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I contenuti, non il metodo. Nel nome di Trentin

L’autore di questo articolo sarà a Bologna venerdì 19 ottobre per presentare il suo libro “La memoria e la speranza. Oltre le macerie della sinistra”.

di Andrea Ranieri

Da vecchio trentiniano non posso che essere contento che la memoria di Bruno Trentin entri nel dibattito congressuale della Cgil. Bruno Trentin è richiamato infatti con molta enfasi dal membro della segreteria confederale Vincenzo Colla (v. la Repubblica dell’11 ottobre scorso) perché a differenza dell’attuale segretaria generale Susanna Camusso, non propose il suo successore ma mise in moto una consultazione vincolante di tutti i membri del direttivo.

Sarebbe forse più opportuno che Trentin fosse evocato per i messaggi che lanciò con forza all’Assemblea di Chianciano del 1989 nella quale, con molto anticipo su tutti, pose il tema di come fare sindacato in un mondo del lavoro che si frammentava e si personalizzava. E magari fare i conti con la sua angoscia, testimoniata dai diari recentemente pubblicati, nel constatare come fosse difficile cambiare la Cgil per metterla in grado di affrontare con decisione i compiti nuovi che il mutamento politico e sociale poneva al sindacato. In una situazione in cui la sinistra politica stava perdendo ogni capacità di leggere le dinamiche sociali, e faceva della modernizzazione e della innovazione senza aggettivi, della «governabilità», la sua fondamentale ragion d’essere.

Trentin aveva chiaro che di fronte alla frammentazione sociale che attraversava il mondo del lavoro e la società intera non era possibile limitarsi a difendere il fortino, ma occorreva senza remore aprirsi alle nuove soggettività lontane dai modi tradizionali in cui il sindacato pensava se stesso e le sue regole di rappresentanza. Aprirsi al lavoro precario e instabile, fare i conti con la cultura del femminismo e dell’ambientalismo, fino a stringere coi nuovi movimenti forme di consultazione e di co-decisione permanente, ogni volta che la contrattazione affrontava problemi che avevano una ricaduta sulla vita quotidiana delle persone, dentro e fuori dei luoghi di lavoro.

Il welfare tedesco: come conservare e valorizzare le differenze tra classi sociali

di Nicola Carella

«Dobbiamo pretendere che ogni beneficiario dell’Hartz IV lavori in cambio del sostegno statale, non importa che sia anche lavoro di bassa qualità o nel pubblico, l’importante è che non resti a casa seduto sul divano»
(Roland Koch nel 2010, parlamentare CDU e consigliere di Angela Merkel per le questioni economiche)

Da alcuni anni, ciclicamente, ogni volta che in Italia si discute di “reddito di cittadinanza” si guarda quasi immediatamente al sistema Hartz IV tedesco. Ora però che si iniziano a intravedere, anche se vagamente, i contorni della misura anticipata dal Governo Conte, si può finalmente considerare quest’attenzione del tutto legittima. Con il sistema di sussidi vigente in Germania infatti la misura gialloverde ha delle profonde analogie.

Eppur tuttavia del reddito di cittadinanza italiano, ancora di là a venire come misura effettiva, i dettagli emergono in modo contraddittorio e progressivo, per questo risulta ancor difficile, a oggi, costruire un paragone diretto e puntuale con Hartz IV. Può essere però utile spiegare come funziona l’intero sistema dello stato sociale tedesco, da dove nasce e come involve in una torsione sempre più autoritaria, fotografare gli esiti e i risultati prodotti negli ultimi anni, cioè quelli del “boom economico” nella “locomotiva d’Europa”.

Può servire anche perché inserisce la proposta italiana in un quadro generale europeo, decostruendo le retoriche con cui o la si esalta come “misura rivoluzionaria” o la si critica come “assistenzialismo demagogico”; infine, dettaglio non secondario, può dare indicazioni su ciò che può produrre nella società italiana una volta entrato in vigore.

Atac e il “metodo 5 Stelle”: licenziata perché voleva tutelare la sicurezza

di Mauro Favale

Quando a luglio, in gran segreto, l’hanno convocata in Campidoglio per farle “il processo”, ha capito che ormai la strada verso il suo licenziamento era tracciata. Volevano che chiedesse scusa, che accettasse di mettersi in aspettativa non retribuita per due mesi, che cambiasse mansione, da autista a “verificatrice”. E a chiederglielo, era proprio Marcello De Vito, il presidente dell’Aula Giulio Cesare per il quale lei aveva fatto campagna elettorale con tanto di audio che circolava alla vigilia delle elezioni, giugno 2016. Quoque tu, M5S?

