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Il primo maggio a Milano, Torino e Bologna sarà il giorno dell’«orgoglio rider»

di Roberto Ciccarelli

Per la prima volta i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali parteciperanno in maniera organizzata al primo maggio a Milano, Torino e Bologna. A Milano i «rider» del sindacato sociale che opera in città – Deliverance Milano – apriranno il corteo del pomeriggio, a Bologna la «Riders Union» faranno una critical mass al mattino e una festa al pomeriggio. E anche a Torino i rider si stanno organizzando.

Le rivendicazioni, ribadite domenica scorsa nella prima assemblea nazionale a Làbas a Bologna, sono: riconoscimento dello status di lavoratori mentre oggi sono considerati «freelance»; abolizione della paga a cottimo e dei sistemi di valutazione aziendale; riconoscimento di un’assicurazione per la salute e contro gli incidenti; dotazione di biciclette e di attrezzatura aziendale come gli elmetti.

Il primo maggio dell’«orgoglio Rider» sarà anche europeo. Negli ultimi due anni, infatti, con lo sviluppo tumultuoso delle piattaforme digitali nel settore della consegna a domicilio sono emerse le prime lotte e i tentativi di auto-organizzazione del nuovo lavoro digitale dei fattorini. La connessione europea tra i gruppi e i sindacati auto-organizzati, dalla Spagna all’Italia fino all’Inghilterra, potrebbe essere uno degli obiettivi della giornata.

La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy

di Giacomo Russo Spena

Un merito ce l’ha il Movimento Cinque Stelle: quello di aver affermato nel dibattito pubblico il tema del reddito di cittadinanza. Nello stesso momento, è fondamentale sottolineare come abbia distorto il senso originario della proposta trasformando la richiesta iniziale di un reddito minimo ed incondizionato in un mero sussidio di disoccupazione. Ma perché il reddito ad oggi è così importante? Lo spiega Roberto Ciccarelli, giornalista e filosofo, che ha appena scritto per DeriveApprodi il libro Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (219 pp., 18 euro).

Un libro importante, frutto di un’elaborazione cui l’autore ha dedicato più di tre anni, nel quale sono sistematizzate le riflessioni sulle nozioni di lavoro e di valore a partire dalle forme concrete che assumono nei contesti produttivi della contemporaneità (sharing economy – gig economy, free lance – robot). Ne esce fuori un testo complesso, stratificato, con un forte taglio politico-filosofico (spinoziano), utile per capire perché il reddito – inteso come reddito di base, universale e senza condizioni – oggi vada sganciato dal lavoro perché è una delle possibili forme di remunerazione delle attività che già svolgiamo nella società e nell’economia, anche in quella digitale, non una forma di riparazione o di assistenza contro la povertà.

“Il popolo Cgil non ha votato Pd”, Landini: i grillini sanno ascoltarci

Maurizio Landini

di Elena G. Polidori

«Subito dopo il voto – dice Maurizio Landini, ex leader della Fiom e attuale segretario confederale della Cgil – abbiamo scritto ai nuovi presidenti delle Camere e ai gruppi parlamentari, per chiedere che il nuovo Parlamento discuta subito la Carta per i diritti del Lavoro, sottoscritta da più di un milione e mezzo di lavoratori; i 5 Stelle sono stati i primi a risponderci».

Che risposta è arrivata?

«A breve saranno fissati gli incontri, ma è chiaro che stiamo parlando di cambiare il Jobs Act, di fare una legge sulla rappresentanza, vuol dire ripristinare un nuovo statuto di diritti per tutte le forme di lavoro, anche quello autonomo, così come vogliamo una nuova legge sulle pensioni…».

Musica per le orecchie di Di Maio. Ma anche di Salvini…

«Il sindacato, la Cgil, guarda quello che succede, è autonomo da qualsiasi forza politica, governo, imprenditore, ma resta il fatto che oggi è più facile licenziare che ricorrere agli ammortizzatori sociali. E nel congresso che stiamo aprendo, tra le proposte c’è anche quella di sperimentare un reddito di garanzia, per chi non ha alcun istituto, è precario e vuole reinserirsi nel mondo del lavoro».

