L'associazione il manifesto in rete

La Manifesta 2014: dal 18 al 20 luglio torna la tre giorni dell’Associazione il Manifesto in rete

L’Associazione il Manifesto in rete, in collaborazione con Fiom Bologna e Fiom Emilia Romagna, Legambiente, Centro Giorgio Costa, Associazione Tenteatro, presenta l’edizione 2014 – la terza – della manifestazione “La Manifesta”, che si terrà il 18, 19 e 20 luglio 2014 al Centro Giorgio Costa di via Azzo Gardino 44, a Bologna.

Il programma, ancora provvisorio, comprende una serie di dibattiti su il lavoro che manca, l’altra Europa, le liste civiche che crescono, la nuova (e la vecchia) sinistra, le lotte operaie, la Sardegna, la ricchezza delle differenze e poi le cene, gli stand, la musica e il teatro, tre giorni per stare bene insieme. Dunque, come sempre, ci si muove in direzione ostinata e contraria.

Ecco gli appuntamenti che, al momento, sono in corso di definizione:

  • venerdi 18 luglio, ore 18.00, apertura festa con un incontro su il lavoro precario in Italia e in Europa, condanna di una generazione? Segue la cena popolare e concerto;
  • sabato 19 luglio, ore 10.00, il voto nella provincia di Bologna, l’esperienza delle liste. Alle 18, con l’Arci Bertold Brecht, si parlerà di operai e mondo del lavoro mentre per la serata è prevista cena di mare e a seguire uno spettacolo;
  • domenica 20 luglio, ore 10.00, le prospettive del Manifesto in rete con pranzo domenicale. Alle 18 stiamo definendo la presentazione di un libro.

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1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

Riflessioni senili a ruota libera su crisi del capitalismo e crisi della sinistra

di Vittorio Rieser

Il problema da cui partirò per queste “riflessioni senili” è il seguente: ci troviamo di fronte a una crisi del capitalismo altrettanto e più profonda di quella del 1929. Come mai il movimento operaio, la sinistra in generale, non ne “approfittano” per rafforzarsi, ed avanzare o realizzare (almeno parzialmente) una proposta alternativa? E anzi sembrano toccare il loro punto massimo di debolezza?

Intendiamoci: dietro questi interrogativi non c’è una “ideologia crollista”, per cui la crisi del capitalismo dovrebbe portare al suo crollo e alla vittoria della rivoluzione. Neanche la crisi del 1929 portò a questo. Anzi, portò anche a risposte aberranti del movimento operaio, come la linea del “social-fascismo” adottata per alcuni anni dal Komintern. E portò all’avvento di una dittatura di destra come quella nazista. Ma determinò anche (sia pure, spesso, “a scoppio ritardato” – l’espressione è adatta, visto che c’è di mezzo la seconda guerra mondiale) a conseguenze importanti e “progressive” per il movimento operaio: il New Deal negli USA, le politiche di full employment e del welfare state in Gran Bretagna, e più in generale contribuì all’avvio di quel trentennio “socialdemocratico-fordista” che segnò un indubbio avanzamento per la classe operaia nell’Occidente capitalistico.

Insomma, allora la “risposta del capitalismo alla sua crisi” dovette introiettare alcuni “fattori esterni”, legati all’azione del movimento operaio. Come mai non c’è oggi alcun segnale in un’analoga direzione, e anzi la sinistra e il movimento operaio sembrano toccare il loro massimo punto di debolezza nell’Occidente capitalistico? Come mai le alternative di risposta sono tutte interne al capitalismo – e rischiano di ridursi alle due opzioni (“hegeliana” e “schmittiana”) prospettate da Ulrich Beck? (Le troviamo in un’interessante intervista, comparsa su “Repubblica”, che si riferisce in particolare all’Unione Europea. Come si vedrà, anche queste note sono “eurocentriche”, quando non addirittura “italocentriche”).
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1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

In memoria di Rieser: il metodo dell’inchiesta per comprendere la realtà

di Giovanni Mottura

La voce del compagno che la mattina di giovedì 22 maggio mi ha telefonato “questa notte è morto Rieser” ha evocato, come in un deja vu, la stessa situazione improvvisa e profonda di vuoto, di assenza non reparabile, provata la notte del 9 ottobre del 1964 a Torino, quando, verso le tre uno squillo di telefono mi ha svegliato e la voce di Vittorio mi ha detto: “Raniero sta morendo, vieni presto in via sei ville”.

