Lampedusa. Aisha, 8 anni, contro l’Italia

di Antonello Mangano

In pochi giorni Aisha è svenuta per la fame e la sete in una barca alla deriva partita da Sfax; ha visto un balordo provare a stuprare la madre davanti ai suoi occhi; ha subito un colpo all’addome durante una violenta carica della polizia italiana. Vive in uno stato di paura costante che la porta a perdere i sensi. Adesso è il tempo del risarcimento. In questi giorni il suo caso arriva a Strasburgo presso la Corte europea dei diritti umani. Da un lato una bambina tunisina di otto anni e la madre. Dall’altro​,​ il governo italiano.

“Eravamo in 40 su una barca e ci siamo persi”, racconta la madre. “Abbiamo incontrato un peschereccio. Gli abbiamo chiesto di riportarci in Tunisia. I pescatori hanno rifiutato”. Tre giorni senza mangiare e bere. Poi una luce in lontananza e altre nove ore per arrivare alla salvezza, cioè l’isola di Lampedusa. Sono le due di notte del 15 febbraio. Aisha sviene e viene portata via in ambulanza.

Squallido e trasandato

La famiglia vuole chiedere asilo. Ma non può. “Per tutto il tempo della permanenza non hanno ricevuto alcun documento attestante la ricezione della domanda di protezione”, dice Giulia Crescini, legale della famiglia.
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Lampedusa: “Ministro Cécile, sono Daniel e su quella barca potevo esserci anche io”

del Corriere Immigrazione

Dura poco più di un minuto. È stata fatta sull’onda del dolore e dell’indignazione, da un comitato di ragazzi che non ha nessuno alle spalle se non la propria consapevolezza e il senso di appartenenza e di responsabilità. E ci è stata affidata. «Ministro Cécile, sono Daniel, un ragazzo italiano. I miei genitori vengono dall’Eritrea e dall’Etiopia», comincia con queste parole il messaggio del comitato che non si è ancora dato un nome.

Siamo sconvolti dal dolore per quello che è accaduto a Sampieri e a Lampedusa. Quei morti non sono solo nostri, ma di tutta l’Italia e dell’Europa intera. Sappiamo quanto si sta impegnando per rendere il nostro paese, l’Italia, un posto migliore e per questo ci rivolgiamo a lei per rendere pubblico il nostro messaggio. Queste tragedie non si devono più ripetere. E per impedirlo non serve a niente metere i militari alle frontiere o fare i respingimenti. Bisogna creare le condizioni per rendere effettivo il diritto d’asilo in Italia e in Europa. Chi scappa da una guerra o si sente in pericolo non deve essere costretto ad affidarsi agli scafisti per mettersi in salvo.

Ministro Cécile, so che queste cose lei le sa, ma devono saperle anche quelli che speculano su queste tragedie. Io su quella barca non c’ero, ma se i miei genitori avessero fatto scelte diverse, ai loro tempi, avrei potuto esserci anch’io. E forse adesso sarei in fondo al mare.

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Bare a Lampedusa - Foto di Articolo21.org

Quelle bare allineate di fronte alle coscienze occidentali

di Shukri Said

È quando il nostro mare si riempie di morti, per metà affogati dall’acqua e per metà soffocati dalla nafta, che le nostre coscienze hanno un sussulto, un singhiozzo, per poi tornare subito a stravaccarsi sul divano dell’ipocrisia. Nulla scuote veramente queste nostre anime grasse e indolenti. Non la vergogna intimata da Papa Francesco. Non le accorate parole del Presidente Napolitano. Non le iniziative del Sindaco di Roma, per una volta gemellato al Ministro dell’interno.

Guardiamo inebetiti in televisione la fila delle 111 bare ed il ripetersi delle immagini col frenetico e ordinato attivismo dei nostri militari a bordo di natanti puliti ed efficienti, alle prese con le facce smunte e sofferenti dei migranti che hanno appena visto la morte in faccia, ma quando quegli stessi migranti ci avvicinano sui nostri marciapiedi offrendoci in alternativa ai calzini la possibilità dell’elemosina di un euro, li scacciamo come appestati.

Il cadavere biancastro che galleggia sul turchese del mare di Lampedusa provoca un ruttino alle nostre coscienze che preferiscono la visione oscena di Berlusconi che precipita scompostamente dal grattacielo del potere, alla quotidianità degli sbarchi dei disperati del mondo. E mentre quelle nostre coscienze pregustano l’orrore di vedere il Cavaliere spiaccicato sull’asfalto di una sentenza definitiva, si grattano l’ombelico dei mali della disoccupazione, dello spread, della crisi finanziaria, dell’esodo dei cervelli migliori e del permanere di quelli peggiori.
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Foto di Vito Manzari

Lettera aperta del sindaco di Lampedusa: “Quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?”

di Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa

Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.

Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore. 
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