Di Vittorio, di Mary Shelley

di Jacob Foggia

“Io oggi voterei Casapound”, hanno scritto. Con una calligrafia adolescenziale, col tratto certo degli impuniti. Di chi sa che, alla fine, niente gli è mai successo e niente, mai, gli succederà. Sotto il cippo commemorativo di Giuseppe Di Vittorio. A Molfetta. Lo scandalo ha prevalso, invadendo – invasivo – ogni orifizio del politically correct. Così vanno le cose, così devono andare. E mala tempora currunt. Da dove partire? Da Giuseppe Caradonna. Che a cavallo entra a Napoli, il 24 ottobre del 1922. Quattro giorni prima della Marcia.

Bianco, dicono, il cavallo. Abbronzato lui, il re dei mazzieri. Di quelli che, per dirla alla plebea, pestavano a sangue i braccianti riottosi, quando questi scioperavano. Che i braccianti mai avrebbero dovuto permettersi. Schiene, spalle, facce. Tutto veniva triturato dai guardiani dell’ordine a cavallo. Dai mazzieri da Caradonna. Che, quando entrano a Napoli, hanno già un coro tutto loro. Come i calciatori importanti nel calcio che fu. All’armi, all’armi. Bene. Caradonna aveva fondato i Fasci di Combattimento. Nel ’20. Aveva ucciso Di Vagno, nel ’21. Aveva guidato i pugliesi alla presa del potere, nel ’22.

Era entrato in Parlamento. Era un pezzo grosso. Uno dei più grossi. Giuseppe Di Vittorio, bracciante sindacalizzato, gli fece pervenire un messaggio. Un solo, singolo, messaggio. Diceva: io e te, in piazza, davanti a tutti. Caradonna era importante. Più che importante, era il fascismo. Rifiutò sdegnosamente il duello rusticano. Di Vittorio non poté che concludere: sei un vigliacco .Un vigliacco che rifiuta la disputa dell’onore. Per uno s’aprirono le porte del Gran Consiglio. Per l’altro, quelle dell’esilio. Ma, a Cerignola, tutti sapevano. Che Caradonna era un vigliacco. E tanto bastava. Giuseppe Di Vittorio, uomo del 1892, conosceva l’importanza dei simboli.

Italia.zip: test di comprensione e di compressione del Belpaese

di Sergio Caserta

Scorrendo le pagine di Italia.zip, il libro di Mario Conte e Pierluigi Senatore, sono tornato con la mente ai viaggi settimanali da pendolare che facevo da Bologna a Napoli e ritorno, quando trasferito per lavoro nella capitale felsinea, all’inizio degli anni novanta, prima di restarci a vivere definitivamente con famiglia, attraversavo il Paese, nella condizione di sospensione e di spaesamento di coloro che non sono ancora emigrati e comunque si confrontano con due realtà alquanto diverse del Sud e del Centro Nord.

Il treno è la più significativa metafora del cambiamento, molto più dell’auto, ti porta in viaggio in lunghe distanze consentendoti di guardare il panorama, l’alternarsi di città e campagne, le fabbriche, i fiumi, le strade, le valli, ti permette di osservare i compagni di viaggio, di comprendere abitudini, da pendolare di stringere conoscenze, confrontare esperienze, apprendere e trasmettere conoscenze.

Per il pendolare che si sposta per lavoro ad una certa distanza, il treno è un modo di viaggio che serve ad attutire la lacerazione dolorosa del cambiamento di abitudini e i necessari adattamenti: sai di far parte di un popolo che si sposta per le tue stesse ragioni. Il libro è una ricerca stimolante, condotta dal confronto dei due autori, di differenze e similitudini tra Nord e Sud in questo nostro particolare paese, da tempo in crisi e cosi pieno di contraddittorie virtù e sovrapposti eterni vizi.

