Landini: “Un altro genere di sindacato oggi è possibile”

di Rossana Rossanda Maurizio Landini è stato eletto da poco segretario della Cgil ed è assediato da mille impegni. Tanto più gli sono grata di avermi concesso un’intervista. Ragione di più anche per non prenderla alla lontana sul tema che mi preme. Puoi dirmi perché avete rifiutato di partecipare allo sciopero generale dell’8 marzo? Non […]

Ravenna, Logistica Ferrari: restituita dignità ai lavoratori

di Ravenna in Comune La lotta per riottenere quanto non doveva mai essere tolto nella vicenda dei lavoratori dei subappalti “Marcegaglia” (provenienti dalla Logistica Ferrari) ha dato ragione ai lavoratori. Una brutta vicenda iniziata nell’agosto 2017 in cui anche parte del mondo cooperativo e sindacale ha avuto un ruolo non positivo ha trovato una conclusione […]

Usiamo il reddito di cittadinanza per ridurre orario e disoccupazione

di Piergiovanni Alleva

Il reddito di cittadinanza costituirà un’importante misura sociale “anti-povertà”, ma anche un impegno finanziario molto pesante per il bilancio statale, e da più parti è quindi giunta la domanda se non sarebbe meglio cercare di eliminare la povertà abolendo anzitutto la disoccupazione, che affligge oltre 3 milioni di cittadini, di cui moltissimi giovani.

Erogare al giovane disoccupato e povero – si è detto – un reddito di cittadinanza è, in sé, giusto ed umano, ma sarebbe infinitamente meglio procurargli un lavoro, così da consentirgli di vivere davvero, e non solo di sopravvivere. La legge, per il vero, prevede che i Centri per l’Impiego agiscano in tal senso, e addirittura che l’importo del reddito di cittadinanza vada al datore di lavoro che eventualmente assuma quel giovane, ma non c’è assolutamente alcuna certezza che giungano davvero offerte di lavoro, ed in numero sufficiente.

Eppure, a nostro giudizio, c’è una via per riassorbire ed abbattere la disoccupazione, in specie giovanile, in modo certo, sicuro e rapido, e, soprattutto, senza aumentare l’onere che le finanze pubbliche si sono accollate con il reddito di cittadinanza. La via – lo anticipiamo subito – è quella di utilizzare le risorse finanziarie che sarebbero assorbite dal reddito di cittadinanza per redistribuire il lavoro “che c’è”, riducendo, senza penalizzazione economica, gli orari di lavoro, ed allo scopo forniremo esempi numerici assumendo, in via convenzionale e dimostrativa, l’importo “standard” del reddito di cittadinanza che è di € 780,00 mensili.
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Navigator: i precari che si occuperanno del reddito di cittadinanza

di Annalisa Camilli

Il secondo figlio era nato da appena quindici giorni quando Valeria Morando, 36 anni, precaria dell’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (Anpal), ha ricevuto una telefonata dell’ufficio risorse umane che le comunicava che il suo contratto di lavoro non le sarebbe stato rinnovato alla scadenza. “Per via del decreto dignità il mio contratto a tempo determinato di 24 mesi non è stato rinnovato alla sua scadenza nel luglio del 2018”, spiega la donna che, dopo quattro anni di lavoro precario con diverse tipologie di contratto per la stessa azienda che dipende dal ministero del lavoro, è rimasta a casa in disoccupazione.

“Il paradosso”, spiega Morando, “è che saranno dei precari, addirittura dei lavoratori con un contratto a progetto, a doversi occupare di aiutare i disoccupati a beneficiare del reddito di cittadinanza, la nuova misura simbolo del governo a maggioranza cinquestelle”. Il ministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio ha annunciato che tremila persone, i cosiddetti navigator, saranno assunte per sostenere il personale dell’Anpal nei centri dell’impiego dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza. Ma anche i navigator saranno solo dei collaboratori e dovranno essere formati, in teoria, dagli stessi lavoratori dell’Anpal che in molti casi hanno dei contratti di collaborazione (cococo).
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Contro l’interposizione nel lavoro, forma estrema di sfruttamento: al via la pubblicazione dei video

di Piergiovanni Alleva Sulla pagina Facebook dell’Altra Emilia Romagna è iniziata la pubblicazione dei video e degli interventi del convegno Contro l’interposizione nel lavoro, forma estrema di precariato e sfruttamento che si è tenuto a Modena lo scorso 9 giugno. Sono materiali importanti perché, sul tema, l’analisi e la ricerca di soluzioni sono argomenti non […]

