Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Richard Walker / 2

Richard Walker
Richard Walker
di Noi Restiamo

(Prima parte.) Noi Restiamo: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

Richard Walker: L’economia neoclassica, che da così tanto valore alla “previsione scientifica”, non ha previsto nulla riguardo la crisi o ai risultati dell’austerity. Perciò, sì, dobbiamo porci in forte opposizione all’ortodossia, almeno per quanto riguarda la macroeconomia (sì, la microeconomia ha qualcosa di interessante da dirci, ma quando si prova ad aggregare o storicizzare o socializzare, non ha queasi nulla di utile da dirci che non sia già stato detto senza equazioni).

Ovviamente, è utile combattere la crisi e la sua gestione Il capitalismo in ultima analisi è irriformabile se inteso nel senso di ricerca del profitto, competizione, sovraaccumulazione, mercificazione di tutto, saccheggio del pianeta, ecc. Ma nel frattempo noi dobbiamo vivere nei suoi confini e questi possono essere estesi o limitati in maniera importante. La regolamentazione finanziaria, la tassazione progressiva, l’anti-corruzione, le pensioni e le cure sanitarie e tutto il resto hanno assolutamente importanza per il presente.
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Richard Walker

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Richard Walker / 1

di Noi Restiamo

Il ciclo di interviste a teorici eterodossi a cura degli attivisti della Campagna Noi Restiamo continua. Siamo ormai arrivati all’ottava intervista e la parola va a Richard Walker. Walker è professore emerito presso il Dipartimento di Geografia della University of Berkely (California).

La sua ricerca si concentra sulla geografia economica, lo sviluppo regionale, il capitalismo e la politica, le città e l’urbanizzazione, le risorse e l’ambiente, la California e infine su tematiche legate a classe e etnia. Il suo lavoro più conosciuto per quanto riguarda la geografia economica è il libro The Capitalist Imperative: Territory, Technology and Industrial Growth (Blackwell, 1989), scritto con Micheal Storper. Fa parte del Board of Directors del progetto “Living New Deal”, che punta a raccogliere e mostrare i risultati raggiunti dal piano di riforme economiche e sociali promosso da Franklin Roosevelt.

Noi Restiamo: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?
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Quella voglia (latente) di cooperazione: come il liberismo ha fatto il suo tempo

I professori del liberismo - Foto di Glauco Santi
I professori del liberismo - Foto di Glauco Santi
di Antonio Zanotti

Dall’inizio dell’800, quando in Inghilterra il sistema capitalistico si era già consolidato e veniva mostrato agli altri paese la strada che avrebbero seguito (“De te fabula narratur” – come scriverà più tardi Marx), ogni crisi economica che si è presentata ha sollevato movimenti di protesta che mettevano in discussione il paradigma economica dominate, basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.

Sino al 1989, l’anno della caduta del muro di Berlino, la maggioranza di questi movimenti è raggruppabile sotto la bandiera del Socialismo, sistema fondamentalmente basato sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Da quella data però il paradigma della proprietà pubblica ne è uscito talmente screditato che nelle crisi successive, in particolare quella drammatica scoppiata nel 2007, nessuno si è fatto portavoce di soluzioni socialistiche, se non movimenti marginali.

Ciò non significa che in alcuni casi non ci sia stato un richiamo alla necessità di processi di nazionalizzazione, come per esempio per il sistema bancario o, nel caso italiano, della produzione dell’acciaio. La cosa davvero strana e paradossale è come di fronte a questa gravissima crisi si stiano scontrando due paradigmi economici che la storia ha già in qualche modo considerati inefficienti, il paradigma neo-classico e il paradigma keynesiano.
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Green economy - Foto di WDM Manchester

La disfatta degli economisti

di Paul Krugman

La scorsa settimana ho partecipato a una conferenza organizzata da Rethinking Economics , un gruppo gestito da studenti che invita, indovinate un po’, a ripensare l’economia. E Dio sa se l’economia deve essere ripensata alla luce di una crisi disastrosa, che non è stata predetta né impedita. A mio avviso però è importante rendersi conto che la disfatta intellettuale degli ultimi anni interessa più di un livello. Ovviamente l’economia come disciplina è uscita drammaticamente dal seminato nel corso degli anni – o meglio decenni – portando dritto alla crisi.

