L’importanza del leader: senza non si vince

di Samuele Mazzolini e Giacomo Russo Spena

Nel giugno 2014, nei seggi elettorali iberici, qualcuno domandava: “Scusi, come si chiama il partito del coleta?”. Il coleta, letteralmente il “codino”, è il soprannome di Pablo Iglesias, il leader indiscusso di Podemos. I cittadini si recavano all’urna senza ricordarsi il nome del movimento, ma bastava l’effige di Pablo, stilizzata e resa simbolo elettorale per l’occasione, a orientarne la matita, catturati com’erano dalla parlantina di quel politologo e giornalista col codino ai capelli che per mesi aveva invaso le televisioni pubbliche, come opinionista, a parlare di redistribuzione delle ricchezze, giustizia sociale e di rottura del sistema.

Podemos era nata 5 mesi prima delle elezioni Europee, in una libreria nel quartiere Lavapiés di Madrid, e in pochissimi nel momento della genesi avrebbero ipotizzato quel repentino sviluppo che porterà i viola ad ottenere un sorprendente 8 per cento equivalente a ben 5 europarlamentari e preludio della futura ascesa ai vertici della politica nazionale ed europea.

Il ruolo del coleta è stato decisivo, almeno fino al primo congresso di VistaAlegre, ottobre 2014, in cui si è iniziato a parlare di gestione più collettiva e di radicamento sociale. Come dicono i critici con una punta di disprezzo, Podemos è stato un disegno a tavolino di un gruppo di professori che ha messo insieme populismo e tecnopolitica, come fosse un prodotto di laboratorio. La realtà è più semplice. Podemos occupa lo spazio giusto, al momento giusto.
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Un terremoto spacca in due l’Italia e travolge il centrosinistra: finisce un’era, è tutto da rifare

di Pietro Spataro

Se si guarda la mappa elettorale dell’Italia si capisce subito che è avvenuto un tremendo terremoto politico. Al Centro Nord domina il colore azzurro del centrodestra a trazione leghista con qualche piccola macchia rossa in Toscana e in Emilia Romagna. Al Sud dilaga il colore giallo del Movimento Cinque Stelle. Il voto del 4 marzo spacca in due il Paese e consegna la vittoria alle due forze politiche più populiste, antisistema e antipolitiche: la Lega di Salvini e il M5S di Di Maio. Quello che fino a qualche anno fa sembrava impossibile è accaduto.

Siamo in presenza di una vera e propria crisi di sistema. No, non siamo davanti a normali vittorie e sconfitte elettorali. Non è, quello di oggi, uno dei tanti passaggi di quell’alternanza di governo che è il cuore dei sistemi democratici occidentali. E’ molto di più. E molto più grave. Finisce un’epoca e finisce nel modo peggiore. Travolgendo quel che restava dei partiti tradizionali e degli assetti politici. Archiviando un modo di intendere la funzione delle forze politiche e il modo di esercitarla.

Distruggendo equilibri, sensi di responsabilità, aspirazioni di governo e riformismi declinati in tutte le formule possibili e immaginabili. Abbattendo un centrosinistra che è stato incapace – in tutte le sue componenti, dal Pd a Leu – di capire il Paese, di interpretarne gli umori, di stare dentro la complessità sociale e di dare una credibile risposta ai drammi che vivono gli italiani.
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