Laurea honoris causa a Giuseppe Conte: sarà protesta pacifica alla John Cabot University

dei docenti e degli studenti della John Cabot University di Roma Alla John Cabot University di Roma hanno deciso di dare una laurea honoris causa a Giuseppe Conte. La cerimonia fa parte, come sempre, del commencement (graduation ceremony, o festa di laurea), che avviene una volta all’anno e che si terrà il prossimo 20 maggio, […]

La produzione culturale a Bologna - Foto di Sergio Caserta

Gli spazi, la cultura e le occupazioni al tempo della crisi / 1

di Donata Meneghelli

Vorrei partire da una dichiarazione del presidente della Scuola di lettere e beni culturali Costantino Marmo pubblicata il 15 marzo dal quotidiano “il Resto del Carlino”. A Emanuela Astolfi che gli chiede se “dietro le occupazioni” ci sia “un malessere”, Marmo risponde: “Di sicuro viviamo in una fase in cui i tagli sono sotto gli occhi di tutti e il clima generale non aiuta”. E aggiunge: “I problemi dell’università, però, in questo momento sono altri e legati all’applicazione delle nuove leggi che impongono requisiti stringenti ai corsi di laurea per poter sopravvivere” [1].

Credo non ci sia esempio migliore della totale cecità che caratterizza oggi i vertici dell’Ateneo di Bologna e purtroppo anche molti docenti. Perché, diversamente da quanto dichiara Marmo, tra le occupazioni e “l’applicazioni delle nuove leggi” c’è un nesso strettissimo; anzi si potrebbe quasi dire che si tratta dello stesso problema. Nello specifico, ciò a cui si fa riferimento parlando di “applicazione delle nuove leggi” è il D.M. 47 appena emanato: se si vuole essere onesti, più che una serie di provvedimenti da applicare, il colpo di grazia a ciò che resta dell’università pubblica, l’ultimo atto della legge 240 (Gelmini-Tremonti), la quale a sua volta costituisce il punto di approdo di circa un ventennio di interventi contro l’università uscita dalle battaglie del ’68.

Non un’università splendida, intendiamoci, anzi piena di magagne (baronie, rapporti di potere, assenteismo, qualità della ricerca e della didattica molto variabili, verticalità, politiche di diritto allo studio inadeguate, endemica scarsità di fondi), ma relativamente aperta: quella che è stata chiamata università di massa, in cui per la prima volta nella storia nazionale giungevano studenti provenienti da settori sociali tradizionalmente esclusi dall’istruzione superiore. Un luogo, dunque, di tensioni di classe, di mobilità sociale. E anche, pur con i suoi enormi limiti, un luogo di produzione culturale.
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Ancora sulla fortuna delle parole: “eccellente”

di Maurizio Matteuzzi, Università di Bologna

Nella scala della qualità dei funghi eduli, ho scoperto che “eccellente” si pone al gradino superiore rispetto a “ottimo”. Strano paradosso semantico, perché “ottimo” par non poter incarnare altro che un superlativo assoluto, cioè ciò che per definizione è insuperabile. “Eccellente”, da ex cellere, dove ex ha il significato di “fuori” e l’antiquato e desueto cellere sta per spingere, probabile calco del greco kèllein. Un po’, insomma, come “egregio”, scelto, tirato fuori dal gregge, o l’analogo “esimio”.

Da qui l’appellativo “eccellenza”, che spetta ai più alti dignitari della scala sociale, termine quanto mai positivo malgrado qualcuno abbia guardato in cagnesco il Giusti per pochi scherzucci di dozzina, e non abbia avuto il tempo di leggere i Promessi Sposi.

Certo è cosa buona eccellere, e altrettanto, almeno eticamente, cercare di farlo. Il punto sta tutto nella distinzione tra uso ed abuso. Voglio dire, suona un po’strano leggere di certe Eccellenze che vengono condannate per reati piuttosto squalificanti, come la corruzione o la frode fiscale. Non faccio esempi, naturalmente, ho la fortuna di avere un amico giurista che mi depenna tutto quello che potrebbe costare una querela. Ma, insomma, stride un po’pensare a un PM che possa dire più o meno “Lei Eccellenza è un ladro”; ricorda da vicino l’endiadi meno nobile da bar Sport, “Lei è un esimio testa di … cavolo”.
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