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Automazione e riduzione dell’orario di lavoro: politiche da ripensare

di Simone Fana

La cronaca degli ultimi mesi ha riportato al centro del dibattito pubblico il nesso che lega i processi di innovazione tecnologica e le dinamiche del mercato del lavoro, attualizzando tendenze che stanno modificando alla radice gli assetti produttivi e i modi di produzione capitalistici. Elementi comuni collegano le vertenze dei lavoratori di Almaviva, in seguito al piano di ristrutturazione produttiva e agli esuberi del personale addetto ai call center, le proteste dei tassisti contro il colosso della sharing economy Uber e le rivendicazioni dei lavoratori impiegati nella Grande Distribuzione.

Un elemento che svolge un ruolo centrale nel ricollocare le specificità settoriali in un terreno unitario è legato alla rapida ascesa dei colossi dell’economia digitale e al ruolo di avanguardia del processo produttivo esercitato dagli oligopoli privati. Amazon, Uber, AirBnb non sono semplicemente leader nei settori del trasporto o degli alloggi, ma sono gli attori che stanno modificando la geografia degli assetti produttivi, agendo nella direzione di un’ unificazione dei processi di lavoro e dell’organizzazione della produzione.

Ed è in quest’ottica che vanno collocate le tensioni che si producono nei confini della catena globale del lavoro, a partire dall’intensificazione dei ritmi, dall’iper sfruttamento della forza lavoro impiegata e dal massiccio ricorso alle innovazioni tecnologiche come leva di ristrutturazione della produzione e di indebolimento dei conflitti produttivi.

“Da noi si può fare”: intervista a Paolo Ermani

di Claudio Nappi

Paolo Ermani è un consulente energetico, scrittore, facilitatore, formatore e presidente dell’associazione Paea. È tra i fondatori del giornale web “Il Cambiamento” e di “Ufficio di Scollocamento”. Da venticinque anni si occupa di economie alternative. Si è formato e ha lavorato nei maggiori centri europei per le energie alternative. Insieme ad Andrea Strozzi ha scritto il libro “Solo la crisi ci può fermare”. Un’analisi appassionata di come l’attuale declino economico, sociale e religioso rappresenta, di fatto, l’imperdibile occasione per riscoprire noi stessi, il rapporto con gli altri e l’armonia con il nostro habitat.

Nel libro “Solo la crisi ci può salvare” lei e Andrea Strozzi parlate di come la società consumista porti alla disintegrazione della stessa. Il fine di riempire le città di singoli individui disuniti gli uni dagli altri è anche quello di portare alla perdita dei diritti conquistati negli ultimi cinquant’anni, cosa che sta avvenendo. Mettendosi nei panni del singolo individuo, un impiegato, un operaio o una casalinga, cosa possono fare oggi per contrastare questa tendenza della società e conquistare ognuno il suo cambiamento?

Se si accetta la società dell’individualismo, della competizione, della impossibile realizzazione di se stessi attraverso l’acquisto di qualche cosa, i diritti vanno a farsi benedire. Del resto se costantemente ci dicono che dobbiamo farci gli affari nostri nel vero senso della parola e competere con tutti, dove gli altri sono dei concorrenti, perché occuparsi dei diritti? Una società basata sulla competizione si scava la fossa con le sue mani. E così quanto conquistato a prezzo di grandi lotte, è sacrificato sull’altare del consumismo e del pensare ognuno per sé.

Landini: “Non mi interessa la sinistra, serve una nuova cultura del lavoro”

Maurizio Landini

di Giacomo Russo Spena

La sua università è stata la fabbrica. I suoi punti di riferimento provengono dal mondo sindacale e hanno le sembianze di Giuseppe De Vittorio, Claudio Sabattini e Bruno Trentin. Per lui il vero nodo è soltanto uno: il lavoro. “Bisogna ricostruire un pensiero nel quale il lavoro torni ad essere il perno centrale per un nuovo modello fondato sulla giustizia sociale”. Maurizio Landini ci accoglie nel cuore di Roma, al terzo piano di un palazzo dove sventolano in cima le bandiere dei sindacati metalmeccanici Fim, Uilm e Fiom. Nella sua stanza un dipinto con scritto “C’è chi dice NO”, sotto una poesia di Bertolt Brecht.