La nuova questione meridionale

di Bruno Giorgini

Dice solennemente il presidente della Repubblica che le forze politiche devono dar prova “di senso di responsabilità in nome dell’interesse generale”, riferendosi alla situazione postelettorale. Quasi nello stesso tempo venerdì 9 Marzo in prima pagina del Corriere, Massimo Gramellini nel suo Caffè titolato “Bancomat a cinque stelle”, scrive che “In diverse città del Sud fioriscono le richieste di moduli per il reddito di cittadinanza” e continua esercitando il suo sarcasmo sia verso “i richiedenti” evidentemente digiuni di leggi e dettati costituzionali, che verso i cinque stelle colpevoli di avere proposto un reddito di cittadinanza.

Obiettivo per cui “può darsi che il voto di scambio non sia affatto finito”, ovviamente al Sud. L’acuminato testo termina poi invitando “i nuovi tribuni del popolo” ad allegare al reddito di cittadinanza un bignamino della Costituzione “o almeno una qualunque edizione del telegiornale”. Dove si intravedono e/o si lasciano immaginare le “plebi meridionali” d’antan da educare se non più col moschetto dei carabinieri reali, almeno col suddetto bignamino o col Telegiornale (sic).

Si badi bene: il Corsera non è un qualunque social media dove gli sproloqui spesso accadono e le fake news corrono veloci, bensì il massimo giornale dell’establishment con direttori e vicedirettori prestigiosi a controllare che non si contino balle (dovrebbero), mentre Gramellini si presenta e accredita, dalle parole stampate alle apparizioni televisive, come uomo liberal tollerante e intelligente.

Lidl Francia, non solo i braccialetti di Amazon: il casco dei magazzinieri non scherza

di Andrea D’Ambra

Da qualche mese si parla tanto dei braccialetti che Amazon ha brevettato per monitorare i propri dipendenti ed inviare impulsi-vibrazioni in caso di “errori”. I ministri italiani si sono subito affrettati a rassicurare l’opinione pubblica e smentire chi sosteneva che tale pratiche avranno vita facile grazie alle norme contenute nel Jobs Act. Ma siamo sicuri che quello di Amazon sia un caso isolato e fantascientifico? A giudicare da quanto mandato in onda lo scorso autunno dall’inchiesta del programma tv francese Cash Investigation non sembrerebbe proprio.

I giornalisti d’inchiesta transalpini si sono infatti calati (letteralmente) nei panni dei magazzinieri della Lidl, facendo assumere (ovviamente in incognito) uno di loro per provare in prima persona cosa voglia dire lavorare per la catena tedesca di hard-discount. Quello che ne è uscito fuori è stato impressionante: qui niente braccialetti ma una sorta di casco parlante che isola i dipendenti gli uni dagli altri e dà loro ordini in continuazione attraverso una voce robotizzata che registra anche quanto tempo impiegano e li sollecita a sollevare pesi uno dopo l’altro.

Per avere un’idea, il giornalista-magazziniere solleva, in un giorno, 1400 pacchi per un peso totale di 8 tonnellate. Ritmi e carichi giudicati dannosi per la salute da medici del lavoro che hanno analizzato la registrazione della frequenza cardiaca del magazziniere all’opera.

Respirare piombo a Portoscuso

di Marina Forti

Solo trecento metri separano le ultime case di Portoscuso e i primi impianti della zona industriale. La strada passa sotto un ponte di nastri trasportatori, costeggia un deposito scoperto di minerali, supera la centrale termica dell’Enel e prosegue per cinque o sei chilometri tra giganteschi serbatoi, capannoni, un deposito di carbone a cielo aperto. Portoscuso è un comune di cinquemila abitanti sulla costa della Sardegna sud-occidentale, nella regione del Sulcis.