Già, perché nel licenziamento di Micaela Quintavalle dall’Atac, formalizzato ieri dall’azienda con una lettera, c’è lo svelamento dei 5 Stelle “di governo”, alla guida di Roma da quasi 2 anni e mezzo tra infiniti problemi, promesse disattese e grandi delusioni. Una storia piccola, quella della “pasionaria dell’Atac”, così era stata ribattezzata la Quintavalle, 38 anni, studentessa di Medicina, ma soprattutto autista e sindacalista (a capo della battagliera sigla M410) nella scalcagnata azienda dei trasporti di Roma, attualmente sotto procedura di concordato preventivo.

Una storia piccola che però racconta molto del “metodo M5S”, all’opposizione sempre pronto a benedire il “whistleblower”, chi denuncia reati e situazioni incresciose nei luoghi di lavoro, salvo scaricarlo quando si trova dall’altra parte della barricata. Così è accaduto alla Quintavalle che a maggio aveva raccontato in tv, alle Iene, quello che anche la procura di Roma, mesi dopo, avrebbe confermato: sugli autobus che circolano nella capitale non si fa la manutenzione necessaria.

Rinaldini: “Marchionne? Ha sacrificato la Fiat per salvarne i padroni”

di Gabriele Polo

“Marchionne non ha salvato la Fiat, l’ha sacrificata per salvarne i proprietari. Del resto era stato assunto per questo, quindi ha fatto un ottimo lavoro, dal punto di vista degli eredi Agnelli”. Gianni Rinaldini fa uno sforzo di laicità: dopo il lutto per l’uomo, l’ex segretario generale della Fiom prova a superare la generalizzata santificazione del manager, fornendo il proprio punto di vista su chi è stato sua controparte e trarre un bilancio sugli esiti industriali, sindacali e sociali della fu maggiore impresa privata italiana targata Torino; ora gruppo americano con la testa a Detroit, quotata a Wall Street, sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra: “Assunto per gestire l’uscita della Fiat dall’auto, evitare il fallimento del gruppo che avrebbe travolto gli Agnelli – più di cento eredi, divisi in numerose famiglie e importanti cognomi – e arrivare al pareggio di bilancio, Sergio Marchionne ha svolto fino in fondo il compito che gli era stato assegnato. Salvando Exor, i suoi azionisti. E la Chrysler, grazie a Obama. Per poterlo fare ha sacrificato la Fiat, penalizzato gli stabilimenti italiani e soprattutto i suoi operai”.

Marchionne arriva in Fiat nel 2003 e diventa amministratore delegato nel giugno 2004, dopo la morte di Umberto Agnelli e lo scontro della famiglia con Morchio che voleva diventare presidente oltre che a.d. del gruppo. Da allora è stato anche la tua controparte. Che impressione ne hai tratto?

Le mille crisi di Luigi Di Maio

di Roberta Carlini e Angelo Mastrandrea

Non lo avevano detto neanche all’interprete. Certo, lei aveva capito che c’era in ballo qualcosa di importante, visto che un pezzo grosso della Bekaert arrivava dal quartier generale in Belgio a Figline e Incisa Valdarno, 24mila abitanti a pochi chilometri da Firenze. Nel 2014 la multinazionale dell’acciaio – 30mila dipendenti e 4,8 miliardi di fatturato – aveva comprato dalla Pirelli lo stabilimento dove si produce un componente fondamentale degli pneumatici, un filo d’acciaio (steel cord) usato per costruirne lo scheletro.

Yvan Lippens, vicepresidente della Bekaert, è arrivato il 22 giugno 2018 per incontrare i rappresentanti dell’azienda toscana, convocati appena svegli qualche ora prima. Lippens era accompagnato da due guardie del corpo e dall’interprete, che quando ha capito cosa doveva dire è impallidita e ha vacillato. “Le sue mani tremavano”, raccontano i presenti.

