L’Altra Emilia Romagna: sì all’appello dell’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza di Falcone e Montanari

Il coordinamento regionale dell’Altra Emilia Romagna aderisce all’appello Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza di Anna Falcone e Tomaso Montanari da cui è scaturita la manifestazione del 18 giugno al teatro Brancaccio.

Altra Emilia Romagna, infatti, è essa stessa “lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile” come quella che Falcone e Montanari ed i partecipanti all’assemblea del Brancaccio auspicano per il parlamento nazionale ed opera nella società e nelle istituzioni regionali e comunali in Emilia Romagna sui temi del lavoro, del welfare delle politiche ambientaliste ed urbanistiche sulla base di un programma alternativo a quello neoliberista della giunta di centro sinistra a maggioranza Pd.

Altra Emilia Romagna, anche sulla base della sua storia e del suo attuale agire politico, impegna la sua rappresentanza nella Assemblea Legislativa Regionale ed i suoi aderenti nei Consigli Comunali e nelle associazioni dell’Emilia Romagna a farsi parte attive ed a partecipare e contribuire alla definizione un programma che sia ispirato ai “principi fondamentali della Costituzione”, e specialmente nel più importante:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3),

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Parma, che si festeggia Pizzarotti?

di Cristina Quintavalla, L’Altra Emilia Romagna

L’astensione è il primo partito a Parma e nelle altre città che sono andate al ballottaggio. È ormai un dato che non può essere ignorato. Esso dice che la fiducia della gente nei confronti della politica istituzionale è crollata, che il cosiddetto patto di rappresentanza tra eletti ed elettori è stato smascherato, travolto dalla ridda di menzogne, false rappresentazioni, costruite da agenzie pubblicitarie, per raccogliere consenso sull’immagine costruita.

Dice che la gente non vede più rappresentati i bisogni fondamentali da cui è afflitta: lavoro, casa, sanità, pensione, istruzione, servizi sociali. Ha ormai chiaro quanto è stata aggirata, ingannata, ed espropriata dei suoi diritti, così come ha chiaro che è stata spremuta all’inverosimile da tasse e tagli alla spesa sociale, senza contropartita alcuna, ma che le risorse ci sono-eccome-per le banche, per detassare le imprese, per costruire opere inutili e dannose.

A Parma, una campagna elettorale sciatta, ma abilmente costruita, non ha pagato. Le liste elettorali delle maggiori forze politiche hanno giocato strumentalmente sull’annacquamento delle posizioni: in una stessa lista era candidato chi difendeva la “buona scuola” e chi la criticava, chi era per le privatizzazioni e chi era contro. Tutti insieme “amorosamente”, confondendo l’elettore che non aveva più parametri di riferimento in base ai quali scegliere.
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Lavorare meno, lavorare tutti: parole che è possibile trasformare in realtà oggi

di Piergiovanni Alleva

§1) Il Progetto di Legge regionale Emilia Romagna: scopi e strumenti

La convinzione, o quanto meno la fiducia, che anche grandi problemi possano avere, in realtà, una soluzione semplice e, per così dire, a portata di mano, purché sorretta da chiarezza di obiettivi politici e conoscenza adeguata dei dati socioeconomici e normativi, ha ispirato la presentazione da parte del Gruppo assembleare L’Altra Emilia Romagna di una proposta di legge regionale all’apparenza modesta ma, nei suoi scopi, certamente ambiziosa. Si tratta, infatti, di una proposta di legge in tema di riduzione dell’orario di lavoro tramite incentivazione dei contratti collettivi aziendali di solidarietà “espansiva” che mira a realizzare un triplice obiettivo.

Da un lato quello di migliorare decisamente la condizione esistenziale dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, riducendo la settimana lavorativa da cinque a quattro giornate con una modestissima incidenza, peraltro sul livello salariale, da un altro lato – ed è lo scopo più importante ed urgente – riassorbire in parallelo in modo massiccio e tendenzialmente totalitario la disoccupazione giovanile, e dall’altro lato ancora, preparare una futura riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, resa indispensabile, in prospettiva dall’automazione crescente delle attività produttive.