Sono una sindacalista. E ne vado fiera

di Viviana Correddu

Dieci anni fa costruivo tardivamente il mio futuro con la consapevolezza che non fosse troppo tardi. Avevo fatto parecchio casino nella mia vita ma, in fondo, quel casino non l’ho mai percepito come un cumulo di “errori”, bensì come un insieme di esperienze, in molti casi al limite, che potevano essere tramutate in “occasione”. Occasione di conoscermi a fondo iniziando a provare l’ebrezza di sentirmi capita anche da chi mi stava intorno. Occasione di analizzare ogni mia singola capacità e considerare ogni mio limite, di comprendere le ambizioni e indirizzare i miei sogni per poterli visualizzare, coltivare, concretizzare, curare. Metterli addirittura al servizio degli altri. Occasione di comprendere che per raggiungere gli obbiettivi serve costanza e pazienza. Serve saper aspettare mentre si lavora.

La cultura del lavoro: elemento che mi ha sempre saputo salvare. Sono cresciuta in una famiglia di lavoratori dediti, corretti, ma mai servi, in cui si respirava la fatica insieme alla rivendicazione. Sindacalizzata dalla sua nascita e nella sua essenza. Mio padre, delegato di reparto all’Ilva di Genova e mia madre delegata sindacale Upim, entrambi iscritti alla Cgil da quando hanno messo piede dentro quei luoghi di lavoro che hanno permesso loro una vita dignitosa, una casa, vacanze modeste ma serene e la possibilità di far crescere i figli, mio fratello e me (inaspettata), con l’auspicio che De André indicava in tono rivoluzionario quando diceva: “Anche l’operaio vuole il figlio dottore”.
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“Con parole loro”: viaggio nei luoghi (e tra i diritti) fatti a pezzi dalla crisi

di Loris Campetti

La più strabiliante scoperta della politica è che il lavoro non esiste. Il prodotto invece c’è, che sia materiale o immateriale comunque c’è. Che dietro il prodotto ci sia qualcuno che l’ha generato è ininfluente, se non si vede non esiste, dunque è sufficiente renderlo invisibile per cancellarlo. Un telefonino è un telefonino e non chi l’ha costruito. Un algoritmo è un algoritmo e non chi l’ha inventato. Una pizza è una pizza e non il pizzaiolo che ha tirato la pasta o il rider che te l’ha portata a casa in bicicletta.

Eccola la geniale intuizione della politica, una nuova teoria creazionista che non prevede l’evoluzione dalla materia prima al prodotto, cioè il lavoro. Eccola la strabiliante scoperta che ha fatto breccia nella cultura della sinistra politica. Chi invece ben conosce i generatori degli amati prodotti sono gli imprenditori, i quali però non hanno alcun interesse a far circolare la notizia della loro esistenza perché se li si ignora, se i produttori diventano sconosciuti cioè invisibili, non esistono. E se non esistono, i padroni possono farne quel che vogliono di quei generatori di prodotti, senza interferenze della politica o dell’informazione, anzi con la loro subalterna complicità.
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Maurizio Landini

Landini segretario della Cgil: le parole chiave in attesa del 9 febbraio

di Loris Campetti

Maurizio Landini ha preso in mano la ultracentenaria Cgil con la forza di un tornado, ma la sua non è una forza distruttrice. Si potrebbe parlare di sindacato del cambiamento se non fosse che chi usa questo sostantivo in politica è un gattopardo che vuole cambiare tutto per non cambiare niente, come fa il governo gialloverde o giallonero che dir si voglia con le politiche economiche, liberiste erano e liberiste restano. Landini vuole bene alle persone che rappresenta, ha con loro una connessione sentimentale per dirla con Antonio Gramsci.

