La Stampa e il gruppo Repubblica Espresso

La voce della nazione: l’editoria e la via verso il pensiero unico

Siamo lieti di ospitare un importante articolo di Loris Campetti pubblicato sull’ultimo numero della rivista quindicinale svizzera Area che analizza, senza veli, una delle più significative operazioni editoriali e politiche degli ultimi decenni, passata finora, come tante altre vicende, quasi sotto silenzio stampa.

di Loris Campetti

La notizia è semplice da raccontare: La Stampa cambia padrone e va a rafforzare il gruppo editoriale Repubblica-Espresso. Non è che uno dei tanti esempi di un processo di dimensione globale di accorpamento capitalistico che va dall’acciaio alla chimica, dall’auto alla moda, dall’alimentare all’informatica e all’informazione. Punto. Senonché, dietro la notizia nuda e cruda, si nasconde una storia secolare italiana e in gioco c’è un pezzo di democrazia e pluralismo.

La Stampa di Torino, fondata nel 1867, è stata negli ultimi novant’anni “il giornale del padrone”, cioè della Fiat. La famiglia Agnelli ha sempre puntato molto su Torino, e per dissetare le sue mire egemoniche ha investito notevoli risorse, oltre che sull’auto e sulla Juventus, nell’informazione. Così è cresciuto nel tempo il suo peso sul milanese Corriere della sera ed è finito nelle fauci degli Agnelli anche il Secolo XIX di Genova (i buontemponi hanno spolverato l’acronimo Ge-Mi-To).

La “vocazione atlantica” dell’Avvocato (così veniva rispettosamente chiamato Gianni Agnelli, mentre per chi voleva sfotterlo era Giuanin lamiera) non ha impedito, fino alla discesa in campo di Sergio Marchionne, la cura dell’immagine Fiat a Torino e in Italia. Poi, l’Atlantico è stato attraversato dal nuovo amministratore delegato che ha trasformato la Fiat in Fca (Fiat Chrysles Automotive), trasportando negli Usa investimenti, know-how, produzione e ricerca.
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No Tav: una rondine non fa primavera, ma uno stormo di rondini…

No Tav
No Tav
di Nicoletta Dosio

Avvertita di una mia presunta dichiarazione comparsa sul quotidiano La Stampa, in un articolo dal titolo “Noi siamo tenaci. Ma De Luca attira solo gli irriducibili”, sono andata a leggermi l’articolo. Si riferisce all’assemblea tenutasi a Bussoleno dopo la sentenza e, a proposito del mio intervento, si riportano parole di elogio alla “magistratura” che non ho mai detto, e non le ho mai dette perché non le penso.

Una sentenza giusta può essere caso mai ascritta a merito della persona che l’ha pronunciata, ma non basta certo ad assolvere una magistratura che non solo rispetto ai processi contro i NO TAV, ma in infiniti altri casi (e si potrebbe dire da sempre), salvo pochissime eccezioni, dimostra esattamente il contrario, con imputazioni, procedure e sentenze prone ai poteri forti e punitive per le vittime.

Considero la giusta sentenza nei confronti di Erri De Luca non la regola, ma l’eccezione, rispetto a cui si potrebbe dire che “una rondine non fa primavera”. L’inverno della repressione lo respiriamo ogni giorno nella nostra Valle militarizzata, nelle prigioni diventate più che mai strumento di controllo sociale, nei tribunali dove tanti nostri compagni, soprattutto giovani, si vedono infliggere anni di carcere per una resistenza condivisa e praticata collettivamente e, quella sì, giusta perché rivolta alla difesa di diritti inalienabili.
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Foto di qualcuna

La lettera del figlio di un operaio

di Luca Mazzucco

Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera. Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.

L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo. L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie. L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università. L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro. L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.

Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.

Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di martedì 27 luglio 2010)…
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