Conviene spiegare subito, in breve, di cosa si tratta e la sostanza tecnico-normativa della proposta, posponendo la illustrazione dei vantaggi e possibilità ma anche delle obiezioni e delle resistenze. Si rammenta, dunque, che nel nostro ordinamento giuridico del lavoro esiste da molto tempo, ed esattamente dalla legge n° 863/1984, uno specifico istituto, detto “Contratto di Solidarietà”, che consiste in un contratto collettivo aziendale con il quale si riduce l’orario lavorativo dei dipendenti, distribuendo tra loro la riduzione del monte-ore complessivo.
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Oltre il Jobs act: è tempo di ridare dignità ai lavoratori

Il video sopra è stato inviato per il convegno Oltre il jobs act, organizzato dal gruppo consiliare L’Altra Emilia Romagna, da Maurizio Landini. Quello che segue ne è un sunto e una proposta mentre Landini tornerà in città questa sera alle 20.30 al cinema Galliera (via Matteotti 27) per preparare la manifestazione nazionale del 21 novembre a Roma.

di Piergiovanni Alleva

Il convegno intitolato Oltre il jobs act, organizzato il 6 novembre 2105 dall’altra Emilia Romagna presso la sala Guido Fanti dell’Assemblea legislativa della Regione, ha costituito un’importante occasione di proposta per una nuova legislazione del lavoro, che ridia dignità e tutela ai lavoratori e soluzione a problemi da molto tempi irrisolti.

La proposta è innanzitutto quella della riunificazione del mondo del lavoro, attraverso l’abolizione del precariato senza speranza, indotto dai contratti a termine a-causali, mediante la ricomprensione in un’unica figura giuridica, caratterizzata da effettiva stabilità del rapporto dei contratti di lavoro subordinato e di collaborazione coordinata e continuativa, nonché mediante la riconduzione ad una disciplina comune del lavoro del settore privato e di quello pubblico. Occorre poi ripristinare e ripensare, dopo le devastazioni del jobs act, il sistema degli ammortizzatori sociali, tra i quali va ormai ricompreso l’istituto del reddito minimo garantito.
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Una casa per tutti è un’utopia? Il monito del suicidio della mamma di Ponte Ronca (Bologna)

di Piergiovanni Alleva, consigliere regionale, L’Altra Emilia Romagna

La tragica vicenda della mamma di Ponte Ronca che si è tolta la vita a causa di problemi economici rappresenta una drammatica conferma dello stato pietoso in cui versa il nostro welfare. I soliti sciacalli leghisti non perdono occasione per fomentare la guerra tra poveri pur di non vedere che la causa di questa enorme sofferenza sociale risiede anzitutto nelle politiche neoliberiste che affamano chi è povero o sta per diventarlo per favorire rendite, capitali finanziari e speculazioni.

Questa vicenda inoltre, e lo dico con grande preoccupazione, rappresenta anche una risposta indiretta a quegli amministratori che sostengono che “dare una casa a tutti è un’utopia”. Sarebbe interessante capire da questi amministratori, l’assessore al Welfare Gualmini e il presidente Bonaccini, che fine secondo loro dovrebbero fare le persone che non riescono a trovare una casa a causa delle loro precarie condizioni economiche se come affermano “dare una casa a tutti è un’utopia”.

Invece quindi di scagliarsi contro le occupazioni abusive, spesso e volentieri unica soluzione emergenziale per intere famiglie anche con minori, Regione e Comune farebbero bene ad affrontare il problema casa seriamente. Per farlo non bastano le parole, ci vogliono le risorse, quelle che tutti i governi, incluso quello Renzi, continuano a tagliare agli enti locali in nome di un’austerità mai dichiarata ma spietatamente in vigore che sta uccidendo il nostro Paese.
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Bologna con Tsipras

L’Altra Emilia Romagna: una campagna stupefacente, abbiamo già vinto così

di Sergio Caserta

A luglio, quando si è cominciato a discutere tra i diversi comitati territoriali Tsipras del se e come partecipare alle elezioni, reduci dalla campagna elettorale delle europee, è apparso subito chiaro che si trattava di una vera e propria “impresa”. Innanzitutto perché occorreva comporre un percorso unitario tra non poche diversità. In primo luogo, il difficile rapporto con SEL – propensa a confermare l’alleanza col PD come poi puntualmente è avvenuto – aveva generato dubbi in una parte del movimento. Dubbi risolti per la grande partecipazione e determinazione politica della stragrande maggioranza dei comitati, arricchiti da tante compagne e tanti compagni che, individualmente, hanno aderito alla proposta e si sono “gettati nella mischia.

