone chiuso. Non è un portone qualsiasi: è quello del palazzo comunale in Piazza Maggiore. È un’immagine ricorrente, perché quel portone – spesso presidiato dalla polizia – si è chiuso tante volte in faccia a comitati di cittadini, occupanti sgombrati, lavoratori (compresi quelli dello stesso Comune) che volevano far sentire la propria voce durante i lavori del Consiglio comunale.

L’ultima foto è stata scattata ancora una volta durante uno sgombero, quello che nell’ottobre scorso è andato in scena nel palazzo ex Telecom in disuso da anni mettendo fine brutalmente a un’interessante esperienza di autogestione che aveva coinvolto quasi trecento persone (ne hanno scritto Luca Lambertini e Lorenzo Betti su “Gli asini”, n. 31/2016). In questo caso la foto-simbolo non riguarda l’azione della polizia, e non perché manchino immagini dure e drammatiche.
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Salvini, lo sciacallo di Bruxelles

di Curzio Maltese [*]

Sono 73 gli europarlamentari italiani a Bruxelles e la maggior parte sono in questo tragico giorno qui, nella capitale d’Europa. Ma soltanto uno, Matteo Salvini, ha avuto il sangue freddo, la mancanza di scrupoli e di dignità umana d’inviare tweet e selfie dall’ingresso del Parlamento europeo, davanti alle camionette dell’esercito, per speculare al volo sulla tragedia che ha spezzato decine di vite innocenti e distrutto tante famiglie.
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