Dal rapporto Tecnè sulla qualità dello sviluppo emerge la fotografia di un Paese in cui la ricchezza tende sempre di più a concentrarsi, la ripresa economica è fragile, cresce la disoccupazione giovanile e la disaffezione nei confronti della politica. Un quadro desolante. Landini, come se ne esce?

Innanzitutto dobbiamo affrontare il nodo della diseguaglianza sociale e per farlo va attuata una rivoluzione culturale. La politica delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni e dell’assenza di qualsiasi vincolo al mercato ci ha portato all’attuale sfacelo tra precarietà esistenziale, compressioni salariali e disoccupazione. Dobbiamo invertire la rotta, attuare nel Paese un’operazione di contenuto politico e sindacale dove si ipotizza un nuovo modello di sviluppo nel quale il lavoro deve riassumere un’importanza centrale, insieme ai diritti di cittadinanza: avere un’occupazione significa poter vivere dignitosamente e partecipare alla vita democratica di un Paese.

Michele De Palma: “La Fiom mette Fca sotto inchiesta”

di Tommaso Cerusici

Nel 2017 prende avvio la ricerca su Fca e Cnh promossa dalla Fiom nazionale insieme alla Fondazione Claudio Sabattini, con la collaborazione della Cgil nazionale e della Fondazione Di Vittorio. Su ragioni e obiettivi di questa ricerca, alla situazione attuale nel gruppo Fca e Cnh abbiamo intervistato Michele De Palma, Responsabile settore automotive della Fiom nazionale.

Perché come Fiom avete deciso di dare il via ad una ricerca su Fca e Cnh?

Perché per guardare al futuro bisogna aver chiara la situazione attraverso un bilancio. L’inchiesta sul mondo Fca e Cnh è fondamentale se si vuole davvero decidere con i lavoratori. Dal 2011 – cioè dall’entrata in vigore del contratto collettivo specifico di lavoro con la conseguente esclusione della Fiom dagli stabilimenti, alla presentazione del piano industriale e finanziario da parte dell’amministratore delegato Marchionne – tante cose sono cambiate e vogliamo fare il punto della situazione per capire come le lavoratrici e i lavoratori hanno vissuto questi anni e quali sono gli elementi sui quali investire la nostra iniziativa di carattere sindacale e contrattuale per il futuro.

Perché il 2018 è un anno cruciale: c’è una precisa coincidenza che è data dalla scadenza del piano industriale e occupazionale, dalla scadenza del contratto collettivo specifico di lavoro e dalla scadenza, in alcuni degli stabilimenti più importanti, degli ammortizzatori sociali. Infine, anche gli assetti proprietari e finanziari sembrano essere in evoluzione, detta in modo semplice: sarà ancora Marchionne l’amministratore delegato? Fca venderà degli asset o finirà in un processo di fusione? Con quali effetti industriali e occupazionali? L’incrocio di tutti questi fattori e delle incognite determina per noi un’evidente evoluzione nel conflitto di questi anni, per continuare ad avere uno sviluppo industriale ed occupazionale e uno spazio di contrattazione democratico per i lavoratori.

Paola, morta seccata dal sole e dalla fatica. Per 3 euro l’ora

di Giulio Cavalli

Confesso che la storia di Paola Clemente è una di quelle che mi sbriciolano il cuore. Sarà che in fondo per chi come me è cresciuto nell’are metropolitana milanese la parola “bracciante” è un suono che sembra provenire da un’altra epoca, da un altro pianeta o forse sarà che immaginare una donna (madre e moglie) che si secca sotto il sole per sgonfiarsi cadavere in mezzo ai pomodori è una storia che ha dentro tutti i peli peggiori: la dignità che si fa salsa, la schiavitù come resistenza ultima alla disperazione, il lavoro quando diventa annullamento della persona e il senso del dovere che si trasforma in giogo mortale.