Quel che doveva dire era stato scritto anche nelle 318 lettere raccomandate che nel frattempo stavano raggiungendo le case degli operai e degli impiegati della “ex Pirelli” – così la chiamano ancora qui. “Caro collega”, si legge nella lettera – “caro collega”, ha scritto Lippens – la fabbrica chiude, tutti fuori. Licenziamento collettivo. La produzione è spostata in Romania.

Marchionne: un sovrano intercambiabile

di Augusto Illuminati

Ammettetelo: una cosa simile non si era mai vista. Interminabili agonie con accanimento terapeutico, sì, ma si trattava di personaggi politici, corpi sacri di governanti e papi – Franco, Tito, Giovanni Paolo – e bisognava pure prendere tempo per risolvere il problema della successione quando non della sopravvivenza stessa del regime. Seguivano ben orchestrati funerali in cui alle masse veniva offerto lo spettacolo dell’eternità del regime, secondo la sua specificità. La sepoltura “centralistica” nella Valle de lo Caídos, la peregrinazione “federale” in treno per tutte le capitali jugoslave, la confluenza universale di tutti i vertici politici e confessionali in piazza San Pietro.

Certo, la riproposizione moderna dei “due corpi del re”, secondo la formula di Kantorovicz, quello naturale e corruttibile del portatore della sovranità e quello simbolico e incorruttibile della dignitas sovrana che legittima l’istituzione e la dinastia, strideva con la medicalizzazione a oltranza dell’agonia (e infatti, coerentemente Wojtyla la rifiutò, sospendendo le cure) – il corpo fisico viene privilegiato rispetto al corpo simbolico permanente, dimostrando un’evidente sfiducia nel secondo.

Nei primi due casi il gigantismo dell’impresa urtò con un evidente fallimento, a sanzione della crisi della sovranità nelle due versioni simmetriche (per fortuna nel caso franchista, per disgrazia in quello titino). Più ambiguo l’esito per Wojtyla, che rinnovava nel suo anacronistico progetto di una Ecclesia triumphans il motivo della rappresentazione dall’alto della sovranità divina in quella umana assoluta del Pontefice (secondo il Carl Schmitt del Römischer Katholizismus).

Se la cavò benissimo, dal suo punto di vista, nell’azione politica e nello spettacolo dell’agonia e del funerale, ma l’evoluzione della Chiesa andò, per buona sorte, in tutt’altra direzione e che i tempi fossero irreversibilmente cambiati lo si deduce dal confronto spietato fra la tomba michelangiolesca di Giulio II in S. Pietro in Vincoli e l’orinatoio eretto nel piazzale della stazione Termini.

Marchionne: un bene per la Fiat, non per Torino

di Lorenzo Maria Alvaro

Sergio Marchionne è mancato all’età di 66 anni dopo un ricovero all’ospedale di Zurigo in cui era entrato il 27 giugno scorso. I media lo salutano come l’uomo che ha salvato l’auto italiana. In effetti dal 2004, da quando cioè Marchionne si è messo al timone della Fiat, il primo gruppo industriale italiano, considerato tecnicamente fallito, è diventato uno dei primi sette gruppi al mondo nella produzione di autoveicoli. Un risultato eccezionale. Ma quando e come ha beneficiato Torino di questa rinascita della sua industria simbolo? Ne abbiamo parlato con lo storico, sociologo e politologo Marco Revelli.

Non si sanno informazioni certe sulle condizioni di Sergio Marchionne, se non che sia in fin di vita…

Per questo vorrei fare una premessa: ci vuole un estremo rispetto umano per le condizioni di una persona. È molto difficile discutere freddamente sul bilancio di un operato nel campo delle politiche industriali quando una persona è in una condizione così difficile e di estrema sofferenza. Credo che questo vada sottolineato per chiunque. Che sia il migrante che naufraga o il manager che è in coma in ospedale.

Da dove partire per fare questo bilancio dell’operato di Sergio Marchionne al timone Fiat?

Dal punto di vista della valutazione oggettiva del suo operato in questi 14 anni in cui è stato il capo di quella che era la più grande industria italiana e forse era l’industria italiana credo che la valutazione debba essere differenziata per fasi.

Decreto dignità, il bicchiere (quasi) mezzo pieno

di Sergio Palombarini

In queste settimane si discute molto, a vari livelli, del così detto decreto dignità, più precisamente il decreto legge n. 87, approvato dal Governo il 2 luglio scorso, e attualmente in fase di conversione in Parlamento. Tanto si è detto e tanto si dirà su questo provvedimento, che prevede diversi interventi di riforma in materia di diritto del lavoro, ed altri in materia di politica economica e gioco d’azzardo.

Ora, prima ancora che il decreto venga convertito in legge, con probabili modifiche, per un momento lascio da parte le singole questioni tecniche, le interpretazioni (ce ne sono già un po’ di tutti i generi), le prese di posizione politiche, ecc., per limitarmi ad una considerazione di carattere molto generale sulla parte del provvedimento sulle discipline del lavoro. Una cosa, al di là di tutto, mi pare indubitabile.

Questo provvedimento segna una (minima) inversione di tendenza rispetto alla più recente legislazione. Non è certo una vera e propria inversione di 180 gradi, è possibile che sia più la parte propagandistica che quella sostanziale, tutto quel che si vuole. Fatto stà però che la direzione (o forse anche solo la intenzione) è quella della riduzione della precarizzazione (parlo della disciplina dei contratti a termine), e della maggior tutela del lavoratore (seppur solo indennitaria) a fronte dei licenziamenti illegittimi.

Il regresso è stato pauroso: nuove strade per difendere la democrazia e il lavoro

di Aldo Tortorella

Ecco il testo dell’intervento pronunciato da Aldo Tortorella il 7 luglio alla celebrazione dei caduti nella strage di Reggio Emilia del 1960, tenutasi anche quest’anno per iniziativa della Camera del Lavoro, del Comune e della Provincia di Reggio.

Noi celebriamo oggi il sacrificio dei caduti di Reggio Emilia del 7 Luglio del 1960. Dobbiamo farlo certamente per essere vicini ai familiari per cui la perdita non cessa di dolere. Ma credo che sia giusto chiedere a noi stessi se noi stiamo svolgendo solo un rito privato ricordando la tragedia di un tempo perduto e dimenticato per sempre. Di quel 7 luglio non ci sono quasi più testimoni se non i vecchi come me che allora dirigevo l’Unità di Milano e mi precipitai qui a Reggio in quel pomeriggio d’angoscia per scrivere della strage.

Ho visto che la Camera del Lavoro ha voluto ristampare la mia testimonianza e ho rivissuto la stessa angoscia di allora quando mi portarono all’ospedale a salutare i caduti e c’erano ancora le grida di Tondelli che fu l’ultimo a morire. Inermi assassinati, mirati come in un tiro al bersaglio, mi dicevano tutti. E nessuno, poi, verrà condannato per quella strage. Ma ci sono molti che dicono – e forse molti di più lo pensano senza dirlo – che non ha senso riaprire quelle vecchie ferite dopo tanto tempo, ora che di quella realtà di allora non c’è più niente. Qui da noi sono scomparsi tutti i vecchi partiti e anche una parte di quelli nuovi, l’Italia, l’Europa, il mondo sono radicalmente cambiati nei mezzi di produzione e di comunicazione, nei costumi e nelle culture, vecchie potenze sono cadute e altre sono sorte.

Cercare la sinistra dentro la società

di Alfiero Grandi

Dopo l’ennesimo disastro elettorale Pietro Spataro giustamente invoca una riflessione di fondo sulla sinistra. Purtroppo parte importante del gruppo dirigente del Pd continua a rispondere a questa crisi ricordando l’età dell’oro del 40% alle europee. Il punto da cui partirei è un poco diverso dal titolo dell’articolo di Spataro. Non è scomparsa la sinistra ma la sua rappresentanza politica.

Certo se proseguisse questa situazione il risultato finale potrebbe essere la coincidenza delle due crisi, cioè della rappresentanza politica e della sinistra diffusa, nella cultura, nella società, nelle persone. Per ora mi sembra ci sia una differenza importante, che lascia una speranza a patto di iniziare finalmente ad affrontare i problemi.

L’esistenza di una sinistra nella società è un punto da cui partire e che potrebbe consentire di individuare e mettere in campo energie e forze importanti per tentare di superare questa crisi. Del resto è del tutto evidente che in situazioni molto diverse tra loro, socialmente e culturalmente la scelta degli elettori di scegliere l’astensione o di cercare altri interlocutori da votare è partita proprio dalla sfiducia nei referenti politici attuali della sinistra, non più vissuti come i propri rappresentanti.