In una stagione di frantumazione del lavoro che distrugge i valori e i diritti conquistati nel Novecento e cancella l’idea fondativa per cui a parità di prestazione dev’esserci parità di trattamento e di contratto, bisogna fare sindacato di strada, andare a trovare i lavoratori dove sono, nelle fabbriche, nei cantieri, nei sottoscala, nei campi, nei magazzini, tra i ciclisti della pizza. E le Camere del lavoro per essere al passo coi tempi devono tornare alle origini ottocentesche, alle Società di mutuo soccorso in cui si entrava analfabeti e si usciva sapendo parlare, capire, contare, istruitevi e poi agitatevi e organizzatevi diceva ancora Gramsci.

La Cgil deve spalancare le sue porte per far prendere aria all’interno e offrire un rifugio a chi sta fuori, è solo e dunque è debole. Le filiere del lavoro vanno seguite per intero e a tutti quelli che vi lavorano vanno garantiti stessi diritti. Perché oggi non siamo più analfabeti ma ci fregano lo stesso, dice con un linguaggio inequivocabile il nuovo segretario generale della Cgil.
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Lavoro alla spina e welfare à la carte

di Alessandro Somma

Dalla catena di montaggio all’economia dei lavoretti

Alcuni anni or sono l’Economist, noto settimanale nato nella seconda metà dell’Ottocento per promuovere l’ideologia del libero mercato, ha dedicato l’articolo di copertina alla cosiddetta economia on demand, celebrandola come una sorta di completamento della rivoluzione iniziata al principio del Novecento con l’introduzione della catena di montaggio. Quest’ultima, utilizzata per la prima volta nella produzione di autoveicoli da Henry Ford, avevo reso accessibile a un largo pubblico un bene fino ad allora considerato di lusso e dunque precluso ai più.

Allo stesso modo un numero di imprese innovative in crescita esponenziale sta trasformando le abitudini di consumo con riferimento a una vasta gamma di servizi un tempo esclusivi: è il caso del noleggio con autista fornito da Uber, della pulizia della casa realizzata attraverso Handy, della fornitura di pasti a domicilio recapitati da SpoonRocket, o della consegna della spesa assicurata da Instacart. Conclusione: “a San Francisco una giovane programmatrice di computer può già vivere come una principessa” [1].

Le imprese protagoniste di questa rivoluzione, chiarisce l’articolo dell’Economist, possono fornire servizi a basso costo sfruttando le potenzialità offerte dalle tecnologie informatiche. Esse infatti “uniscono potere dei computer e lavoro freelance”, riuscendo così a “suddividere compiti complessi nelle loro singole componenti e a subappaltarle a specialisti in giro per il mondo”.
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Petrolio, carbone e gas salveranno il lavoro?

di Mario Agostinelli

I delegati di oltre 200 Paesi delle Nazioni Unite erano arrivati ai colloqui sul clima a Katowice con l’incarico di sostenere l’accordo di Parigi 2015. Pur trattandosi di un appuntamento “tecnico” per fare il punto sui progressi o i ritardi rispetto all’agenda fissata tre anni orsono, l’attenzione si è focalizzata sulle responsabilità che i leader mondiali si sarebbero assunti nei confronti dell’emergenza climatica. A un mese dalla conclusione della Conferenza possiamo dire che sono state confermate le previsioni più pessimistiche: in tre anni non solo non si sono verificati miglioramenti apprezzabili, ma, alla luce degli ultimi dati diffusi dal Global Carbon Project, le emissioni di gas serra sono aumentate per il secondo anno consecutivo nel 2018.

Preso atto di ciò, si deve constatare che l’incombente crisi climatica sta andando oltre le nostre capacità di controllo: vale allora la pena di andare oltre la ricerca dei colpevoli del passato (peraltro tanto noti quanto insensibili), per metterci in azione come persone e soggetti sociali attivi, capaci con le loro reazioni e comportamenti di imporre un cambiamento di rotta. Tanto urgente da doversi realizzare in un arco temporale breve, che, secondo l’IPCC, non può andare oltre i prossimi quindici anni.
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