Paola Clemente aveva 49 anni e lavorava dalle 5.30 fino alle tre del pomeriggio, qualche volta anche alle sei, per 27 euro al giorno. Quella busta paga è una lama che affetta un Paese intero. Nemmeno tre pezzi da dieci euro per rinsecchirsi sotto il sole che sale verticale: ma come li spieghiamo questi morti ai nostri figli? Che diciamo a Stefano, suo marito, e a tutti i sopravvissuti della sua famiglia?

Oggi sono finite in carcere sei persone: tre dipendenti di un’agenzia interinale di lavoro (avvoltoi sulle costole degli sfruttati) e gli altri anelli di una catena di comando che trasforma le persone in chili di prodotto raccolto e nient’altro. Eppure sei persone, basta poco a capirlo, non possono da sole costruire una giungla che stringe la gola a pezzi interi di Paese. Mentre scriviamo la servitù bene educata continua a macinare vittime; forse non muoiono, riescono a svenire sul letto a fine giornata aggrappati all’ultimo esile respiro ma hanno addosso le stigmate dell’ingiustizia.

Solo la crisi ci può salvare

di Claudio Nappi

La crisi economica è una meravigliosa opportunità. È possibile evitare il disastro indotto dal modello lavoro-guadagno-consumo, con il Prodotto Interno Lordo come fallace indicatore di benessere? La risposta è si! Da un articolo pubblicato su androkronos.com: “(…) La ‘formula’ è “più auto-produzione e scambio, minori spese, minori consumi a parità di comfort, più relazioni e fare un lavoro che non danneggi l’ambiente e che abbia un senso e utilità per se stessi e gli altri”.

Ermani, che da 25 anni si occupa di economie alternative, stili di vita controcorrente, energie rinnovabili e risparmio energetico, e Strozzi, ex manager “convertito” alla decrescita e alla bioeconomia, partono dalla crisi economica, cogliendo in essa un’opportunità di “cambiamento necessario” (…) Grazie alla crisi, ci aspettiamo che la popolazione torni progressivamente a derubricare dalla propria agenda tutto ciò che non è essenziale al proprio benessere interiore, uscendo dall’ipnosi consumistica collettiva, astutamente alimentata da decenni di campagne pubblicitarie che hanno portato molte persone a ritenere di avere un ruolo in questa vita solo se omologate a certi standard consumistico-produttivi”.

“Il lavoro del futuro sarà sociale e, soprattutto, lavoreremo tutti molto meno”. Paolo Ermani e Andrea Strozzi, autori di ‘Solo la crisi ci può salvare’ (Edizioni Il Punto d’Incontro). La crisi come opportunità, un concetto che alcuni di noi avranno sentito spesso. La parola weiji, crisi in giapponese, viene spesso associata ai due concetti di pericolo e possibilità. La domanda è quanti di noi riescono a mettere in pratica la teoria, nella vita di tutti i giorni? Ma ciò di cui parlano coloro che perseguono concretamente il movimento della decrescita felice è molto più di questo. I primi elementi fondanti sono:

La lettera di Michele, aspettative frustrate che possono uccidere

Dignità e lavoro

di Stefano Feltri

“Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione”. La lettera di Michele è ovunque sui social, dopo la pubblicazione voluta dai genitori sul Messaggero Veneto: 30enne, friulano, grafico che ha ricevuto troppi rifiuti (sul lavoro e in amore), si è suicidato lasciando una lettera lucida perché “dentro di me non c’era caos, dentro di me c’era ordine”.

Ne abbiamo discusso a lungo in redazione tra noi intorno ai trent’anni: abbiamo un lavoro, stiamo meglio di tanti nostri coetanei e di certo meglio di Michele. Ma tutti noi abbiamo capito cosa intende quando, poche righe prima di congedarsi, scrive: “Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità”. Chi è cresciuto con il senso di colpa di avere troppo e poi, diventato adulto, per colpa della crisi, della globalizzazione, del debito pubblico, ma di sicuro non sua, ha scoperto di avere troppo poco matura una notevole frustrazione.