Ma alle pecche dell’economia si sono aggiunti i peccati degli economisti che troppo spesso per faziosità o per amor proprio hanno messo la professionalità in secondo piano. Non da ultimo i responsabili della politica economica hanno scelto di ascoltare solo ciò che volevano sentirsi dire. Ed è questa sconfitta multilivello – e non solo l’inadeguatezza della disciplina economica – la responsabile del terribile andamento delle economie occidentali dal 2008 in poi.

In che senso l’economia è uscita dal seminato? Quasi nessuno ha pronosticato la crisi del 2008, ma probabilmente è un errore scusabile in un mondo complesso. La responsabilità più schiacciante va alla convinzione ampiamente diffusa allora tra gli economisti che una crisi del genere non potesse verificarsi. Alla base di questa certezza sprovveduta dominava una visione idealizzata del capitalismo in cui gli individui sono sempre razionali e i mercati funzionano sempre alla perfezione.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Giorgio Gattei / 2

Giorgio Gattei - Foto di sinistra.ch
Giorgio Gattei - Foto di sinistra.ch
di Vincenzo Maccarrone e Lorenzo Piccinini. Hanno collaborato Gemma Gasseau e Riccardo Rinaldi

Prima parte. Domanda. In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi, ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o non sarebbe meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

È questa una domanda un po’ complicata. Il pensiero economico che oggi è dominante è quello della “supremazia del mercato” quale è uscito dalla controrivoluzione monetarista degli anni ’80 del secolo scorso. I suoi sostenitori sono stati bravissimi, non soltanto nel costruire progressivamente un’opinione pubblica favorevole al “mercato” e contraria allo “Stato”, ma soprattutto nel favorire una strategia d’occupazione dei posti di potere nell’accademia, nella stampa, nella televisione così da relegare ai margini gli oppositori. Il grande pubblico, che sente soprattutto e dappertutto le loro opinioni, si conforma in merito. Certamente permangono piccoli nuclei di resistenza, ma che forse è appena renitenza. Cosa allora potranno mai fare coloro che vi aderiscono? Innanzi tutto cercare di non vendersi mai al “nemico” e poi produrre teorie interpretative che siano antagoniste al cosiddetto “pensiero unico”, così da dar luogo ad un pensiero economico divergente.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Giorgio Gattei / 1

Giorgio Gattei - Foto di sinistra.ch
Giorgio Gattei - Foto di sinistra.ch
di Vincenzo Maccarrone e Lorenzo Piccinini. Hanno collaborato Gemma Gasseau e Riccardo Rinaldi

Continua il ciclo di interviste ad economiste ed economisti italiani sulla crisi economica ancora in corso. Dopo Joseph Halevi, è la volta di Giorgio Gattei. Gattei insegna storia del pensiero economico ed analisi economica presso l’Università di Bologna. Nella sua ricerca si è occupato della teoria del valore, dei prezzi e della distribuzione e delle teorie dei cicli economici. Fra i suoi scritti più recenti ricordiamo Storia del valore lavoro (2011, Giappichelli editore).

Domanda. L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono invece che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite la caduta del saggio tendenziale di profitto, che è una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?
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Green economy - Foto di WDM Manchester

Keynes e il commercio: intervento a Sbilanciamo l’Europa

di Valentino Parlato

«Se le nazioni impa­ras­sero a rag­giun­gere la piena occu­pa­zione con le loro poli­ti­che interne, non ci sareb­bero più forze eco­no­mi­che che met­tono gli inte­ressi di un paese con­tro quelli dei vicini (…). Il com­mer­cio inter­na­zio­nale ces­se­rebbe di essere quello che è, cioè un espe­diente dispe­rato per man­te­nere l’occupazione interna spin­gendo le ven­dite all’estero e limi­tando gli acqui­sti, che – se fun­ziona – non fa altro che spo­stare il pro­blema della disoc­cu­pa­zione sul paese vicino che esce in con­di­zioni peg­giori dalla lotta» (John May­nard Key­nes, Teo­ria gene­rale dell’occupazione, inte­resse, moneta, 1936, capi­tolo 24).

Nes­suno deve aver spie­gato ad Angela Mer­kel que­sta con­si­de­ra­zione di Key­nes. La Ger­ma­nia – e l’Europa costruita a sua imma­gine – fonda il suo svi­luppo sulle espor­ta­zioni e, per faci­li­tare com­merci e inve­sti­menti, si imbarca in un Trat­tato tran­sa­tlan­tico che sarebbe il Tita­nic della demo­cra­zia. Qual­che bri­ciola di export in più è vista da Ber­lino, Bru­xel­les e Washing­ton come l’unica via per tor­nare a cre­scere e rivin­cere le ele­zioni – quelle euro­pee a mag­gio e quelle Usa di medio ter­mine in autunno. Ma Key­nes ci spiega che è una solu­zione illu­so­ria, pagata in Europa dalla depres­sione della peri­fe­ria, che può tra­sci­nare con sé l’insieme dell’Europa. Le ombre degli anni trenta sono vicine, e rileg­gere Key­nes può aiu­tarci a tenerle lontane.
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Lo scossone e la sveglia: la particolarità italiana e l’incompreso disagio sociale / 2

Crisi - Foto di Roberto Giannotti
Crisi - Foto di Roberto Giannotti
di Aldo Tortorella

Nel deserto di iniziative adeguate, le denunce urlate da Grillo assumevano il sapore di una verità indiscutibile e le grida, gli insulti, le parole di odio apparivano a moltissimi giustificate o giustificabili. Segnali clamorosi erano arrivati anche elettoralmente da anni nelle elezioni comunali e, infine, nelle regionali siciliane. Berlusconi ha reagito, secondo il suo codice di mercato, con un’offerta pubblica di acquisto del voto (in parlamento la compera era stata clandestina) a livello di massa: «Vi tolgo l’Imu. Anzi, vi rendo i soldi».

Il centrosinistra non solo in campagna elettorale, ma ancora prima di essa è apparso balbettante se non reticente, pur enunciando probi propositi cui non crede più nessuno e che sono apparsi come il tentativo di spegnere l’incendio del palazzo con un innaffiatoio. Molti elettori hanno votato per il centrosinistra solo perché hanno avvertito che c’era il rischio di una nuova vittoria della destra berlusconiana. E infatti Grillo andava visibilmente dissanguando a grandi sorsate Pd e Sel. Se il vampiro avesse succhiato ancora un pochino, Berlusconi avrebbe potuto festeggiare una sua nuova maggioranza assoluta alla Camera sulla base di una legge elettorale da lotteria, che stavolta per un soffio ha favorito alla Camera il centrosinistra.

Ma bisogna ricordarlo: tra quei centoventimila in più (in cui ci sono anche i quasi centocinquantamilamila della Südtiroler Volkspartei) e tra tutti gli altri elettori del centrosinistra molti hanno dato il voto per salvare se stessi e l’Italia da una nuova e intollerabile umiliazione, non per approvare le politiche di Monti o la debolezza sui temi della riforma della politica.
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C'è grossa crisi - Foto di Arianna Flacco

Crisi: tante cure senza diagnosi portano al rischio dell’autoritarismo

di Valentino Parlato

Siamo – il mondo – investiti da una crisi di una gravità che non ha precedenti, più pesante anche di quella, storica, del 1929. Crisi economica ma anche sociale, politica e culturale. E in un mondo estremamente comunicante: cinquant’anni fa la crisi di un’isola come Cipro non avrebbe avuto effetti sulle borse degli Usa. Crisi economica, con fallimenti d’imprese e crescita straordinaria della disoccupazione, distruzione delle speranze nelle giovani generazioni.

In questa situazione il paradosso (per essere gentili) è che tutti si affannano a proporre e praticare cure senza un’analisi approfondita e seria, una realistica analisi di questa crisi. Pensate a un medico che cura un malato senza aver fatto una diagnosi, con la conseguenza che le cure aggravano il male, come peraltro sta accadendo con la cura del risparmio e dell’austerità. Un testo di Keynes del 1933 ha per titolo, appunto, “l’assurdità dei sacrifici”.

Questa crisi è globale, e non potrebbe essere altrimenti con lo straordinario progresso dei mezzi di comunicazione e della finanziarizzazione dell’economia, cioè il produrre denaro con il denaro, senza passare per la produzione di merci. Ignorare e mettere in secondo piano l’attuale globalizzazione, impedisce ogni analisi seria dell’attuale crisi.

Di pari importanza sono le trasformazioni dei processi produttivi: la vecchia fabbrica fordista non c’è più e il progresso tecnico ha ridotto enormemente il peso e l’importanza del lavoro vivo, come già Marx aveva previsto nei suoi “Grundisse”. Il lavoro e i lavoratori sono diventati meno importanti e in larga parte sono passati dalla produzione ai servizi e alla disoccupazione. È duro dirlo, ma la classe operaia del nostro passato non c’è più, ma ci sono ancora gli sfruttati e gli esclusi.
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