La sua zona industriale, chiamata Portovesme, è una delle più grandi dell’isola. Nata a fine anni ’60, è un insieme di impianti in cui si svolgeva l’intero ciclo di produzione dell’alluminio, dalla polvere di bauxite fino ai prodotti finali, oltre a una fabbrica di zinco, piombo e acido solforico. Quando lavorava a pieno ritmo qui il panorama era dominato dal nero del carbone scaricato nel porto e dal rosso della bauxite che volava dal nastro trasportatore, dal via vai di camion, e da un impressionante bacino rossastro: 125 ettari di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978 e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima.

Oggi le ciminiere continuano a dominare la costa. Anche il bacino dei fanghi rossi resta là, ma le tracce di attività sono rare. I capannoni mostrano la ruggine. Resta in funzione la centrale Enel a carbone: ma per giorni non produce neppure un chilowattora perché non avrebbe a chi venderlo, tanto più che la stessa Enel ha disseminato la zona di pale eoliche per il fabbisogno locale. È attiva anche l’ex fabbrica di zinco e piombo, la Portovesme Srl, ma lavora solo rottame e “fumi d’acciaieria”, cioè scarti della lavorazione dell’acciaio da cui trae una (piccola) parte di metalli e una parte consistente di reflui. Il ciclo dell’alluminio invece è fermo dal 2012; solo pochi addetti accudiscono gli impianti nell’attesa di un rilancio.

Il lavoro è stato il grande assente dalla campagna elettorale

di Marina Forti

Se si esce da Milano verso nord la città sembra non finire mai. Superando Sesto San Giovanni e quel che resta delle acciaierie Falck, si può guidare per ore in un paesaggio fatto di uffici luccicanti e capannoni industriali, quartieri residenziali, rotonde, svincoli, centri commerciali.

Questo paesaggio è il cuore dell’area metropolitana più grande d’Italia, una zona che dalla periferia milanese si estende a nordest fino alle porte di Bergamo, o ancora verso Saronno, Busto Arsizio, fino a Gallarate e all’aeroporto di Malpensa a nordovest. Attraversa quattro province – Milano, Monza-Brianza, Lecco, Varese – ma qui nessuno dubita che si tratti di un’area metropolitana integrata.

Uno studio dell’università di Milano-Bicocca fotografa la sua complessità: 858 comuni, sette milioni e mezzo di abitanti, ottomila chilometri quadrati di superficie. Da qui ogni giorno più di 700mila persone prendono un treno suburbano o regionale per andare a lavoro. È anche la zona più ricca e produttiva d’Italia, all’interno di una regione che da sola produce circa il 22 per cento del prodotto interno lordo nazionale, dove da alcuni anni l’economia è in crescita e la disoccupazione supera appena il 7 per cento, contro una media nazionale del 12 per cento – anche se resta comunque il doppio rispetto a dieci anni fa, quando è cominciata la crisi.

Dimissioni per giusta causa: cosa sono e quali tutele sono previste?

di Sergio Palombarini

Sono molte le cause che portano il lavoratore a dimettersi per giusta causa. Si ha diritto a un’indennità, e come procedere per ottenerla? Il lavoratore o la lavoratrice può rassegnare le dimissioni per “giusta causa”, quindi senza preavviso, quando il datore di lavoro mette in atto un comportamento talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro, neanche in via provvisoria. In questo caso, a differenza del licenziamento per giusta causa, in cui il datore di lavoro si trova costretto a licenziare in tronco il dipendente per grave inadempimento, è quest’ultimo ad aver subìto un “torto” ed ha diritto anche alla disoccupazione.

Come recita l’art 2119 del Codice Civile: “Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede per giusta causa compete l’indennità indicata nel secondo comma dell’articolo precedente. Non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell’imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell’azienda”,

Secondo la legge, quindi, il lavoratore con contratto a tempo indeterminato che si dimette “per giusta causa”, ha diritto a percepire un indennità equivalente all’importo della retribuzione che gli (o le) sarebbe spettata per il periodo di preavviso, come recita il secondo comma dell’art. 2118 del Codice Civile, in materia di recesso dal contratto a tempo indeterminato: