L’appello di Zerocalcare: “Non possiamo voltare le spalle ai curdi”

di Gabriella Colarusso «Quando senti “Ratatata”, è Isis. Quando senti “Tum.Tum.Tum”, siamo noi». Era il 2015, i fanatici dello Stato Islamico davano l’assedio a Kobane, la città simbolo della resistenza curda, e Michele Rech da Rebibbia, l’artista Zerocalcare, era a pochi chilometri da lì, prima a Mesher poi fino Ayn al-Arab, nel cuore del Rojava […]

La scelta di Karim: quella compiuta per amore e passione di un popolo

La scelta di Karim
La scelta di Karim
di Sergio Sinigaglia

La storia di Karim Franceschi, giovane militante del centro sociale Arvultura di Senigallia, andato a combattere nella resistenza curda a Kobane contro l’Isis, per liberare la città e il Rojava, è nota a tutti e varcato i confini nazionali. Ora è diventata un libro, “Il combattente” edito da Rizzoli.

Il titolo, molto perentorio, se può essere efficace dal punto di vista commerciale, è riduttivo e rende poco l’idea di cosa ci sia dietro questa vicenda. Forse sarebbe stato più opportuno optare per “La scelta di Karim, perché di questo si tratta. Non so che idea si sia fatta l’opinione pubblica di questo compagno, nato a Casablanca il 31 marzo del 1989 da madre marocchina e padre italiano, poi trasferitosi con la famiglia a Marrakech, dove ha vissuto fino all’età di nove anni, per poi emigrare in Italia, a Senigallia, dove già viveva una sua zia, per meglio curare il tumore di cui soffriva Primo, il padre.

Sicuramente non è un “fanatico”, un “invasato”, un ragazzo un po’ folle con il pallino delle armi. Karim ha solo fatto una scelta, una scelta dettata dall’amore e dalla passione per un popolo. Hannah Arendt parlando di un altro popolo, quello ebraico, in polemica con i sionisti ha scritto che non si può provare amore per una entità collettiva. L’amore lo si riversa su una persona. Ma la grande pensatrice in questo caso forse sbagliava. E la storia di Karim lo dimostra.
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Karim Franceschi, l’italiano che ha difeso Kobane

Karim Franceschi
Karim Franceschi
di Radio Popolare

“Il combattente – storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’Isis” è il racconto di una storia speciale. La storia di Karim Franceschi, ventiseienne di Senigallia (Ancona) che nel gennaio 2015 decide di unirsi ai miliziani curdi che resistono a Kobane, la cittadina nel Kurdistan siriano assediata dagli uomini del Califfo. Una decisione maturata durante un viaggio in cui Franceschi portava aiuti umanitari al confine tra Siria e Turchia e, vedendo la guerra da vicino, decideva di passare clandestinamente la frontiera per offrire il suo apporto alla resistenza curda.

“Ho sentito che dovevo fare una scelta, e una parte di me sarebbe morta se non l’avessi fatto”, ha raccontato Karim a Radio Popolare. “Mi hanno addestrato in quattro giorni e spedito subito sulla linea del fronte. Fino a quel momento avevo sparato molte volte, sì, ma nei videogiochi”.

“Sono andato completamente impreparato. Avevo un borsone pieno di cose inutili, tra cui un calzino pieno di caramelle”, ricorda Karim sorridendo. “Ma quando arrivai a Kobane scoprii che erano tutti impreparati: molti partigiani e partigiane erano ragazzini che non avevano mai nemmeno fatto sport. Insomma, decisi di andare sul fronte per primo, perché per quanto inadeguato fossi, lo ero meno di molti miei compagni”.
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Kobane - Foto di Formiche.net

La scelta di Karim: “Ho visto la guerra a Kobane”

di Sergio Sinigaglia

“Essere un rivoluzionario per me significa essere là a condividere quella pratica di resistenza, guardando in faccia la realtà senza distogliere lo sguardo, sconfiggendo la paura. Sono partito per Kobane. Adesso mi aspetta un breve periodo di addestramento, dopo il quale farò quello che mio padre insieme a milioni di partigiani in Italia e nel mondo hanno fatto per difendere la libertà e la democrazia: combatterò in armi i fascisti del califfato nero”.

È un passo della lettera con cui Karim Franceschi giovane militante del centro sociale “Arvultura” di Senigallia, tre mesi fa annunciava la scelta di tornare a Kobane, dove era già stato per portare aiuti alla popolazione locale, per combattere a fianco della resistenza anti-Isis. Dopo tre mesi Karim è tornato e ha raccontato la sua esperienza in una conferenza stampa.