In secondo luogo occorreva stendere il programma della lista, costruito attraverso una lunga serie di incontri, con la partecipazione di decine e decine di persone di tutto il territorio, in possesso di svariate competenze, che hanno dato vita a una ricchissima discussione e, infine, alla realizzazione di un documento che ha costituito l’ossatura politico-culturale della lista e la base per le decisioni successive. Un programma ampio, ricco, completo e nettamente alternativo al PD, alla sua concezione di governo del passato e del futuro.

Il terzo elemento che ha caratterizzato il nostro lavoro, è stata la coerenza d’impostazione delle liste elettorali, composte sulla base di criteri politici omogenei che hanno escluso, in continuità con le liste Tsipras, personale politico che avesse ricoperto incarichi esecutivi e di rilievo nelle precedenti legislature e per lungo tempo in diversi ambiti. Ciò ha dato una fortissima spinta all’apertura delle liste a candidature soprattutto giovani, ma anche meno giovani, provenienti dall’impegno sociale, dalle professioni e dalla cittadinanza attiva, caratterizzando le nostre liste come le più ricche articolate e innovative, basta guardare i curricula e le esperienze di tutte e tutti i candidati.
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Regionali Emilia Romagna: dopo il disastro del Pd la necessità di una svolta

Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia
Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia
di Sergio Caserta

Lo scontro tra il governo Renzi e il mondo del lavoro è giunto alla proclamazione dello sciopero generale, imperterrito il toscano vuole ottenere lo smantellamento dei diritti di tutela del lavoro, per regalare alle imprese l’assoluta libertà di licenziamento, mentre la recessione demolisce le condizioni di vita di milioni di famiglie e il malgoverno edilizio affonda intere regioni, un quadro devastante.

Le elezioni regionali si avvicinano e si svolgeranno in un clima che peggiore non si poteva supporre: le vicende che hanno coinvolto Errani dando luogo all’interruzione anticipata della legislatura, hanno subito un’ulteriore accelerazione con l’inchiesta sulle spese pazze dei consiglieri. Infine in questi giorni l’esplosione del caso sollevato da Report (ma già noto da tempo a chi segue con più attenzione l’informazione) del micidiale inquinamento del suolo sotto la sede di Hera, ha evidenziato gravi responsabilità e mancanza di trasparenza nella conduzione della più grande azienda di servizi regionale.

Possiamo dire che una lunga fase di stagnazione e di appiattimento nella conduzione della massima istituzione, ha determinato l’incapacità di fronteggiare adeguatamente le avversità del ciclo economico e prodotto un forte corto circuito con la società nel momento in cui le inchieste hanno svelato malgoverno, gravi errori se non peggio sul piano dell’etica pubblica della classe politica.
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Scandalo Hera già denunciato da un’Altra Hera e dall’Altra Emilia-Romagna

Heradi Lorenzo Alberghini, candidato alle regionali con L’Altra Emilia Romagna

Hera: la multiutility di successo di Bologna che gestisce gas, luce, acqua e rifiuti nella città. La sua sede è da 10 anni nell’area Berti-Pichat tra Porta San Donato e Porta Mascarella. Nell’ultima puntata di Report è “saltato fuori” che il territorio sul quale Hera sorge e dà lavoro a 700 dipendenti è ricco di idrocarburi, non è ancora stato bonificato e che i vertici della società sono stati in affari, a loro insaputa, con la famiglia camorrista dei Cosentino.

Il Comune di Bologna, principale azionista di Hera, dichiara di non sapere nulla. Ma c’è chi denuncia da tempo il fatto che la multiutility fosse una Spa anomala e che i conti non tornassero: la rete di attivisti un’altra Hera, alla quale hanno partecipato alcuni candidati dalla lista l’Altra Emilia-Romagna. I problemi di debito di Hera erano ormai noti, e soprattutto il fatto che i loro amministratori, che come si evince dalla puntata di Report sono tutti consiglieri comunali o segretari del Pd, erano lì non per meriti ma per appartenenza al partito.