Di fronte a un suicidio non ha senso cercare colpevoli o concentrarsi su quel Post scriptum politico (“Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi”). Il filosofo tedesco Byung-Chul Han nel suo libro Psicopolitica (Nottetempo) ha scritto: “Nelle società della prestazione neoliberale chi fallisce, invece di mettere in dubbio la società e il sistema, ritiene se stesso responsabile e si vergogna del fallimento”.

La lettera di Michele prima del suicidio, la madre: “Di lui ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema”

Dignità e lavoro

Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto: «Di Michele – dice la madre – ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni».

di Michele

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

BolognaFiere e 32 ore di lavoro la settimana: il parere di Piergiovanni Alleva

Piergiovanni Alleva

di BolognaFiere -123

Il 31 gennaio scorso è stata la data limite entro cui si assumere una decisione sull’acquisizione del Palazzo degli Affari da parte di BolognaFiere. Abbiamo chiesto un parere sulla vicenda al consigliere regionale Piergiovanni Alleva de L’Altra Emilia Romagna, e ne abbiamo approfittato per chiedergli di presentarci il suo progetto di legge regionale per ridurre a 32 ore l’orario di lavoro settimanale.

Professore, nel comunicato stampa del 20 dicembre scorso ha espresso un parere “poco convinto” della necessità dell’acquisizione del Palazzo degli Affari da parte di Bolognafiere. Vuole illustrarcene i motivi anche alla luce delle conseguenze sugli assetti societari?

Temo che si tratti di un’operazione volta a beneficiare unicamente la Camera di Commercio ai danni di BolognaFiere. Se, come noto, realizzare un padiglione ex novo costa 25 milioni di euro, dov’è il vantaggio per l’Expò nell’acquisire un rudere che va raso al suolo al costo di quasi dieci milioni di euro (a fronte dei 19 che ne chiede la Camera di Commercio) per poi accollarsi i costi del rifacimento? Anche se si trattasse di una mera ristrutturazione, date le condizioni del Palazzo, l’operazione si rivelerebbe anti – economica. Confido però che la manovra non andrà in porto perché gli altri soci privati si oppongono ad un peso maggiore della Camera di Commercio nell’azionariato. A proposito di assetti societari, vigilerò affinchè la governance dell’Expò resti pubblica visto che si tratta di un patrimonio costruito con soldi pubblici e che ha un’importanza strategica per l’economia regionale.

Contratti di solidarietà espansiva: in Emilia Romagna una proposta contro la disoccupazione

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

di Piergiovanni Alleva

L’idea che una riduzione importante dell’orario lavorativo settimanale possa consentire, da un lato, di “fare spazio” a nuove assunzioni e, dall’altro, migliorare le condizioni dei lavoratori già occupati sotto il profilo della conciliazione dei “tempi di vita” rispetto ai “tempi di lavoro” non è certo nuova ma, nel trascorrere degli anni non ha perso nulla del suo fascino, anche a causa della oggettiva constatazione della crescente velocità di sostituzione del lavoro umano con processi automatizzati.

Si consideri che nel nostro paese l’orario settimanale di lavoro dopo essere sceso, alla metà degli anni 70 dalle 48 alle 40 ore, si è poi cristallizzato su tale livello, visto che gli orari previsti dalla contrattazione collettiva di settore mai o quasi mai sono inferiori alle 37,5/38 ore, con l’ulteriore paradosso che a causa della “flessibilizzazione” delle regole d’utilizzo, pur essendo uguali o di poco inferiori al passato risultano “più invasivi” della vita privata e sociale delle persone. Nel frattempo, il tasso di disoccupazione è almeno raddoppiato, raggiungendo punte del 40% nelle giovani generazioni: in Emilia-Romagna, ad esempio, si contano 160.000 disoccupati, ma di essi la metà è costituita da persone con meno di 35 anni.

È allora doveroso riprendere il tema, evitando qualsiasi deformazione di tipo ideologico, e cominciare col segnalare come quella problematica sia incentrata in Italia, sul piano normativo, in uno specifico istituto detto “contratto di solidarietà espansiva” introdotto per la prima volta dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, recante misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali”.