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Jobs Act, il parlamento fuori gioco

Lavoro - Foto di Daniela

di Giovanni Alleva

Le uscite estive dell’onorevole Alfano e del Pre­si­dente della Bce, Mario Dra­ghi, hanno com­por­tato una acce­le­ra­zione improv­visa del pro­ce­di­mento di appro­va­zione del Jobs Act, che si tra­duce in un attacco di gra­vità senza pre­ce­denti con­tro i resi­dui diritti dei lavo­ra­tori, non solo per i con­te­nuti, ma anche per il metodo che rap­pre­senta una vera e pro­pria nega­zione della demo­cra­zia parlamentare.

È facile spie­gare le ragioni di que­sto dra­stico giu­di­zio: ciò che i media chia­mano seconda parte del Jobs Act è, tec­ni­ca­mente, un pro­getto di legge-delega (il n. 1428 del 14/04/2014 ) com­po­sto in tutto di sei arti­coli. Il più impor­tante è l’art. 4 il quale affida al governo una “delega in bianco” per riscri­vere, in sostanza, l’intero diritto del lavoro, senza che i par­la­men­tari, una volta appro­vata la delega sotto il solito ricatto del voto di fidu­cia, pos­sano più dire una parola o espri­mere un voto sul merito della nuova rego­la­men­ta­zione. L’esautorazione del Par­la­mento sta diven­tando un vero costume auto­cra­tico dell’era Renzi.

Sarà infatti solo il governo, con i suoi “esperti” (tutti noto­ria­mente di parte data dato­riale) a scri­vere i con­se­guenti decreti dele­gati che i par­la­men­tari cono­sce­ranno solo a cose fatte. È un pro­gramma quanto mai pre­oc­cu­pante per la nostra demo­cra­zia, ma rite­niamo anche inco­sti­tu­zio­nale e pro­prio sulla inco­sti­tu­zio­na­lità di sif­fatti decreti, deri­vanti da una delega in bianco, ci si deve sof­fer­mare prima ancora di qual­che con­si­de­ra­zione sui loro pro­ba­bili con­te­nuti. Ricor­diamo che l’art.76 della Costi­tu­zione pre­vede che il Par­la­mento possa dele­gare il governo ad ema­nare atti aventi forza di legge ordi­na­ria (decreti legi­sla­tivi), ma sulla base e con l’osservanza di “prin­cipi e cri­teri diret­tivi” fis­sati nella stessa legge-delega.

Manifesta 2014: online i video del dibattito su lavoro e precariato / 3

Concludiamo, dopo la pubblicazione dei primi video (qui e qui, con i filmati realizzati durante i dibattiti tenuti nel corso della Manifesta 2014. Ecco dunque online le voci che sono si sono alternate nell’appuntamento di venerdi 18 luglio, “Il lavoro precario in Italia e in Europa, condanna di una generazione?” Vi hanno preso parte Pier Giovanni Alleva, Elly Schlein e Alberto Monti con la moderazione di Federico Martelloni. Continuare a seguirci anche nei prossimi giorno che procederemo via via a mettere online altri contenuti.

Manifesta 2014: online i video del dibattito su lavoro e precariato / 2

Proseguiamo, dopo la pubblicazione dei primi video, con i filmati realizzati durante i dibattiti tenuti nel corso della Manifesta 2014. Continuiamo dunque con le voci che sono si sono alternate nell’appuntamento di venerdi 18 luglio, “Il lavoro precario in Italia e in Europa, condanna di una generazione?” Vi hanno preso parte Pier Giovanni Alleva, Elly Schlein e Alberto Monti con la moderazione di Federico Martelloni. Continuare a seguirci anche nei prossimi giorno che procederemo via via a mettere online altri contenuti.

Manifesta 2014: online i video del dibattito su lavoro e precariato / 1

Con questo post, iniziamo a pubblicare i video realizzati durante i dibattiti tenuti nel corso della Manifesta 2014. Partiamo dunque con i primi tre filmati dell’appuntamento di venerdi 18 luglio, “Il lavoro precario in Italia e in Europa, condanna di una generazione?” Vi hanno preso parte Pier Giovanni Alleva,  Elly Schlein e Alberto Monti con la moderazione di Federico Martelloni. Continuare a seguirci anche nei prossimi giorno che procederemo via via a mettere online altri contenuti.

Considerazioni in vista di un nuovo autunno caldo su molti fronti

Gaza Burns - Foto di Al Jazeera English

Gaza Burns - Foto di Al Jazeera English

di Silvia R. Lolli

Il sangue è reale e molto caldo nelle guerre di questi giorni, ma certamente ci aspetta un dopo ferie che richiederà una notevole capacità di sangue freddo. La maggior parte dei cittadini, quelli cioè che si stanno avviando in modo accelerato verso quei parametri di povertà non previsti ormai da tempo nei paesi occidentali, ha bisogno di mantenere serenità e prontezza per affrontare problemi quotidiani sempre maggiori.

A settembre, ma per molti già oggi, avremo di fronte l’aumento della disoccupazione, del precariato in una parola la crisi economico-finanziaria con il suo prodotto, la guerra, sempre più totale e consolidata. Essa non dovrà diventare consuetudine solo perché non ci tocca da vicino. In Italia la crisi non sarà più affrontabile solo con parole incoraggianti e con spot di fiducia che le manovre strategiche del presidente della Repubblica hanno evidenziato in questi ultimi anni con la gestione dei tre cambi alla presidenza del Consiglio.

Anche in Europa e proprio nel semestre italiano (che tra l’altro sarà poco gestibile per la difficoltà politica incontrata dopo le elezioni), la crisi si sta già facendo sentire, se la Germania sta rivedendo al ribasso tutte le previsioni. In queste ore si può scoprire che se si fosse riusciti a dare un peso diverso alle priorità politiche nel Mediterraneo e del Sud del mondo invece che rincorrere gli interessi di chi sta più lontano, forse ci sarebbero oggi maggiori capacità per affrontare le sfide che Putin, il nuovo zar russo, ci imporrà già dal prossimo inverno.

La Manifesta 2014: dal 18 al 20 luglio torna la tre giorni dell’Associazione il Manifesto in rete

L'associazione il manifesto in rete

L’Associazione il Manifesto in rete, in collaborazione con Fiom Bologna e Fiom Emilia Romagna, Legambiente, Centro Giorgio Costa, Associazione Tenteatro, presenta l’edizione 2014 – la terza – della manifestazione “La Manifesta”, che si terrà il 18, 19 e 20 luglio 2014 al Centro Giorgio Costa di via Azzo Gardino 44, a Bologna.

Il programma, ancora provvisorio, comprende una serie di dibattiti su il lavoro che manca, l’altra Europa, le liste civiche che crescono, la nuova (e la vecchia) sinistra, le lotte operaie, la Sardegna, la ricchezza delle differenze e poi le cene, gli stand, la musica e il teatro, tre giorni per stare bene insieme. Dunque, come sempre, ci si muove in direzione ostinata e contraria.

Ecco gli appuntamenti che, al momento, sono in corso di definizione:

  • venerdi 18 luglio, ore 18.00, apertura festa con un incontro su il lavoro precario in Italia e in Europa, condanna di una generazione? Segue la cena popolare e concerto;
  • sabato 19 luglio, ore 10.00, il voto nella provincia di Bologna, l’esperienza delle liste. Alle 18, con l’Arci Bertold Brecht, si parlerà di operai e mondo del lavoro mentre per la serata è prevista cena di mare e a seguire uno spettacolo;
  • domenica 20 luglio, ore 10.00, le prospettive del Manifesto in rete con pranzo domenicale. Alle 18 stiamo definendo la presentazione di un libro.

Riflessioni senili a ruota libera su crisi del capitalismo e crisi della sinistra

1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

di Vittorio Rieser

Il problema da cui partirò per queste “riflessioni senili” è il seguente: ci troviamo di fronte a una crisi del capitalismo altrettanto e più profonda di quella del 1929. Come mai il movimento operaio, la sinistra in generale, non ne “approfittano” per rafforzarsi, ed avanzare o realizzare (almeno parzialmente) una proposta alternativa? E anzi sembrano toccare il loro punto massimo di debolezza?

Intendiamoci: dietro questi interrogativi non c’è una “ideologia crollista”, per cui la crisi del capitalismo dovrebbe portare al suo crollo e alla vittoria della rivoluzione. Neanche la crisi del 1929 portò a questo. Anzi, portò anche a risposte aberranti del movimento operaio, come la linea del “social-fascismo” adottata per alcuni anni dal Komintern. E portò all’avvento di una dittatura di destra come quella nazista. Ma determinò anche (sia pure, spesso, “a scoppio ritardato” – l’espressione è adatta, visto che c’è di mezzo la seconda guerra mondiale) a conseguenze importanti e “progressive” per il movimento operaio: il New Deal negli USA, le politiche di full employment e del welfare state in Gran Bretagna, e più in generale contribuì all’avvio di quel trentennio “socialdemocratico-fordista” che segnò un indubbio avanzamento per la classe operaia nell’Occidente capitalistico.

Insomma, allora la “risposta del capitalismo alla sua crisi” dovette introiettare alcuni “fattori esterni”, legati all’azione del movimento operaio. Come mai non c’è oggi alcun segnale in un’analoga direzione, e anzi la sinistra e il movimento operaio sembrano toccare il loro massimo punto di debolezza nell’Occidente capitalistico? Come mai le alternative di risposta sono tutte interne al capitalismo – e rischiano di ridursi alle due opzioni (“hegeliana” e “schmittiana”) prospettate da Ulrich Beck? (Le troviamo in un’interessante intervista, comparsa su “Repubblica”, che si riferisce in particolare all’Unione Europea. Come si vedrà, anche queste note sono “eurocentriche”, quando non addirittura “italocentriche”).

In memoria di Rieser: il metodo dell’inchiesta per comprendere la realtà

1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

di Giovanni Mottura

La voce del compagno che la mattina di giovedì 22 maggio mi ha telefonato “questa notte è morto Rieser” ha evocato, come in un deja vu, la stessa situazione improvvisa e profonda di vuoto, di assenza non reparabile, provata la notte del 9 ottobre del 1964 a Torino, quando, verso le tre uno squillo di telefono mi ha svegliato e la voce di Vittorio mi ha detto: “Raniero sta morendo, vieni presto in via sei ville”.

Ero consapevole del tempo trascorso da allora, che ero lontano da Torino, che non ero in quella città notturna che la vespa aveva attraversato veloce, senza neanche che avessi la percezione di guidarla, verso quella casa che nei pochi anni di presenza torinese di Panzieri era stata un luogo intenso di amicizia, scambi, progetti, apprendimento e reciproco ascolto per un gruppo di giovani, un fratello maggiore e la sua compagna. Per Vittorio e me, in particolare, uno dei luoghi di maturazione di quella che lui stesso, in un convegno di mezzo secolo dopo, ha ricordato come la “simbiosi dell’esperienza di formazione politica mia e di Mottura”.

In quella notte di cinquant’anni fa, in effetti, ci siamo detti che tutto ciò che insieme ci eravamo trovati a fare, imparare, pensare, vedere, vivere nel corso del decennio precedente era arrivato a conclusione. L’incontro e la collaborazione con Raniero ci aveva aiutato in modo decisivo a capirne e definirne il senso e la direzione verso la quale ci indirizzava: era – per usare parole di Vittorio – “il metodo dell’inchiesta come riferimento politico permanente per noi (ovvero..) il rifiuto di trarre dall’analisi del livello del capitale l’analisi del livello della classe operaia. (…) Il metodo dell’inchiesta cioè il metodo che dovrebbe permettere di sfuggire ogni forma di visione mistica del movimento operaio, che dovrebbe assumere sempre un’osservazione scientifica del grado di consapevolezza che ha la classe operaia, e quindi essere anche la via per portare questa consapevolezza a gradi più alti”. [1]

“The ethical economy”: il valore del lavoro

The ethical economy

The ethical economy

di Adam Arvidsson e Nicolai Peitersen

Cos’è il valore, veramente? Mentre l’economia moderna ha messo da parte la questione del valore definendola come “non scientifica”, la teoria sociale moderna ha teso a considerare il valore come un fatto, come qualcosa ancorato alle realtà dei mondi fisici. Per quello che riguarda l’economia, proviamo a prendere in considerazione la “Teoria del Valore Lavoro”.

Sviluppata da “economisti politici” come Adam Smith e David Ricardo, che scrivevano durante la rivoluzione industriale del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo (nel caso di Smith un po’ prima della “rivoluzione”), la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta il muro difensivo dell’economia e del pensiero politico marxisti. In estrema sintesi, essa afferma che tutti i valori nell’economia possono essere derivati dal tempo medio del lavoro necessario a produrli. E, conseguentemente, i profitti rappresentano un “furto” di questo tempo di lavoro.

In quanto teoria relativa a come sono formati i prezzi, la “Teoria del Valore Lavoro” poteva aver senso nelle realtà semplici della produzione in fabbrica della prima metà del ‘900. Ma come lo stesso Marx comprese negli anni attorno al 1850, il movimento verso una più alta complessità della cooperazione industriale e l’estensione delle catene di valore hanno reso progressivamente sempre più difficile isolare il contributo dato dal tempo di lavoro al prezzo. Nonostante ciò, la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta enormemente influente come modo di pensare al valore e per compiere scelte legate a questo nella società industriale.

Apocalypse now reloaded: il libro di Alice Biagi su precarietà e giungla reale

Apocalypse now reloaded

Apocalypse now reloaded

di Noemi Pulvirenti

“Saigon. Merda. Sono ancora soltanto a Saigon. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”. La protagonista di questo romanzo però, non si sveglia a Saigon come Martin Sheen nel celebre film di Francis Ford Coppola, ma a Bologna. In una giungla di precariato, fatta di contratti precari e a tempo determinato, di code all’Inps, di domande che assillano costantemente la mia generazione. Perché noi figli del benessere, delle opportunità, dell’Italia da cartolina, ci ritroviamo dopo aver conseguito con fatica gli studi, in un limbo senza uscita?

Queste e molte altre riflessioni accompagnano il romanzo Apocalypse now reloaded; dalla “fenomenologia di San Vitale” alle descrizioni sociologiche delle regole della vita d’ufficio. Per poi farsi addolcire dall’incontro con un vero amore come Love, o rinvigorire dal muay thai e scappare in posti lontani come la Thailandia per poi tornare indietro. Il tutto condito da uno slang bolognese e linguaggio pubblicitario.

C’è molto di vero e di vissuto in questo romanzo. Nato nel 2006, dalla costante abitudine dell’autrice di appuntarsi ogni suo pensiero, il romanzo è un collage che prende forma nel 2009, anno in cui Alice rimane senza lavoro. E che le fornisce il tempo, la sofferenza e la forza per trovare, come l’ha definita lei, la sua centratura.