Ero consapevole del tempo trascorso da allora, che ero lontano da Torino, che non ero in quella città notturna che la vespa aveva attraversato veloce, senza neanche che avessi la percezione di guidarla, verso quella casa che nei pochi anni di presenza torinese di Panzieri era stata un luogo intenso di amicizia, scambi, progetti, apprendimento e reciproco ascolto per un gruppo di giovani, un fratello maggiore e la sua compagna. Per Vittorio e me, in particolare, uno dei luoghi di maturazione di quella che lui stesso, in un convegno di mezzo secolo dopo, ha ricordato come la “simbiosi dell’esperienza di formazione politica mia e di Mottura”.

In quella notte di cinquant’anni fa, in effetti, ci siamo detti che tutto ciò che insieme ci eravamo trovati a fare, imparare, pensare, vedere, vivere nel corso del decennio precedente era arrivato a conclusione. L’incontro e la collaborazione con Raniero ci aveva aiutato in modo decisivo a capirne e definirne il senso e la direzione verso la quale ci indirizzava: era – per usare parole di Vittorio – “il metodo dell’inchiesta come riferimento politico permanente per noi (ovvero..) il rifiuto di trarre dall’analisi del livello del capitale l’analisi del livello della classe operaia. (…) Il metodo dell’inchiesta cioè il metodo che dovrebbe permettere di sfuggire ogni forma di visione mistica del movimento operaio, che dovrebbe assumere sempre un’osservazione scientifica del grado di consapevolezza che ha la classe operaia, e quindi essere anche la via per portare questa consapevolezza a gradi più alti”. [1]
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“The ethical economy”: il valore del lavoro

The ethical economy
The ethical economy
di Adam Arvidsson e Nicolai Peitersen

Cos’è il valore, veramente? Mentre l’economia moderna ha messo da parte la questione del valore definendola come “non scientifica”, la teoria sociale moderna ha teso a considerare il valore come un fatto, come qualcosa ancorato alle realtà dei mondi fisici. Per quello che riguarda l’economia, proviamo a prendere in considerazione la “Teoria del Valore Lavoro”.

Sviluppata da “economisti politici” come Adam Smith e David Ricardo, che scrivevano durante la rivoluzione industriale del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo (nel caso di Smith un po’ prima della “rivoluzione”), la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta il muro difensivo dell’economia e del pensiero politico marxisti. In estrema sintesi, essa afferma che tutti i valori nell’economia possono essere derivati dal tempo medio del lavoro necessario a produrli. E, conseguentemente, i profitti rappresentano un “furto” di questo tempo di lavoro.

In quanto teoria relativa a come sono formati i prezzi, la “Teoria del Valore Lavoro” poteva aver senso nelle realtà semplici della produzione in fabbrica della prima metà del ‘900. Ma come lo stesso Marx comprese negli anni attorno al 1850, il movimento verso una più alta complessità della cooperazione industriale e l’estensione delle catene di valore hanno reso progressivamente sempre più difficile isolare il contributo dato dal tempo di lavoro al prezzo. Nonostante ciò, la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta enormemente influente come modo di pensare al valore e per compiere scelte legate a questo nella società industriale.
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Apocalypse now reloaded: il libro di Alice Biagi su precarietà e giungla reale

Apocalypse now reloaded
Apocalypse now reloaded
di Noemi Pulvirenti

“Saigon. Merda. Sono ancora soltanto a Saigon. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”. La protagonista di questo romanzo però, non si sveglia a Saigon come Martin Sheen nel celebre film di Francis Ford Coppola, ma a Bologna. In una giungla di precariato, fatta di contratti precari e a tempo determinato, di code all’Inps, di domande che assillano costantemente la mia generazione. Perché noi figli del benessere, delle opportunità, dell’Italia da cartolina, ci ritroviamo dopo aver conseguito con fatica gli studi, in un limbo senza uscita?

Queste e molte altre riflessioni accompagnano il romanzo Apocalypse now reloaded; dalla “fenomenologia di San Vitale” alle descrizioni sociologiche delle regole della vita d’ufficio. Per poi farsi addolcire dall’incontro con un vero amore come Love, o rinvigorire dal muay thai e scappare in posti lontani come la Thailandia per poi tornare indietro. Il tutto condito da uno slang bolognese e linguaggio pubblicitario.

C’è molto di vero e di vissuto in questo romanzo. Nato nel 2006, dalla costante abitudine dell’autrice di appuntarsi ogni suo pensiero, il romanzo è un collage che prende forma nel 2009, anno in cui Alice rimane senza lavoro. E che le fornisce il tempo, la sofferenza e la forza per trovare, come l’ha definita lei, la sua centratura.
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Rimini, lavoro sfruttato

I precari: un problema che si è diffuso come un’epidemia

di Marino Magno, circolo del Manifesto di Avellino

La precarietà nel nostro Paese, ma anche in tanti paesi d’Europa, è l’elemento che accomuna una parte sempre più grande di popolazione. Da noi si potrebbe quasi dire che è l’elemento che “unifica” davvero tutta l’Italia, anche se l’accentuazione della precarietà nel nostro Mezzogiorno è sotto gli occhi di tutti.

Possiamo quindi dire, anche alla luce dei dati snocciolati nella recente relazione di Maurizio Landini al congresso della Fiom – 26 milioni di disoccupati e 43 milioni di poveri in Europa -, che il grande problema della precarietà abbraccia ormai tutta l’Europa e costituisce, oltre che un dramma, un’occasione di “unificazione” politico-sociale per i popoli europei.

Dunque comincia a diventare imperativo categorico intervenire sulla precarietà non solo in Italia ma anche in Europa. In riferimento, ad esempio, al reddito minimo di inserimento, siamo gli unici in Europa a non averlo, pur non mancando disegni di legge, a partire da quelli di SEL, Pd e M5S. Addirittura, pur essendo stata approvata all’unanimità alla Camera una mozione presentata da Sinistra Ecologia e Libertà, abbiamo assistito a un paradosso tipicamente italiano: dopo, non è successo nulla.
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1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

Il 1 maggio e l’Italia di quei lavori “à la carte”

di Silvia Garambois

Gli studi per capire a chi dovrebbe andare il bonus governativo di 80 euro hanno fornito una nuova fotografia dell’Italia al lavoro, e soprattutto del lavoro dei giovani. Intanto, si è scoperto che tra gli “under 30” il bonus lo prenderanno quasi tutti (o meglio: lo prenderanno quelli che hanno un vero lavoro dipendente, è escluso il mondo delle partite Iva così come quello degli “incapienti”, che guadagnano cioè meno di 8mila euro, perché per loro non ci sono tasse da detrarre). Gli stipendi delle nuove generazioni sono, cioè, tutti livellati verso il basso, dai bancari a mille e 400 euro al mese alle baby sitter a poco più di 700.

Quello che però adesso salta agli occhi è un altro dato: l’Italia che ha studiato, l’Italia con la laurea in tasca, nella stragrande maggioranza fa il commesso o il cameriere. Sui quasi 2 milioni di giovani lavoratori dipendenti presi in esame dalla Cgia di Mestre quasi 270mila sono dietro a un banco e 225mila servono a tavola: un quarto del totale. Alle loro spalle la categoria numericamente più “forte” è quella degli impiegati, che sono un po’ più di 115mila: significa però che poco più del 5 per cento dei giovani oggi trova posto dietro una scrivania, a differenza delle generazioni passate che in ufficio hanno passato una vita.

Un ultimo raffronto: gli operai metalmeccanici e quelli del tessile, insieme, sono in tutto 33 mila. Un numero che racconta da solo la crisi industriale. Questi dati costringono a fermarsi e riflettere. La prima cosa, e c’è fin troppa esperienza, riguarda il fatto che – quali che siano stati gli studi fatti – si prende il lavoro che c’è: nessuna sorpresa, dunque, se a consigliare la taglia d’abito giusta c’è una avvocata laureata a pieni voti o se la pizza viene servita da un dottore in economia con tesi sui mercati esteri.
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Cgil - Foto di Gianfranco Goria

Il congresso della Cgil e gli interrogativi di difficile soluzione

di Riccardo Terzi

Sul congresso della Cgil si addensano molteplici e complessi interrogativi, di difficile soluzione, e sarebbe del tutto illusorio sperare in una loro definitiva chiarificazione. Il congresso non può che essere un momento di passaggio, di assestamento provvisorio, e non si vedono all’orizzonte decisioni strategiche che siano davvero innovative.

Ma ciò non significa affatto che sia solo un congresso di routine, perché è assai importante capire se si vuole aprire una riflessione critica, a tutto campo, o se all’inverso ci si chiude in una logica di autoconservazione. Tutto dipende, quindi, dalla soggettività e dall’intenzionalità dei gruppi dirigenti, ai vari livelli, e l’esito non è affatto scontato. Può essere l’avvio di un nuovo cammino di ricerca, o può essere solo il rituale di una vuota autocelebrazione. Non so dire, allo stato attuale, quale sarà l’impronta conclusiva, e comunque non mi pare affatto scongiurato il pericolo di un arroccamento burocratico.

Il fatto positivo è che nel corpo vivo dell’organizzazione, a giudicare almeno dai numerosi congressi territoriali dello Spi a cui ho partecipato, c’è una forte tensione politica e una domanda di chiarezza strategica, senza che la discussione collettiva venga imbrigliata secondo vecchie logiche di schieramento. Le domande ci sono tutte, anche quelle più scomode e impegnative, e le risposte sono affidate ad una libera discussione democratica.
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Fiom

Mia cara Fiom, esci dall’angolo e giocati la partita

di Pietro Gualandi, delegato Filtcem-Cgil

Riguardo al Testo Unico sulla Rappresentanza sindacale credo che Fiom sia un po’ troppo conservatrice. Esso porta in sé, nella certificazione e quantificazione di iscritti e nella proporzionalità elettiva dei componenti delle Rsu, una chiarezza senza precedenti. Prima di esso vigeva una sorta di Porcellum sindacale, una balcanizzazione delle rappresentanze sindacali.

Non scordiamo che questa situazione è stata agevolata anche dal referendum abrogativo del 1995 modificante l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori indetto da Rifondazione Comunista e appogiato dai Cobas e da parte della Fiom. Con quel referendum la rappresentanza in Azienda cominciava a non essere più solo dei Sindacati firmatari i Ccnl ma di chi contrattava con il padrone, arrivando ora alla possibilità con accordi separati di estromettere chi non ci sta.

Marchionne ha estromesso Fiom sulla base delle varie destrutturazioni dello Statuto dei lavoratori. Per ciò che concerne il regime sanzionatorio presente nel Testo Unico non vedo quali siano i timori: il diritto allo sciopero è costituzionalmente garantito ai lavoratori, la rappresentanza sindacale è nella sua essenza votata alle conseguenze della protesta, del diniego, della rottura di accordi, assumendosi la responsabilità di qualsiasi sanzione.
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Minatori e cassintegrati del Sulcis

Lavorare manca
Lavorare manca
di Gabriele Polo e Giovanna Boursier

Pubblichiamo un capitolo del libro Lavorare manca scritto da Gabriele Polo e da Giovanna Boursier. Questa sezione riguarda l’esperienza lavorativa dei minatori e cassintegrati del Sulcis. Il libro, editore Einaudi, è nelle librerie da questi giorni.

Regno Minerale. Dalle colline al mare sono pochi chilometri, in linea d’aria un “tiro di schioppo” tra i castelli dei pozzi e i silos che quasi si guardano l’un l’altro. In silenzio. Nel mezzo ruotano decine d’enormi pale eoliche, le uniche cui è concesso muoversi dove tutto s’è fermato. Privilegio proprio degli ultimi arrivati, corpi estranei che sono stati piantati lì ma potrebbero essere ovunque: del tutto indifferenti a ciò che li circonda, rendono piccolo quel che un tempo sembrava enorme, le ruote gialle d’acciaio là in alto, i capannoni grigi uniti da grossi tubi bianchi giù in basso; come capita a cattedrali di religioni passate.

Da Nuraxi Figus a Portovesme il passo è breve anche nel tempo, anche per quello futuro. L’ultima miniera di carbone osserva le fabbriche dei metalli col timore di una madre che rivede nelle figlie il proprio destino piantato nella storia di un monolite cui tutti si stringono e tutti sempre ritornano. Piante, animali, persone. Dove coltivazione vuol dire carbone, piombo, zinco o argento, non grano, mais, patate o uva, il vento soffia forte e ci si aggrappa alla pietra per non essere portati via da chi arriva, si ruba qualcosa e se ne và. La Sardegna appartiene al regno minerale e di esso ha sempre vissuto; è così fin dalla notte dei tempi, dal Paleozoico, con l’emergere della “prima terra baciata dal sole”, la Maurreddìa, il suo cuore più antico, il Sulcis.
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