Nonostante il Comune di Bologna dichiari di non sapere nulla, le voci di un’Altra Hera si fanno sentire ormai dal 2009. E la qualità degli amministratori della nostra città è peggiorata negli anni. Un altro caso noto di amministratore politico premiato nonostante i disastri economici che ha causato alle casse pubbliche, è quello di Francesco Sutti, ex presidente dell’ATC di Bologna. Anche lui è stato nominato dall’allora sindaco Cofferati all’interno del Cda dell’Hera con 100mila euro all’anno: ubbidente al suo partito, andrà a processo nell’ambito dell’inchiesta sul People Mover. Alla nascita di TPER Sutti ha trovato un’altra cospicua retribuzione all’interno della cooperativa di costruzioni Cesi di Imola che è poi fallita e che, guarda caso, risultava assegnataria di alcuni appalti nell’ambito del progetto Civis.
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Enrico Berlinguer, l'annullo postale

Spese regionali e scandali: la questione morale da Berlinguer a oggi

di Sergio Caserta

Oggi mi è capitato di entrare in un ufficio postale e di trovare sul banco dei terminali, in bella posta, un album filatelico (con francobollo e annullo in tiratura limitata) con l’immagine di Enrico Berlinguer sorridente, disegnata a carboncino con toni delicati e sfumati, l’ho acquistato come una reliquia. La mente è subito tornata ai tanti ricordi che mi legano al segretario del PCI, soprattutto immagini di una vita di partito vivace, interessante, fatta di discussioni e iniziative, di passione vera, di lotte e anche di sani conflitti.

Quando Berlinguer improvvisamente morì, sembrava (ed era così) aprirsi un vuoto enorme, che tutta la realtà repentinamente cambiasse. Il nostro già difficile Paese mi appariva così più brutto e misero, era venuta a mancare una personalità di straordinaria importanza per la storia d’Italia. I fatti successivi, dalla svolta della Bolognina in avanti, hanno confermato le fosche previsioni: tranne poche parentesi liete, la vicenda politica, economica e sociale è stata caratterizzata da un lungo e inarrestabile declino.

I trent’anni successivi al 1984, dall’avvento al potere di Craxi, passando attraverso tangentopoli al ventennio berlusconiano, fino a questi ultimi tre anni di governi non eletti, sono stati caratterizzati da una deriva del potere che ha deteriorato l’immagine dei partiti e delle istituzioni agli occhi dei cittadini, a un livello così basso da non potersi immaginare, fomentando disimpegno e astensionismo, mentre avanzava una classe dirigente mediamente formata da persone con modeste se non addirittura nulle capacità, fino alle veline e alle notti di Arcore.
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Bologna con Tsipras

Elezioni regionali 2014: per l’Altra Emilia-Romagna

di Dino Angelini

Cinque anni fa i dirigenti della sinistra radicale emiliano-romagnola preferirono affiancare in Regione i simboli di Rifondazione e di Sel a quello del Pd, sostenendo svogliati l’ormai logoro gruppo di potere emiliano già impelagato nel lungo processo di liquidazione dell’esperienza riformista della nostra regione. Svogliati e sostenuti da gruppi dirigenti nazionali che affrontavano quella importante scadenza amministrativa senza aver elaborato neanche uno straccio di programma intorno al quale chiamare a raccolta la propria base.

Questo vuoto programmatico non poteva che condurli a rimorchio di un Pd che un proprio programma invece lo aveva ed era incentrato su quattro grandi assi: la privatizzazione e – in alcuni casi – la dismissione del welfare; la cementificazione delle città e lo stupro del territorio (spesso in compagnia delle mafie!); la finanziarizzazione dell’economia; l’attacco ai beni comuni.

Tutti questi piani, tra l’altro, erano già stati sottoposti da una parte a un processo di precarizzazione del lavoro che vede gli stessi EELL protagonisti in prima persona di questo fenomeno; dall’altra a una politica degli appalti incentrata sugli amplissimi poteri discrezionali che dalla legge Bassanini in avanti hanno permesso qui, come nel resto d’Italia, di fare il bello e il cattivo tempo.
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