“Sono passato, sia all’andata che al ritorno, per il confine della Turchia, cosa non semplice. Come sono arrivato mi hanno interrogato per verificare che non fossi una spia. Poi ho fatto quattro giorni di addestramento e il quinto sono stato mandato al fronte”. Karim naturalmente non aveva mai imbracciato un’arma e si è trovato calato in una dimensione di guerra. “Noi, per fortuna, siamo desensibilizzati rispetto al conflitto militare, avere paura è normale. Ma se non hai paura non hai nemmeno coraggio”. Karim racconta la sua dura esperienza con semplicità, profonda umanità.
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Kobane - Foto di Formiche.net

Io, Karim, a Kobane per condividere una pratica di resistenza

La lettera di Karim Franceschi, senigalliese, militante dello Spazio Comune Autogestito Arvultùra, arruolato come volontario nell’YPG (Forze di Difesa del Popolo), attualmente a Kobane. Abbiamo capito che era vero solo quando ci ha mostrato i biglietti aerei e lasciato questa lettera, dicendoci poi di scegliere noi il momento più opportuno per renderla pubblica.

Avremmo preferito aspettare il ritorno di Karim per farlo. Una questione di sicurezza, ma soprattutto perché sarebbe stato più giusto che fosse lui a spiegare in prima persona le proprie ragioni. Che sono anche le nostre. Non sappiamo come nel campo di battaglia che è Kobane, Karim abbia incontrato una troupe italiana di Vanity Fair ed abbia deciso di rilasciargli una intervista.

A questo punto, però, ci sembra opportuno rompere il silenzio per primi, in modo da non lasciare spazio a possibili e pericolose strumentalizzazioni politiche, in primis sulla pelle di un nostro compagno e poi su quella di tutti noi. Per quanto ci riguarda, la scelta che Karim ha fatto è coraggiosa, di grande generosità e umanità. Una scelta partigiana. Ecco perché le prime e più importanti parole devono essere le sue. Di seguito la lettera di Karim Franceschi.

Spazio Comune Autogestito Arvultùra

Senigallia, 7 gennaio 2015

I movimenti che in Italia aspirano a essere rivoluzionari hanno riconosciuto il proprio corrispettivo nel Rojava e si stanno muovendo per la costruzione di una rete d’aiuti efficace. Dalle staffette alle arance di Rosarno, la solidarietà per Kobane si è trasformata in aiuto concreto; un contributo alla lotta.
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Le donne di Kobane - Foto di Formiche.net

Le donne di Kobane e la condanna a essere “belle” per forza

di Benedetta Pintus per Pasionaria

La notizia della liberazione di Kobane, città siriana difesa dai curdi che ha resistito all’occupazione dell’Isis, è stata un raggio di sole nell’abisso di terrore del fondamentalismo islamico in cui tutti eravamo ripiombati dopo i folli attentati di Parigi. Ma della vicenda si è parlato tanto anche per un altro aspetto, molto appetibile per i media occidentali: a combattere contro il califfato nelle file dell’YPG, l’esercito curdo siriano, c’erano anche tantissime donne, riunite nella brigata YPJ, determinante per la vittoria di Kobane.

Nonostante le donne combattano ormai praticamente in qualsiasi milizia del mondo, la “parentesi rosa” della battaglia contro l’Isis era troppo ghiotta per essere ignorata. E in pochi l’hanno contestualizzata a dovere. Tanti commentatori si sono lanciati in lodi sperticate nei confronti delle guerrigliere, scadendo in prevedibili commenti retorici, in cui – nonostante si parli di combattenti – le parole “coraggio” o “forza” rimangono non pervenute. Mentre abbondano “i sorrisi” e l’immancabile “bellezza”. Non ci credete? Ho le prove.

Questo è un articolo di Wired (molto condiviso in questi ultimi giorni sui social), scritto con toni dall’ambizione poetica, in cui per descrivere persone che hanno rischiato la vita per difendere il proprio popolo ci si focalizza esclusivamente sul loro aspetto esteriore: “volti puliti” (si pensava forse che le guerrigliere combattessero con eye liner e rossetto?) e “cappelli sciolti” (in realtà in quasi tutte le immagini hanno code di cavallo, trecce o fasce e foulard sulla testa, ma non saremo certo noi a mettere limiti alla fantasia).
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